Cambierà qualcosa per l’Italia dopo Frontex plus?

01/09/2014 di Federico Nascimben

Molto difficilmente, a meno di improbabili sostegni di massa da parte degli altri Stati membri. Urge, piuttosto, un sistema di regole europeo comune in materia di immigrazione e diritto d'asilo

Torniamo ad occuparci di immigrazione dopo l’incontro di qualche giorno fa tra Angelino Alfano e il Commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmström. “Mare Nostrum è destinata ad essere sostituita da Frontex plus, oggi abbiamo gettato la base per realizzare questa operazione“, ha dichiarato il Ministro degli Interni.

Anche in questo caso, andiamo con ordine per intenderci nel merito dei concetti. 

Frontex è l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea con sede a Varsavia, operativa dal 3 ottobre 2005. Come riportato da Europa.eu, “per quanto gli Stati membri siano responsabili del controllo e della sorveglianza delle frontiere esterne – cioè le frontiere terrestri e marittime degli Stati membri e i loro aeroporti e porti marittimi, cui si applicano le disposizioni del diritto comunitario in materia di attraversamento delle frontiere esterne da parte delle persone -, l’agenzia semplifica l’applicazione delle misure comunitarie presenti e future in materia di gestione di tali frontiere”.

Il logo dell'agenzia Frontex.
Il logo dell’agenzia Frontex.

Mare Nostrum è un’operazione militare e umanitaria nel Mar Mediterraneo meridionale, avviata ad ottobre 2013 dopo i tragici avvenimenti di Lampedusa in cui persero la vita 366 migranti. Secondo il sito della Marina Militare, l’operazione consiste nel “potenziamento del dispositivo di controllo dei flussi migratori già attivo nell’ambito della missione Constant Vigilance, che la Marina Militare svolge dal 2004″. Il fine dell’operazione è sia quello di “garantire la salvaguardia della vita in mare” che quello diassicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti“. Dall’ottobre 2013 al 13 agosto 2014 sono state soccorse oltre 70 mila persone. Il costo è di circa 9 milioni di euro al mese.

Frontex plus, invece, non è il nome della riformata agenzia, ma una nuova missione dell’Agenzia stessa che fonde ed estende le due precedenti riguardanti l’area mediterranea italiana: Hermes e Aeneas. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Malmström, l’avvio dell’operazione è previsto per la fine di novembre, e “dovrebbe contare su un maggio numero di risorse umane e tecniche, nonché su un maggior numero di Stati membri“; dato che “non vi sono guardie di frontiera europee, né aerei o navi, il successo di questa operazione dipenderà [proprio, ndr] dal contributo degli Stati membri dell’UE“. A dispetto di quanto apparso in molti media, la strada da fare è ancora molto lunga, e la differenza verrà fatta dal sostegno che vi sarà da parte degli altri Paesi europei nel Consiglio dei Ministri degli Affari Interni UE del 9 e 10 ottobre, anche perchè – secondo le parole della stessa Malmström – “dei 28 Stati membri dell’Unione europea solo 10 accettano profughi in cifre importanti“.

Una semplice media dei dati riportati nel Corriere del 24 agosto, dal 2002 al 2013, ci dice che le persone sbarcate sono state ogni anno circa 24 mila, mentre le vittime 586. Dal primo gennaio 2014 al 20 agosto, invece, sono state 102 mila con 437 morti (quasi 2000 in tutta l’area mediterranea). Sempre al 20 agosto, i migranti accolti nelle varie regioni erano circa 53 mila, di cui il 28% in Sicilia, il 13% nel Lazio, l’11% in Puglia, l’8% in Calabria (altre 40%); mentre i rimpatriati erano 10 mila, e gli scafisti arrestati oltre 500.

Come emerge dalle parole del Commissario europeo agli Affari interni, il problema continua a rimanere sempre quello: Frontex non ha le risorse e i mezzi (sia dal punto di vista giuridico che economico) per sostituirsi ad un singolo Stato, sono i Paesi membri a doverli fornire in un’ottica collaborativa. Il punto della questione è che continuano a mancare politiche europee comuni in materia di immigrazione e diritto d’asilo, lasciate invece alle singole legislazioni nazionali: un aspetto che suona oggi maggiormente anacronistico alla luce delle curve demografiche presenti nel vecchio continente che deve fare i conti con età medie molto elevate, necessitando di ristabilire un equilibrio ed attrarre immigrati ad alto capitale umano.

Per rispondere alla domanda presente nel titolo, particolarmente interessante è un intervento di Sergio Romano sul tema. Riprendendo i risultati di un’indagine sull’immigrazione forniti dall’associazione di George Soros, Open Society, viene dimostrato come “il nodo da sciogliere è quello della differenza fra l’asilo concesso dai Paesi del Nord e quello concesso dai Paesi dell’Europa meridionale. In Germania e nei Paesi scandinavi l’asilo è particolarmente generoso, in quelli del Sud è molto più modesto e garantito spesso dopo una lunga attesa”. Il problema, acuitosi a seguito dell’aumento delle tensioni nei Paesi dell’area mediterranea e mediorientale, è dato dal fatto che questa differenza nel trattamento ha causato una sorta di “rivalsa” da parte dei Paesi del Nord verso quelli del Sud Europa, che si è tramutata nella c.d. decisione di Dublino, in cui “cui è stato deciso che la richiesta d’asilo debba venire indirizzata soltanto al governo del primo Paese in cui il migrante mette piede entrando nell’Unione europea”.

Ciò ha dato luogo a due problemi: gli Stati dell’area mediterranea rappresentano per questioni di vicinanza una naturale prima tappa nel percorso dei migranti; questi però, il più delle volte, non presentano alcuna richiesta d’asilo, in quanto preferiscono Paesi in cui la concessione del diritto è più semplice, le condizioni di vita sono migliori e in cui risiedono parenti e/o conoscenti, anche (e soprattutto) al costo della clandestinità. La conseguenza più immediata è quella che ci siamo abituati a vedere ogni giorno nei telegiornali: centri d’accoglienza oberati dagli afflussi e clandestini lungo le strade. La soluzione proposta da Romano, quindi, è duplice: “occorre anzitutto colmare almeno in parte il divario fra i diversi trattamenti riservati dai membri dell’Ue a coloro che chiedono il diritto d’asilo. E occorre consentire che ogni migrante abbia il diritto di scegliere il Paese a cui intende appellarsi per ottenerlo. Ciascuna di queste misure richiede una politica europea dell’immigrazione e fondi europei”.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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