Califano e Jannacci, due poeti dimenticati

02/04/2013 di Andrea Viscardi

Fine anni ’50. Italia. Quella del miracolo economico, pronto ad esplodere definitivamente da lì agli anni a venire. Un’Italia fatta di speranze. Dove la televisione era un bene di lusso, accessibile solamente al 12% dei cittadini, ma che da lì al 1965 sarebbe divenuta elemento imprescindibile per metà della popolazione. Un periodo di grandi stravolgimenti: culturali, economici, sociali. L’Italia al sorgere del consumismo. L’Italia di Claudio Villa, Fred Buscaglione, Domenico Modugno, Nilla Pizzi. Capace di trovare, anche nella musica, un punto di riferimento per ripartire.

Enzo Jannacci
Enzo Jannacci

Due furono i simboli di quel Paese. Milano. Città capace, in circa quindici anni, di accogliere 400000 mila nuovi cittadini. Città di giovani, fabbriche e cantieri. Motore della liberazione, prima, e poi della ricostruzione industriale dell’Italia.  Milano dove – proprio in quegli anni – il panorama musicale trovava forse più spunti che mai. Quella del Club Santa Tecla e del Derby, da dove partiranno personaggi come Battisti, Celentano, Jannacci e Gaber.  E poi Roma. La Capitale, la magia della dolce vita, punto di riferimento della letteratura e del cinema europeo, ma non solo. La Roma di via Veneto, dove, per strada e nei locali, potevi incontrare personaggi del calibro di Luchino Visconti, De Sica, Pasolini, Bertolucci. La Roma scintillante, quasi magica, irreale.

Jannacci – In questo contesto si affermano, pian piano, due giovani. Molto diversi tra loro. Uno è un milanese doc, Vincenzo Jannacci, detto Enzo, classe 1935. Lui portava avanti, in quegli anni, tre grandi passioni. La medicina, la musica e il cabaret. E’ quest’ultima che lo inserisce, in un primo momento, nel mondo della Milano della cultura e dell’arte. Le sue doti musicali, però, lo portano, in contemporanea, a decidere, nel 1956, di unirsi – come tastierista – ai Rocky Mountains di Tony Dallara, quindi ai Rock Boys di Celentano. Conosciuto per l’insistenza di un amico che aveva invitato Enzo ad andare ad ascoltare “uno che canta e si muove come Elvis”. Quindi l’incontro con Giorgio Gaber, fratello di una vita, che lo porterà al successo. E ancora Dario Fo, maestro, guida ed amico. Il suo successo, tra alti e bassi manterrà sino alla morte, dopo essere divenuto anche un protagonista del piccolo schermo e del teatro, oltre che praticando, per tutta la vita, la sua attività medica.

Franco Califano
Franco Califano

Califano – L’altro ragazzo, invece, è Franco Califano. Simbolo di Roma. Lui, da giovane, si trasferisce dal Sud. Vita notturna, donne, sfacciataggine. E’ l’opposto di Jannacci. Vuole sfondare, ma non sa ancora neanche lui in che ambito. Nella Capitale si afferma come protagonista di diversi fotoromanzi, ma vuole di più. La sua passione per la musica, per le belle donne, la sua sensibilità, nascosta dietro una figura di playboy capace di attirare sì le attenzioni delle donne, ma anche la stima degli uomini, lo portano a ritagliarsi un suo piccolo spazio nelle notti romane. Allora decide di dedicarsi totalmente alla musica. Come autore, prima. Perchè il Califano che tutti oggi conosciamo rimase in disparte, sino al 1972, anno del suo primo disco. Nel decennio precedente, invece, divenne un punto di riferimento nazionale, ma per gli artisti stessi. Nel 1965 scrive “Da Molto Lontano” per Edoardo Vianello, un’ode d’amore, un amore lontano. “Io ti amo, e l’eco della terra ti porterà le mie parole, le mie canzoni d’amor”. L’eco delle sue parole, però, è sentito prima di tutto dal mondo musicale, che accoglie subito a braccia aperte il suo talento. Due anni dopo è la volta di “La musica è finita”, per Ornella Vanoni, quindi “Minuetto” per Mia Martini. Ma questi sono solo alcuni delle decine di brani portati alla ribalta dalle sue parole. Quindi, nel 1972, la svolta: l’Italia è diventata il regno dei cantautori. Lui non può rimanerne fuori. Dopo due album di “transizione”, nel 1976 scrive e interpreta “Tutto il resto è noia”. Da questo momento nessuno dimenticherà il suo nome.

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La Milano dei poveri – Due artisti profondamente diversi, ma così vicini. Entrambi, prima che musicisti o cantanti, erano poeti, cantori. Il primo –  dopo i successi rockettari portati alla ribalta insieme a Giorgio Gaber, come “Birra” – canta la sua Milano. Quella dei poveri, però, dei disadattati. [/twocol_one_last] Con una sensibilità incredibile. Come in El purtava i scarp de tennis”, dove canta di un barbone, mischiando amore e tragedia. Anche i senzatetto provano sentimenti, s’innamorano, in questo caso di una passante, “roba minima, s’intend, s’intend roba da barbon ” (roba minima, s’intende, roba da barbone), fino all’epilogo tragico, alla condanna dell’atteggiamento comune verso i senzatetto “l’an trova, sota a un muc de carton, l’an guarda’ che’l pareva nisun, l’an tuca che’l pareva che’l durmiva, lasa sta che l’e’ roba de barbon” (L’hanno trovato sotto un mucchio di cartoni, l’hanno guardato come se non avessero visto nessuno, l’hanno toccato per vedere se dormiva “lascia stare che è roba da barboni). O come in “Ho visto un re”, nella quale, in coppia con Dario Fo, riempie una canzone di significato, politico e sociale, dandole una leggerezza tale da sembrare, ad un primo ascolto – così si definirebbe ora – un nonsense. Noi villan… E sempre allegri bisogna stare  che il nostro piangere fa male al re  fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam, e sempre allegri bisogna stare  che il nostro piangere fa male al re  fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam!”

[twocol_one]Il playboy con un cuore grande – Califano, invece, non cantava dei poveri o di sociale, cantava di cuore, di sentimenti, di stati d’animo, sempre mettendo in sottofondo Roma, la sua Roma. Come in “Roma Nuda”, scritta nel 1977, Roma nuda… scusa si perdo lacrime pe’ strada, mal che vada fa finta che so’ gocce de rugiada”. Sentimenti forti, di un uomo capace di amare più e più volte, ma incapace di capire quale fosse il Suo vero amore.[/twocol_one] [twocol_one_last][/twocol_one_last] 

Tanto da ritrovarsi sempre da solo, dietro la sua figura, apparentemente, di uomo forte: L’amore muore, come muore un anno intero,  quando incontra il suo dicembre  e lo schiaccia in un sentiero,  e da allora puoi sperare  che il nuovo anno possa dirti  ti presento un nuovo amore” (L’Amore Muore, 1995).

Poeti, prima di tutto – Due artisti grandi, geniali. Artisti, appunto. Perchè sono stati ben più di semplici cantanti o autori. Sono stati registi, giornalisti, poeti. I loro lavori sono prima di tutto testimonianze, racconti, letteratura, sentimenti. Poi, dopo, viene la musica, componente comunque essenziale, ma che innanzi ai testi passa in secondo piano. L’Italia, in due giorni, ha perso due poeti capaci di accompagnare tutta la sua storia – e quella dei suoi giovani – dal secondo dopoguerra sino ad oggi. Due personaggi troppo spesso sottovalutati, dimenticati in grande fretta e, come spesso avviene, riportati alla ribalta solo nel momento più tragico.

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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