Calcio italiano: l’inizio di una nuova fine? Tra le polemiche e le necessità di riforma.

16/11/2017 di Luca Andrea Palmieri

L'ora zero del calcio italiano non parte certo nei migliori dei modi, con le polemiche per le non dimissioni di Tavecchio e Ventura. Ma quali sono i veri problemi strutturali del nostro calcio, e quali ipotesi di riforma sarebbero necessarie?

Calcio Italiano

Nelle ore seguenti il giorno 0, il calcio italiano non sembra ripartire nel modo migliore: né Carlo Tavecchio, presidente della FIGC, né Giampiero Ventura, CT della nazionale, si sono dimessi. Quest’ultimo è stato alla fine licenziato dalla federazione: un finale in realtà atteso, visto che gli permetterà di percepire la parte di stipendio rimanente fino a giugno 2018, quando scadrà il suo contratto (il prolungamento biennale già firmato è annullato, essendo condizionato dalla qualificazione ai mondiali). Un nuovo inizio dal sapore tragicomico per il movimento calcistico italiano, che si trasforma in un dramma considerando tutti i danni di immagine e di indotto causati dall’uscita dalla massima competizione calcistica.

A lasciare ancora più perplessi, le reazioni dei protagonisti: Ventura non ha abbandonato quell’aria di supponenza che ha contraddistinto la sua esperienza in azzurro, al contrario. Le parole ai microfoni delle Iene sono eloquenti: la sua Nazionale avrebbe uno dei migliori score degli ultimi 40 anni. Affermazioni facilmente smentibili analizzando i dati (come fatto dall’AGI), e che contrastano con le voci dell’ultimo mese, che raccontano di numerosi tentativi di ammutinamento da parte dei giocatori, guidati dal gruppo dei senatori. Sussurri che divengono incontestabili con il rifiuto a scaldarsi di Daniele De Rossi durante il ritorno con la Svezia.

Ventura non ha mai commentato, e nel suo atteggiamento di questi giorni la prima eliminazione dell’Italia dai mondiali dal 1952 non sembra altro che un incidente di percorso di poco conto. Molto meno sorprendente (per chi ne ha seguito la carriera), e ancora più criticabile la scelta di impuntarsi per portare a casa il resto dei compensi (evidentemente immeritati) previsti dal contratto. Veleno per la salute di un popolo di tifosi infuriato. È certezza, in ogni modo, che di Ventura non sentiremo mai più parlare, almeno non in Nazionale.

Di Carlo Tavecchio, invece, non possiamo dire la stessa cosa. Il pubblico aspettava anche le sue, di dimissioni. Non sono arrivate sino ad oggi, e con tutta probabilità non arriveranno. La Federazione è infatti un organo democratico, i cui organi regolarmente eletti non possono essere rimossi dall’esterno, né dal Governo né da altri. Dovrebbero essere i membri del Consiglio Federale a dimettersi perché, in assenza di maggioranza, decada anche il Presidente. Non è detto non accada: vi sarà una nuova assemblea lunedì, e molto dipenderà dalle scelte delle componenti della Federazione. Ma ad oggi non sembra così facile che il cambiamento tanto auspicato avvenga, ed il perché è spiegato bene in questo articolo dell’Ultimo Uomo: Tavecchio, ha dimostrato già nelle elezioni di marzo la sua capacità, tipicamente democristiana, di barcamenarsi tra sostenitori e oppositori, di elargire risorse in modo strategico per costruire consenso.  Sembra allora più chiara la dinamica di trasformazione del presidente degli allenatori Renzo Ulivieri, un tempo sistematicamente avverso al Presidente della FIGC, e oggi tra i più fedeli alleati.

Certo, le componenti della Federazione sono diverse (Leghe, ovvero A, B, C e Dilettanti, giocatori, allenatori, arbitri): non è un caso che Tavecchio venga dalla Lega dilettanti, che pesa per il 34% sull’elezione del Presidente. E non è detto che i rappresentanti di una o più tra queste leghe non decidano comunque di voltare pagina, vista la pressione pubblica.

Il Presidente non sembra aver perso tempo, coniando un piano B per rimettere la sua immagine in carreggiata: la scelta di Carlo Ancelotti come prossimo CT. Le ultime notizie parlano dell’ex allenatore di Milan, Real e Bayern come unico nome preso in considerazione per la successione di Ventura, ed anche qui la motivazione è facilmente comprensibile: non c’è alternativa che possa riportare speranza al futuro della Nazionale. La scommessa non è detto che riesca: ad oggi Ancelotti sembra aver posto diverse condizioni, per esser messo al riparo dai problemi affrontati da Ventura e da Conte prima di lui. Qualora Ancelotti non venisse annunciato – o almeno considerato estremamente probabile – entro lunedì, non è certo detto che la posizione di Tavecchio a capo della Federazione sia al sicuro.

Permane però la vera problematica: la necessità urgente di riforme vere, molto più profonde di quelle portate avanti da Tavecchio. Le difficoltà della nazionale partono da lontano, e sono ben visibili nelle ultime due fallimentari campagne mondiali, entrambe chiuse ai gironi in modo a dir poco clamoroso. In questo senso la vittoria del 2006 è stata deleteria, consegnando al Paese e alla Federazione la sensazione che tutto andasse per il meglio, permettendo di negare l’esistenza, nel nostro calcio, di problemi strutturali mai affrontati. Gli stadi italiani sono fatiscenti e poco accoglienti; le Leghe spadroneggiano, privilegiando l’interesse dei club su quello generale del movimento; la distribuzione dei proventi televisivi è profondamente iniqua, ed aggrava la già bassa competitività del campionato. Infine, elemento forse ancora più importante, i vivai non sono più in grado di consegnare campioni.

Gli ultimi grandi giocatori italiani sono Pirlo e Buffon. Due grandi talenti come Cassano e Balotelli sono stati rovinati da un mix del loro carattere, della poca tutela nella loro crescita umana da parte di club e federazione e di un’iper-esposizione mediatica ed economica. Tutto intorno c’è un blocco di buoni giocatori a cui però manca quel qualcosa in più che caratterizza, senza citare i mostri sacri, grandi giocatori come Hazard, Pogba, Muller, Modric, Iniesta e tanti altri. Il più grande talento italiano oggi è Insigne, un giocatore senza dubbio di caratura mondiale, ma che, a 26 anni, non ha ancora la decisività né la maturità di uno dei calciatori appena citati.

La generazione calcistica nata negli anni ’90 sembra quindi avere qualcosa in meno rispetto alle precedenti. Forse, però, qualcosa sta cambiando: nuovi talenti emergono a causa dell’impoverimento dei club, “costretti” a puntare maggiormente sui giovani per evitare i costi in crescita del mercato globale, inflazionato dagli investimenti dei nuovi ricchi. La realtà però è quella di una Federazione oramai distante anni luce da quella tedesca, spagnola o belga, tra le principali fucine di talenti degli ultimi anni. Si tratta di realtà che hanno investito nello sviluppo dei giovani, trovando modelli nuovi ed efficaci per la coltivazione dei talenti. Si pensi alla Germania: in grave crisi anagrafica tra i Mondiali del 1998 e gli Europei del 2000, i tedeschi hanno saputo rinnovare il loro sistema fino ad avere una nazionale iper-competitiva, campione del mondo nel 2014 e sempre tra le grandi favorite in tutte le competizioni sin dal 2002.

Ventura e Tavecchio non hanno la responsabilità di un declino inaugurato sin dalla fine degli anni ’90, ma sono i simboli di un sistema che vivacchia nonostante i suoi difetti, e che si è aggrappato troppo a lungo agli exploit di una generazione che poteva contare su campioni come Pirlo, Del Piero, De Rossi, Buffon, Cannavaro. Calciatori in grado di fare la differenza anche in età avanzata. Ma cosa sarà, ora, il calcio italiano, persi definitivamente anche gli ultimi sopravvissuti di quella generazione? Di certo non sarà mangiato dagli stranieri, utilizzati come capri espiatori, con l’appoggio di Matteo Salvini e della destra. Ma basta poco per rendersi conto che la mira è storta: nel campionato italiano gioca all’incirca la stessa percentuale di stranieri che in Spagna, e poco più che in Germania. Non sembra che le nazionali di questi due paesi siano in grandi difficoltà. Evidentemente il problema è altrove.

Una prima questione riguarda la qualità degli stranieri che vengono in Italia, e le scelte dei club. Quando non ci sono eccessi, giocatori stranieri di alto livello contribuiscono ad aumentare la competitività del campionato, rendendolo più appetibile economicamente, trascinando verso l’alto gli investimenti anche nei settori giovanili e il livello di tutto il movimento. È palese come i club non riescano ad avere l’attrattiva per ingaggiare profili di questo tipo.

Ma allora perché non acquistare o dare maggior spazio agli italiani? Un primo punto riguarda le regole. L’acquisto di giocatori italiani tra due club del paese richiede l’obbligo di una fidejussione a copertura dell’operazione: insomma, bisogna dimostrare alla banca di avere le risorse, e di essere al riparo da rossi pericolosi di bilancio. Lo stesso non capita con gli acquisti dall’estero. A ciò si aggiunge una questione di costi. A parità di livello i calciatori nostrani costano mediamente più di quelli, ad esempio, sud americani o dell’est Europa, sia per i costi di gestione, che in Italia sono maggiori, sia perché, con la riduzione dei vivai di livello, chi ha materiale lo valuta a peso d’oro. Un esempio di tale tendenza è il caso Berardi: con tutto il rispetto per il professionista, la sua evoluzione calcistica sembra ferma da un paio d’anni. Eppure il Sassuolo fino a quest’anno non ha chiesto meno di 40 milioni per il suo gioiello. Dato che il Sassuolo lavora molto sulla valorizzazione dei giovani italiani, viene da chiedersi se non fosse stato meglio sacrificarlo prima, per una cifra più consona, permettendo altresì al calciatore di misurarsi a livello internazionale e intraprendere un diverso percorso di crescita.

Un altro nodo da affrontare al più presto, è quello del numero delle squadre in serie A e B. I club, a livello di Federazione, non sembrano disposti a permettere una riduzione. Ma le ragioni alla base di una rimodulazione riflettono le possibilità economiche del movimento. Inutile girarci intorno: vi sono troppe squadre professionistiche. Molte non riescono a far quadrare i conti, sopravvivono con un continuo ribasso degli investimenti, finendo per drenare risorse anche ai club virtuosi, a danno della qualità di tutto il calcio italiano. Il livello delle neopromosse in massima serie sembra inabissarsi di anno in anno, e se fino a ai primi anni del nuovo decennio sembravano quantomeno in grado di lottare per una salvezza stentata, ormai sono sempre più comuni i casi alla Benevento, che ancor prima della fine del girone di andata sembra aver terminato il proprio campionato. La serie B a 22 squadre è altrettanto eccessiva. Il suo equilibrio sembra derivare più da un appiattimento, dovuto a una riduzione della competitività di tutte le compagini. Il risultato è appunto una Serie A meno interessante, in cui chi non lotta per l’Europa ma non rischia la retrocessione vivacchia fino a giugno. È ovvio che ne vengano fuori decine di partite dove la competizione è un’utopia, che tolgono valore al campionato.

Sulla base di queste considerazioni è così possibile fare qualche proposta. Senza arroganza, come spunto di dibattito e di riflessione su come far ripartire la macchina del calcio italiano:

1. Serve un cambio della guardia reale, e non basato sulle solite logiche da manuale Cencelli. Le parti devono prendere coscienza che se si vuole evitare l’oblio occorre osare: idee nuove e soggetti in grado di traghettare il calcio nel terzo millennio. Perché la sensazione è che il nostro movimento sia fermo agli anni ’90. Ma il mondo è cambiato.

2. Ripartizione dei diritti televisivi all’inglese. La più utopica delle proposte, perché priverebbe i grandi club di molte risorse. Una recente modifica della distribuzione ha già migliorato le cose, ma servirebbe fare molto di più perché un club medio piccolo abbia le risorse per lavorare sulle strutture, sulle giovanili, etc.

3. Implementare le squadre B, caratterizzate dalla possibilità di competere fino alla Serie B, con un tetto massimo d’età di 21 anni, e la possibilità di inserire al massimo tre fuori quota in formazione. Magari eliminando la pericolosa e limitante, per le realtà locali, regola delle doppie proprietà. Permettere che esistano squadre B permetterebbe ai giovani delle squadre principali di avere a disposizione per il loro sviluppo un campionato effettivamente competitivo, in cui i punti contano e promozioni e retrocessioni sono effettive, affrontando soprattutto professionisti che hanno tutto da giocarsi. La competizione vera accelera il processo di crescita, e aiuta ad esser pronti ad affrontare palcoscenici internazionali.

4. Creazione di veri centri federali funzionanti, a livello almeno provinciale, con relativa rete di scouting. I centri federali impostati dall’attuale dirigenza della FIGC (30 contro i 366 tedeschi) lavorano due ore e mezza a settimana, e le strutture di scouting di fatto non esistono. Una barzelletta insomma. In Germania lo scouting arriva fino ai comuni montani più impervi. In Francia quasi tutti i giocatori della nazionale degli ultimi anni sono passati per i centri federali nazionali. Il Belgio ha promosso un sistema federale di sviluppo dei giovani dal punto di vista tattico e tecnico che è alla base della crescita di talenti come i fratelli Hazard, De Bruyne, Lukaku etc., etc. Modelli ci sono, ma non vanno implementati “all’italiana”. Bisogna investire seriamente sui giovani calciatori (fino ai 15-16 anni, per poi fare il salto alle società professionistiche) quanto su tecnici in continuo aggiornamento professionale, perché conoscano le metodologie di formazione più moderne.

5. Semplificazione/razionalizzazione delle regole di acquisto dei giocatori, in modo che i regimi tra scambi con estero e interni siano armonizzati, trovando metodi migliori di verifica della fattibilità economica delle operazioni.

6. Obbligo almeno per le squadre di A e B di reinvestimento di una parte degli introiti (magari quelli televisivi, soprattutto in presenza di un equilibrio migliore), nello sviluppo di settori giovanili all’altezza.

7. Punto extra, non dipendente del tutto dalla Federazione, è l’agevolazione del credito sportivo per la costruzione di nuovi stadi. Che l’Allianz Stadium della Juventus e la Dacia Arena dell’Udinese restino casi isolati non è certo un bene per il nostro sistema calcistico. E si darebbero nuove occasioni di introiti per le squadre nel medio-lungo periodo.

8. Queste potrebbero essere le basi da cui ripartire. Un’utopia? Si spera di no, quantomeno perché siamo in tanti a volere che il mondo del pallone si riprenda. Non solo per la passione che caratterizza il nostro Paese, ma perché si tratta di un settore economico rilevante, e di una vetrina di presentazione dell’Italia nel mondo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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