Il Calcio, specchio socio-culturale di una società in declino

04/01/2013 di Andrea Viscardi

italia-figcQuello considerato, almeno per seguito, lo sport nazionale, non perde occasione per far discutere, dentro e fuori dal campo. Da una parte, a far parlare di sé, è il comportamento dei tifosi, riflesso di una tribù sociale rappresentante parte della popolazione italiana. Dall’altra, invece, vi è il comportamento di chi, il calcio, dovrebbe regolarlo, ripulirlo, renderlo, per quanto possibile, modello di esempio davanti a una società allo sbando e in declino.

Il primo, più immediato e spregevole fenomeno in tal senso, che colpisce entrambe queste dimensioni è quello del razzismo. Ieri, durante l’amichevole Pro Patria – Milan, il giocatore rossonero Boateng, dopo ripetuti e continui “bu”, ha reagito calciando la palla contro i colpevoli. Il Milan ha quindi abbandonato il campo. Quello che stupisce, sin da subito, sono le reazioni che si sono raccolte nelle successive ore, sia da parte dei dirigenti del Calcio che da parte dei semplici cittadini.

Tra i primi si annovera Giancarlo Abete – tre legislazioni come deputato della DC e presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio dal 2007 – il quale, condannando l’episodio, si è dimenticato, forse, quanto poco abbia fatto lui stesso per espellere tale fenomeno dagli stadi italiani. Sebbene negli ultimi cinque anni, in Europa, l’Italia sia stata tra i Paesi con più fenomeni razzisti a livello sportivo, nessuna partita è stata sospesa come, invece, prevedono le direttive Uefa. Prendendo ad esempio la serie B, infatti, i casi si sprecano ogni domenica, senza portare, mai, a qualcosa di più di semplici multe. Questo avviene, regolarmente, a Verona. Nessuna sospensione dunque, poca pubblicità dell’accaduto, pene irrisorie per le società. Giocare, sempre e comunque, per lo spettacolo e per le pay tv. Il risultato? Gli italiani iniziano a giustificare il razzismo stesso.

Già, perché, nelle ore successive al gesto di Boateng, le reazioni si sono sprecate. Leggendo i commenti sui siti sportivi italiani, si leggono “vergognati” indirizzati al giocatore del Milan, chi accusa i rossoneri di ipocrisia, chi invoca la squalifica del giocatore sino ad arrivare alle dichiarazioni ufficiali del presidente della Pro Patria che, pur condannando l’accaduto, si focalizza di più a  giudicare la reazione di Boateng come inadeguata ed eccessiva per un professionista.

Eccoci, allora, al primo esempio del caso Italia. Un fenomeno diffuso da anni, oramai ignorato dai media se non in occasione di eventi di particolare importanza, snobbato dalla Federazione, sempre pronta a condannare ma mai ad affrontare il problema, giudicato come “virale” dalle Società di Calcio e oramai preso a dato di fatto da molti dei cittadini, assuefattisi al fenomeno. Insomma, lo specchio perfetto, in un microsistema, di quelli che sono, a livello nazionale, i problemi che affliggono l’Italia da almeno mezzo secolo.

Il Calcio come specchio della nazione quindi, una nazione incapace, nella maggior parte dei casi, di reagire a molti fenomeni negativi, siano essi sociali o culturali. Chi avrebbe il potere di fare qualcosa dall’alto è sempre più distaccato, nascosto in vetta a un nuovo monte Olimpo dal quale, camuffandosi di volta in volta, si preoccupa concretamente dei problemi non economici della nazione sempre più di rado, dimenticandosi che lo Stato, l’Italia, non può essere solo spread, bund e btp. Dall’altro i cittadini, oramai sconsolati, anzi, passivi, per non dire in parte ignoranti, non trovano la forza per far sentire la propria voce, e continuano ad osservare lo spettacolo, oramai quasi indifferenti della degradazione di buona parte della società.

Quando poi s’incrociano politica, calcio e potere, si hanno episodi ancora più emblematici, quasi grotteschi, come avvenuto nel capoluogo piemontese tra il silenzio generale. Laddove 180 mila metri quadri di terreno comunale sono stati ceduti alla misera cifra di 10,5 milioni a una nota società sportiva, la quale, oltre a campi di allenamento, costruirà cinema, residenze di lusso e quant’altro. Il prezzo è rimasto praticamente invariato anche nel momento in cui i metri quadri edificabili sono passati da 6 a 12 mila. Tutto questo dopo le agevolazioni avute per la costruzione del nuovo stadio (60 milioni di mutui dal Credito Sportivo, quindi soldi pubblici), la cui area, circa 300 mila metri quadri, era stata venduta a meno di 1 euro al metro quadrato. Poco importa che Torino sia la città più indebitata d’Italia, quando c’è di mezzo il calcio.

Su questo punto, il macro-paragone mi sembra superfluo, essendo (purtroppo) evidente agli occhi di tutti.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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