Calabria: loggia massonica sospesa per mafia

17/11/2013 di Luca Tritto

Il provvedimento del Grande Oriente d'Italia colpisce il gruppo di Gerace

Calabria, Massoneria, Loggia chiusa per Mafia

Sono decenni che se ne parla, eppure numerose inchieste e inquietanti circostanze non avevano ancora portato a questo. Il Gran Maestro del GOI, Gustavo Raffi, ha notificato un provvedimento di sospensione a tempo indeterminato delle attività indirizzato alla loggia massonica “Rocco Verduci” di Gerace, Provincia di Reggio Calabria.

Una decisione epocale, mirata a far luce su irregolarità e strani legami dei confratelli con ambienti riconducibili alla criminalità organizzata locale. La Locride, si sa, è una delle zone con il più alto tasso di presenza mafiosa di tutta la Calabria, luogo di origine delle più feroci e potenti ‘Ndrine, come i Costa, i Commisso, i Cataldo e i Cordì, senza dimenticare le vicine Africo e San Luca, veri e propri santuari della ‘Ndrangheta.

Gerace, Calabria, Loggia Massonica chiusa per mafia
Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’ItaliaMas

Le ragioni – In base a quanto reso noto dal GOI, nella loggia di Gerace è emerso un “possibile inquinamento di carattere malavitoso, gravi inadempienze e carenza assoluta di cautele”. Il tutto nasce da una segnalazione fatta al Gran Maestro Raffi, il quale ha inviato un suo incaricato con il preciso compito di verificare la correttezza delle procedure utilizzate nella cooptazione dei fratelli muratori, oltre l’approfondimento dei rapporti con alcuni soggetti non ritenuti idonei a frequentare il Tempio, alcuni dei quali non hanno neanche visto formalizzata la propria affiliazione.

Pericolosi legami – Quello tra ‘Ndrangheta e Massoneria, è un rapporto che risale alla notte dei tempi. Partiamo da un primo elemento: il rituale di affiliazione per gli ‘ndranghetisti. In base agli studi effettuati da linguisti e accademici, le lunghe ed arcane formule necessarie alla purificazione ed affiliazione di un uomo nell’universo malavitoso calabrese, pare abbiano mutuato la struttura dagli antichi codici massonici, appresi durante i comuni periodi di detenzione tra criminali e patrioti nel frangente risorgimentale, quando questi ultimi erano in larga parte appartenenti alle logge. Un secondo elemento di comunanza è la gerarchia delle strutture, entrambe frazionate e variegate in base a gradi e meriti degli affiliati. Dunque, non si vuole far qui una esposizione specifica delle analogie e delle differenze di queste organizzazioni, poiché già molto è stato detto e non è la sede adatta. Tuttavia, è bene tener conto di questi elementi per capire i successivi sviluppi.

La guerra e la Santa – E’ nei primi anni 70, dopo i Moti di Reggio Calabria, che all’interno dei clan calabresi si inizia a discutere un argomento di fondamentale importanza per la storia della ‘Ndrangheta: l’ingresso nella Massoneria. Le antiche leggi, dicevano che gli uomini d’onore non avrebbero mai dovuto avere rapporti con i rappresentanti dello Stato. Le nuove leve, invece, capeggiate dai fratelli De Stefano del quartiere Archi di Reggio Calabria, spingevano per rivedere questo modus operandi, evidenziando la necessità di cambiare pelle ed entrare nei grandi affari, come gli appalti, la droga e il controllo della politica. L’unico modo per farlo, l’unico tramite, era rappresentato dalle logge massoniche, dove poter incontrare politici, imprenditori, amministratori pubblici, magistrati e forze dell’ordine. Schierati contro di loro, a difesa delle vecchie regole, stavano i tre più grandi Mammasantissima della criminalità organizzata calabrese: Don Mico Tripodo, boss di Reggio, Don Antonio Macrì, boss di Siderno, con legami in Canada e Australia, e

Don Mommo Piromalli, capostipite di uno dei casati più potenti nel panorama mondiale delle Mafie, operante a Gioia Tauro e nella Piana. La guerra fu inevitabile, un’ occasione non solo per la storia criminale, ma per uno scontro generazionale troppo a lungo sopito. Nel 1975 cadde Antonio Macrì, crivellato a Siderno dopo una partita di bocce. Il 26 agosto 1976 toccò a Mico Tripodo, accoltellato nel carcere di Poggioreale a Napoli, su ordine di Raffaele Cutolo, il boss della NCO, alleato di Paolo De Stefano. Tra il 1974 e il ’77, morirono 233 persone. Si salvò, invece, Mommo Piromalli, l’unico ad avere la lungimiranza di adattarsi al corso degli eventi. Fu lui, insieme ai De Stefano ed ai vincitori della guerra, a stabilire l’inizio dei rapporti con la massoneria tramite un nuovo organo della ‘Ndrangheta: la Santa. Ai numerosi gradi gerarchici dell’organizzazione, si aggiungeva questo nuovo livello, i cui membri avevano – come tuttora – il diritto di relazionarsi con lo Stato, aderendo appunto alle logge. Inoltre, potevano avere rapporti confidenziali con le forze dell’ordine senza, però, passare per infami, in quanto il fine ultimo era di preservare i livelli superiori della struttura. Particolare inquietante, i membri della Santa giurano non più su Osso Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari Cavalieri spagnoli fondatori delle Mafie, bensì su Mazzini, Garibaldi e La Marmora, di cui due Generali – dunque Stato – e, soprattutto, tre massoni, riunendosi solo durante le notti stellate, in quanto si ritengono stelle del firmamento ‘Ndranghetistico, e non in più di sette membri, numero massimo di santisti previsti per ogni Locale di ‘Ndrangheta.

Le conseguenze – Questo grande abbraccio ha cambiato per sempre il modo di operare delle ‘Ndrine, ora aperte agli affari con la politica e lo Stato. Appalti, elezioni, affari di ogni tipo, vedono gli uomini d’onore affiancati da una miriade di professionisti collusi o conniventi, agganciati appunto all’interno delle logge. Ovviamente, non tutti furono d’accordo tra i massoni. L’Avvocato generale dello Stato, Francesco Ferlaino, denunciò queste intromissioni della ‘Ndrangheta nella Massoneria, motivo per cui fu assassinato nel 1975 a Lamezia Terme. Un delitto per il quale non sono stati individuati mandanti ed esecutori materiali.

Il fatto che il Grande Oriente d’Italia decida di intervenire per far luce su questi gravissimi ed inquietanti rapporti, è un segnale unico ed inequivocabile. Già le inchieste del giudice Agostino Cordova provarono ad intaccare questo tipo di commistioni, ma forse non tutti – o nessuno – erano favorevoli a rompere questo abbraccio. Chiaramente, ciò non significa che i membri della Massoneria calabrese siano per forza collusi con la mafia, anzi. Tuttavia, i numeri riguardanti le iscrizioni e le richieste di adesione alle logge, che mettono la Calabria al terzo posto nella graduatoria nazionale, dovrebbero far riflettere.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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