The Butler – La libertà è ancora lontana

21/01/2014 di Jacopo Mercuro

The Butler (2013) Forest Whitaker

“Gli americani chiudono sempre un occhio su quello che hanno fatto al loro popolo. Guardiamo il resto del mondo e giudichiamo. Sentiamo parlare dei campi di concentramento ma quei campi ci sono stati per ben 200 anni anche qui, in America” – Cecil Gaines (Forest Whitaker)

Da un articolo del Washington Post, scritto dal giornalista Will Haygood, nasce il film evento che racconta, in forma romanzata, la carriera di Eugene Allen, maggiordomo statunitense di origini afroamericane che, per trent’anni, ha lavorato all’interno della casa bianca.

The ButlerNella pellicola il nome di Allen è stato cambiato in Cecil Gaines, interpretato in modo egregio da Forest Whitaker. Cecil è il figlio di due schiavi che lavorano in una piantagione di cotone nella Georgia degli anni 20. Dopo aver assistito all’uccisione del padre, per mano di uno dei padroni, Cecil, viene tolto dai campi e fatto lavorare all’interno dell’abitazione come domestico, dove gli viene insegnato ad essere un servitore educato e discreto. Deciso ad inseguire una vita migliore, lascia la casa in cui è cresciuto per trasferirsi a Washington, qui sposa Gloria Gaineds (Oprah Winfrey), con la quale avrà due figli. Nei primi anni lavora alle dipendenze di un importante hotel del luogo, è in questo periodo che Cecil viene notato dall’addetto all’assunzione del personale domestico della casa bianca. Stupito dal modo in cui il cameriere svolge i sui compiti decide di assumerlo. All’interno della casa bianca Cecil si comporta in modo impeccabile, riuscendo a conquistare stima e fiducia dei sette presidenti che si susseguono negli anni in cui presta servizio. Ciò nonostante, a causa della lontananza da casa, comincia perdere gli affetti della propria famiglia. Il maggiordomo, all’interno del 1600 di Pennsylvania Avenue, vive una realtà ovattata, accorgendosi di ciò che accade fuori solo tramite la televisione e le parole dei presidenti che serve. Negli Stati Uniti sono anni complicati, la lotta per i diritti civili e la successiva guerra in Vietnam sconvolgono l’equilibrio del paese. Cecil, troppo impegnato nel suo lavoro vive solo di riflesso quello sta accadendo, non accorgendosi che il mondo sta cambiando e lui sembra essere rimasto alla rassegnazione dei campi di cotone. Al contrario, il primogenito, figlio di una nuova generazione, crede nella conquista dei diritti civili a favore del popolo afroamericano. Il ragazzo passa la propria vita a lottare per il proprio credo, scontrandosi con l’ottusità primitiva dei bianchi, allontanandosi sempre di più dal padre.

Per la gioia di Spike Lee, molto critico in passato affermando che solo un afroamericano avrebbe restituito la giusta chiave di lettura ad un opera incentrata sulla schiavitù dei neri, la regia è stata assegnata a Lee Daniels. L’artista afroamericano tratta un tema che ha segnato le sue origini, riuscendo a cogliere a pieno molti aspetti della crudeltà che il suo popolo ha dovuto subire in anni non troppo lontani dai nostri. Da sempre Daniels, in questo molto simile a Lee, ha lavorato in storie drammatiche in cui il nucleo centrale era il conflitto razziale tra bianchi e neri. In The Butler, attraverso la vita di Cecil, ripercorre la storia degli Stati Uniti, partendo dalle insanguinate piantagioni di cotone fino ad arrivare all’elezione di Barack Obama, primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti d’America. Non occorrono grandi sforzi tecnici e stilistici dietro la macchina da presa, il film, a tratti con ritmi molto lenti, è una sorta di documentario capace di riportare alla luce giorni di enormi conflitti e spaccature.

Hollywood, nell’ultimo anno, è tornato più volte a parlare di schiavitù, con Lincoln di Spielberg, Django di Tarantino e 21 anni schiavo di Steve McQueen gli statunitensi sembravo prendere sempre di più coscienza delle pagine che loro stessi hanno scritto. Daniels riesce più di tutti a cogliere il segno. Una critica sociale rafforzata dalle parole affidate a Cecil sul finale, la continua necessità che hanno gli statunitensi di guardare e giudicare orrori lontani, dimenticandosi con troppa superficialità o comodità delle terribili pagine scritte da loro stessi. Il regista, accecato dalla menzogna a stelle e strisce, lascia intendere come gli Stati Uniti siano finalmente divenuti uno stato civile e liberale con l’elezione dell’ultimo presidente in carica. Questo “non dimentichiamo, ma finalmente è finita” è a mio avviso l’errore più grande. Allontanandosi dalle crudeltà del passato, gli Stati Uniti, continuano ad essere un paese di enormi contraddizioni e paradossi. La domanda, cadendo probabilmente in un semplice quanto lecito qualunquismo, è: si può davvero proclamare libertà e democrazia portando nel mondo guerra e violenza?

The following two tabs change content below.

Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
blog comments powered by Disqus