Il Burundi sull’orlo della guerra etnica

30/04/2016 di Michele Pentorieri

Le proteste contro la ricandidatura di Nkurunziza sono degenerate. Il Presidente cerca di trasformare un conflitto politico in uno etnico, facendo appello alla sua identità hutu. Sul Paese aleggia lo spettro della pulizia etnica.

Burundi

A circa un anno dall’inizio delle proteste contro il Presidente Nkurunziza, la situazione in Burundi è sull’orlo di una pericolosissima guerra civile e -probabilmente- etnica. Tutto ha inizio ad Aprile 2015: Nkurunziza, nonostante la Costituzione vieti espressamente che un Presidente possa ricoprire più di due mandati, rompe gli indugi e afferma di volersi candidare una terza volta. La sua prima elezione (2005) è avvenuta per via parlamentare a causa dell’ancora precaria pace post-guerra civile, quindi il popolo di fatto in quell’occasione non fu interpellato. Questo basterebbe, per il Presidente burundese, a legittimare la sua pretesa di concorrere per un terzo mandato. Il pretesto ha fatto sorridere persino Mugabe (sic), che ha fatto notare a Nkurunziza come la particolare fattispecie non gli abbia impedito di governare per 5 anni. La Corte Costituzionale non ha osato opporsi al Presidente (uno dei giudici ha rivelato che tutti i membri dell’organo sono stati minacciati) e le violenze sono scoppiate a seguito di un fallito colpo di Stato per impedire le elezioni-farsa. Che si sono tenute il 21 Luglio scorso decretando -anche a seguito del boicottaggio dei partiti d’opposizione- un plebiscito a favore del Presidente.

Da quel momento, è stata un’escalation di violenze: le manifestazioni pacifiche e che contavano tra le proprie fila sia hutu che tutsi sono state duramente represse dalla polizia. Gli omicidi e le torture sono diventati pratiche comuni che hanno interessato dapprima personaggi politici, attivisti e giornalisti, ma che oramai coinvolgono anche la società civile. Nel 2015 almeno 250.000 persone sono fuggite dal Paese e le organizzazioni umanitarie denunciano la fuga di un migliaio di persone al giorno nei primi 4 mesi del 2016, soprattutto verso la vicina Tanzania. Ovviamente, la fuga è tutt’altro che agevole: il Presidente spera che, riuscendo a contenere l’emorragia di profughi verso Stati limitrofi, l’attenzione già blanda della comunità internazionale possa svanire del tutto. Ecco perché la tortura si sta sempre più affermando come pratica deterrente per i potenziali fuggitivi. Qualora riuscissero ad attraversare il confine, le condizioni che attendono i rifugiati in Tanzania sono tutt’altro che rosee: campi profughi allo stremo, drammatica mancanza di acqua e cibo e condizioni sanitarie molto precarie, oltre al rischio di aggressioni sessuali corso da donne e bambini.

Ma la vera svolta sta avvenendo in questi giorni. Come detto le proteste, di cui ci eravamo a suo tempo occupati qui, erano cominciate in maniera pacifica e potevano, a loro modo, essere viste come espressione di una società in via di maturazione, pronta a difendere gli ideali democratici mettendo da parte le divisioni tribali. Tuttavia, Nkurunziza sta sempre più facendo appello alla sua identità hutu (maggioranza nel Paese) per cercare di spostare il conflitto da un piano politico -dove ha trovato una feroce opposizione- ad un piano etnico. Lo spettro di una guerra etnica in Burundi, insomma, si sta concretizzando sempre di più e si sta assistendo alla riproposizione della medesima agghiacciante retorica utilizzata nel vicino Ruanda nel 1994. Ciò che più fa rabbrividire è la riproposizione degli stessi identici termini.  Révérien Ndikuriyo, Presidente del Senato, ha invitato i sostenitori del governo a “mettersi al lavoro” contro i tutsi burundesi, definiti “scarafaggi”. Esattamente il medesimo tentativo di spersonalizzazione attuato nel ‘94 dagli estremisti hutu ai danni dei tutsi in Ruanda.

Di fronte allo spettro del genocidio, vani sono stati gli appelli delle organizzazioni umanitarie operanti nell’area. L’Unione Africana aveva paventato l’ipotesi di mandare 5.000 soldati per placare le rivolte, ma è tornata sui suoi passi di fronte al parere negativo di Nkurunziza. L’ONU dispone di 19.000 caschi blu in Repubblica Democratica del Congo, ma il palazzo di vetro non sembra particolarmente interessato alla questione. Così come non sembra interessato il Belgio, legato al Paese dal passato coloniale e responsabile esso stesso, in ossequio alla pratica del divide et impera, di quella cristallizzazione della società ruandese e burundese in due etnie (le quali, fino alla concessione del mandato coloniale da parte della Società delle Nazioni, convivevano in maniera assolutamente pacifica sposandosi regolarmente fra loro) che tanti danni ha prodotto.

Il panorama aberrante fatto di torture, omicidi e richiami sempre più forti all’identità etnica sembrerebbe il preludio al baratro della pulizia etnica. L’unica, flebile, speranza è per ora riposta nei partiti d’opposizione hutu, che non sembrano minimamente intenzionati a seguire il Presidente nel suo delirio ed utilizzare i tutsi come capro espiatorio. Ciò non assicura, tuttavia, che alcuni strati della popolazione hutu siano immuni ai richiami di Nkurunziza e non decidano di far rivivere a quella parte di Africa, 22 anni dopo, l’incubo della pulizia etnica.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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