Burundi, migliaia di profughi nell’indifferenza internazionale

23/05/2015 di Michele Pentorieri

Non si placano le manifestazioni contro il Presidente Nkurunziza, mentre sono già in più di 100.000 ad aver lasciato il Paese. Dopo decenni di conflitti etnici, tuttavia, stavolta le rivendicazioni sono di carattere democratico.

Burundi

Uno Stato appena più grande della Sicilia, con una popolazione di 9 milioni e mezzo di abitanti e con un indice di sviluppo umano tra i più bassi al mondo vive in questi giorni un clima di forti tensioni. Il Burundi, lontano anni luce da qualsiasi interesse geopolitico ed economico e, per questo, fuori dai radar della comunità internazionale e dei media, sta sperimentando forme embrionali di rivendicazioni democratiche da parte della sua società civile. Il bilancio delle proteste parla finora di decine di morti e più di 100.000 profughi. A preoccupare sono soprattutto le condizioni igieniche e alimentari di coloro che scappano dal Paese e un’epidemia di colera diffusasi in un campo profughi ha già mietuto 33 vittime.

Il motivo delle proteste riguarda la condotta dell’attuale Presidente Nkurunziza, che pretende di candidarsi ad un terzo mandato in occasione delle prossime elezioni del 26 Giugno, nonostante la Costituzione del 2005 vieti espressamente ad un Presidente di ricoprire più di 2 mandati. La tesi di Nkurunziza è che il primo mandato non è da inserire nel computo poiché conferitogli per via parlamentare e non elettorale. Approfittando dell’assenza dal Paese del Presidente, impegnato in un summit internazionale, il generale Niyombare ha cercato di prendere il potere, secondo il più classico dei cliché africani. Il tempestivo ritorno del Presidente nel Paese e lo scarso sostegno dei militari all’iniziativa di Niyombare, tuttavia, hanno fatto si che il golpe non potesse concretizzarsi.

Il piccolo Paese africano ha raggiunto l’indipendenza nel 1962, dopo essere stato sottoposto al dominio tedesco prima e belga poi. Nel 1966 il Re Ntare V venne deposto dal generale Michel Micombero, esponente dell’etnia tutsi, minoritaria nel Paese. Gli anni seguenti si caratterizzarono per una feroce repressione nei confronti della maggioranza hutu, desiderosa di una qualche forma di condivisione del potere. Il bilancio di quegli anni è di più di 100.000 vittime. All’inizio degli anni ’90 il Presidente Pierre Buyoya decretò l’istituzione delle prime elezioni multipartitiche che videro vincitore, com’era prevedibile, il partito degli hutu. L’assassinio del Presidente hutu Ndadaye nel 1993 e del suo successore Ntaryamira l’anno dopo innescarono nuove ondate di scontri violentissimi. Nel 2005 è stata varata una Costituzione che assegna le cariche istituzionali per il 40% ai tutsi e per il 60% agli hutu.

Le proteste di questi giorni, tuttavia, non sono espressione di un conflitto etnico tra le due opposte fazioni. A scendere in piazza sono stati appartenenti sia all’una che all’altra etnia, accomunati dalle aspirazioni democratiche. Particolarmente duri sono gli scontri nella capitale Bujumbura, dove i militari continuano a sparare ad altezza uomo. Nel frattempo, OXFAM denuncia il bisogno di acqua pulita e di materiale igienico per far fronte all’emergenza sanitaria creatasi con l’istituzione di campi profughi di fortuna. Il Presidente Nkurunziza parla di Paese pacificato e sicuro, chiedendo ai profughi di fare ritorno in patria. Molte, infatti, sono state le persone che hanno lasciato il Paese per la vicina Tanzania o per altri Stati limitrofi. Ciò che rassicura i leader europei e che concorre alla permanenza di un sentimento di indifferenza o addirittura di ignoranza nei confronti del fenomeno è che, di fatto, quest’esodo non avrà nessun impatto sul Vecchio Continente. La lontananza dalle coste del Mediterraneo e i numerosi Stati che si frappongono ad esse costituiscono un deterrente più che sufficiente per i burundesi.

Le manifestazioni, se ci si limita ad un piano superficiale, sembrano espressione della solita instabilità che flagella soprattutto quella parte dell’Africa. Ruolo di primo piano dell’esercito, generali  pronti a soffiare la poltrona al Presidente non appena ne hanno l’occasione e spaccature etniche sono elementi fin troppo –tristemente- noti da quelle parti. Eppure la condotta dei manifestanti, seppure ben distante dall’essere moderata e pacifica, rivela alcuni punti di interessante novità. L’elemento notevole è che il Presidente è riuscito a mettere d’accordo hutu e tutsi, che hanno superato il loro livore unendosi nella comune battaglia contro Nkurunziza. Per questo motivo, le rivendicazioni della protesta non sono dettate da conflitti etnici o da interessi particolari. Quello che molti burundesi chiedono è il semplice rispetto della Costituzione. Le lotte, quindi, sono passate da un piano etnico ad uno politico, evidenziando se non una piena coscienza democratica almeno un vago sentimento di giustizia che alberga nei manifestanti. Non ci sono garanzie sul futuro della democrazia burundese e non è escluso che la lotta si radicalizzi. Di sicuro, dopo le proteste nei confronti della legge omofoba del 2008 (poi ritirata) e le manifestazioni di denuncia nei confronti dei presunti brogli in occasione dell’elezione di Nkurunziza del 2010, la società civile si sta dimostrando perlomeno sensibile al rispetto della Costituzione. E’ evidente che parlare del Burundi come di una democrazia consolidata è un’esagerazione. E’ altresì da registrare, tuttavia, un certo attivismo della società civile che, sebbene ancora da smussare nelle sue espressioni, fa ben sperare per il futuro del Paese.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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