Le vie dei canti, Bruce Chatwin in Australia

10/12/2015 di Nicolò Di Girolamo

L’opera di cui parleremo quest’oggi è una delle ultime dello "scrittore vagabondo", Bruce Chatwin, e si intitola Le vie dei canti. Sebbene il romanzo sia ambientato in Australia l’argomento principale è l’investigazione dei popoli nomadi in generale e della loro esistenza.

Bruce Chatwin

Bruce Chatwin, a quanto aveva appreso dai racconti della nonna, era l’ultimo nato di una famiglia composta per metà da tranquilli e benestanti borghesi e per metà da inquieti girovaghi incapaci di condurre una vita comune, imperniata su un domicilio fisso, e del tutto estranei ai concetti di patria e di focolare domestico.

Ben presto si sarebbe accorto quale fosse il suo posto tra queste due tipologie, infatti divenne, già in giovane età, il più famoso scrittore di viaggi della sua generazione. Un giorno alla redazione del giornale presso cui lavorava arrivò una lettera di dimissioni accompagnata dalle seguenti parole: Sono andato in Patagonia. Da quella lettera ebbe inizio un incredibile, inconcepibile, assurdo viaggio senza fine, senza ordine ma ornato da alcuni dei più affascinanti ed esotici romanzi di tutto il 1900. In quelle parole di congedo si riconoscono incredibilmente le principali caratteristiche dello scrittore: lo stile asciutto, lapidario e l’assoluta mancanza di spiegazioni per i suoi gesti. Sembra quasi che Chatwin scriva solo per concretizzare e dare forma a ciò che avviene nella sua vita, altrimenti troppo surreale per essere compreso.

L’opera di cui parleremo quest’oggi è una delle ultime scritte dallo scrittore vagabondo e si intitola Le vie dei canti. Sebbene il romanzo sia ambientato in Australia l’argomento principale è l’investigazione dei popoli nomadi in generale e della loro esistenza.

‘La domanda a cui cercherò di rispondere è la seguente: ‘Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?.’

Quest’opera appare come un tentativo da parte di Chatwin di comprendere le ragioni profonde della propria inquietudine. Ma com’era facile immaginare, la lettura – come forse anche la scrittura –  di questo romanzo non fanno che alimentare la proliferazione di una moltitudine di domande, pittosto che fornire risposte. Ciò in gran parte sembra essere dovuto all’ambientazione.

L’Australia che ci descrive lo scrittore inglese è un luogo mistico, caotico e terrificante a suo modo. Un ambiente incredibilmente inospitale, capace di consumare, logorare e frustrare qualsivoglia tentativo di colonizzazione, e di preservare al contempo una popolazione indigena dai costumi pressoché incomprensibili ma incredibilmente affascinanti.

In base a ciò che ci racconta lo scrittore sembra che questa terra rifiuti gli ospiti stranieri, rendendoli ombre di sé stessi, mentre preserva il proprio popolo dalle più devastanti calamità. Nulla scuote gli indigeni, né le epidemie arrivate con gli occidentali, né gli stermini nè le devastazioni dei luoghi sacri: essi continuano a vivere semplicemente, ricercando l’assoluta povertà che gli è stata compagna per migliaia e forse milioni di anni.

La cultura aborigena non ha, nel suo cammino, portato allo sviluppo di particolari capacità artigianali o dato vita a immense opere architettoniche, bensì ha sviluppato una capacità di sopravvivenza incredibile e un enorme corpus letterario interamente tramandato oralmente.

Ciò che più affascina di questa sconfinata mitologia è che essa abbia anche uno scopo molto pratico: pare infatti che gli interminabili walkabout, i pellegrinaggi, si possano compiere solo conoscendo gli antichi canti che forniscono loro le indicazioni per proseguire il viaggio. Essi raccontando come è stata creata la terra dagli Antenati, nel remoto Tempo del sogno, e permetterebbero di riconoscere qualunque paesaggio, qualunque gruppo di rocce, in quanto legato alla particolare avventura dell’antenato in questione. Così nessun erede di questa tradizione millenaria potrebbe perdersi seguendo le orme del Dingo o della Lucertola, perché nulla è cambiato dal Tempo del Sogno.

Non è meraviglioso immaginare la letteratura come un metodo per comprendere ciò che ci circonda e –soprattutto – per non perderci mai?

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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