La BRICS Development Bank: un nuovo modello di sviluppo

18/07/2014 di Vincenzo Romano

BRICS Development Bank

La nascita della BRICS Development Bank. Con la Dichiarazione di Fortaleza dello scorso 15 luglio, i leader dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) si sono impegnati per la creazione di una nuova Banca per lo Sviluppo: la BRICS Development Bank. Il progetto per l’istituzione di tale Banca è nato in seguito al Vertice di Durban, tenutosi nel marzo 2013, con la prospettiva della creazione dell’istituto nel 2015. È stato previsto un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari con un Fondo Comune di Emergenza da 100 miliardi. Il nuovo istituto dovrebbe disporre di riserve in divisa e di fondi di finanziamento per i progetti di sviluppo, di una propria agenzia di rating, di un proprio sistema finanziario e di un collegamento di banda larga per lo scambio di dati. L’obiettivo principale, dichiarato sin dall’inizio del vertice e formalizzato poi nel comunicato finale, è quello di creare una struttura finanziaria alternativa alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale, riprendendone però la struttura e lo spirito.

Gli obiettivi. Tra gli obiettivi perseguiti dal nuovo istituto vi saranno anche quelli del rafforzamento della cooperazione economica tra i membri ed il potenziamento dei rapporti multilaterali di questi con paesi esterni. La sede legale della Banca sarà a Shanghai, in Cina, principale azionista dell’istituto. All’India è stata affidata la prima presidenza della Banca; alla Russia la presidenza del Board of Governors; al Brasile quella del Board of Directors; il Sud Africa è riuscito ad ottenere l’istituzione di una succursale africana della Banca.

Summit Fortaleza BricsLe ripercussioni. Le ripercussioni internazionali di una simile iniziativa possono essere facilmente intuibili. L’istituzione di una Banca per lo Sviluppo ad opera delle principali potenze emergenti (sarebbe meglio usare il participio passato: “emerse”) può provocare delle fortissime tensioni economiche a livello internazionale, in particolare tra queste ultime e quelle sviluppate. L’esordio di una tale istituzione finanziaria potrebbe essere anche causa di un nuovo corso monetario, che metterebbe ulteriormente in discussione il sistema di Bretton Woods del 1944, già indebolito nel 1972 dalla svolta nella politica di cambio monetaria inaugurata da Nixon.

I dati. Analizzando i dati aggregati si possono ricevere ulteriori informazioni sulla portata dell’istituzione di una Banca di Sviluppo sostenuta dai Paesi BRICS. Attualmente essi detengono una quota PIL pari ad un quarto di quella mondiale: 2.252 miliardi di dollari il Brasile, 2.029 miliardi di dollari la Russia, 1.876 miliardi di dollari l’India, 8.358 miliardi di dollari la Cina e 384 miliardi di dollari il Sud Africa[1]. Detengono inoltre il 70% dei beni mondiali dei fondi sovrani, nonché uno stock di riserve valutarie che messe assieme arriverebbero ai 4.400 miliardi di dollari. I loro scambi commerciali rappresentano i 16,8% del commercio mondiale, ed i flussi commerciali intra-BRICS raggiungono i 282 miliardi di dollari[2], che potrebbero raddoppiare entro il 2015 secondo le previsioni di Goldman Sachs e del Fondo Monetario Internazionale.

Le tappe precedenti. La Banca per lo Sviluppo è però il risultato di un più lungo processo di cooperazione tra i paesi BRICS che è stato interessato da precedenti accordi internazionali finalizzati al finanziamento di progetti di sviluppo. Il primo di questi è stato un Accordo di cofinanziamento per la costruzione di alcune infrastrutture in Africa, nell’ambito dell’implementazione di progetti di sviluppo sostenibile. Un secondo accordo internazionale ha avuto come obiettivo la costituzione di un nuovo Consiglio per gli affari dei BRICS, composto da 5 membri ciascuno, che si riunisce a cadenza biennale e che ha come scopo la promozione, collaborazione ed il dialogo per il rafforzamento delle relazioni commerciali, lo scambio ed il trasferimento di competenze tecnologiche ed infine la cooperazione nel settore bancario, della green economy, della produzione e dell’industrializzazione.

I nodi da sciogliere. Il progetto della Banca di Sviluppo è però sottoposto ad alcune criticità. In primis le forti differenze che si possono riscontrare tra le cinque economie di natura culturale, ambientale, politica e geografica (basti solo pensare che Russia e Cina sono paesi nei quali la democrazia è totalmente inesistente; gli altri, nonostante l’impianto istituzionale democratico, hanno forti problemi di stabilità politica). Inoltre vi sono forti rivalità economiche tra di essi. Nonostante vi siano segnali che vanno nella direzione di una forte vicinanza tra Cina e Brasile, legata soprattutto agli scambi di materie prime brasiliane contro gli investimenti cinesi in infrastrutture, e nonostante il recente accordo sino-russo per la fornitura di gas e petrolio da parte della Russia, resta tuttavia il rischio che la Cina tenti di prevalere sugli altri paesi, instaurando un rapporto di sudditanza dovuto alla stazza dell’economia del gigante asiatico.

La rivalità sino-russa. In tale prospettiva appare del tutto palese come le relazioni tra Russia e Cina (nonostante la similitudine istituzionale tra i due paesi) possano, in un futuro non troppo lontano, deteriorarsi a causa del predominio vantato da entrambe le potenze nell’area centro asiatica. In quest’ottica neanche la Shanghai Cooperation Organization potrebbe fornire un argine alle rivalità tra le due potenze. Ancora. Il Sud Africa (così come buona parte dell’Africa sub-sahariana) è tornato ad essere oggetto di contesa per le altre economie emergenti, sempre a caccia di risorse e di nuove opportunità economiche per le loro merci, a tutto svantaggio delle comunità locali, labilmente difese dal governo, e del patrimonio ambientale. La Cina, ancora una volta, risulta essere leader per investimenti nel Sud Africa, con un portafoglio di attività che va dalla costruzione di infrastrutture fino al trasferimento di tecnologia low cost, passando per il settore agricolo e quello minerario.

L’India ed il Brasile. Per l’India, che è soggetta ad un crescente deficit commerciale e un’alta inflazione (quest’ultima comune ai 5 paesi), la Banca per lo Sviluppo rappresenterebbe un canale adatto all’acquisizione di nuovi finanziamenti. Per il Brasile, invece, l’istituzione di nuovi fondi destinati a progetti per la costruzione di infrastrutture, accelererebbe ed intensificherebbe un percorso già intrapreso.

Una conclusione (provvisoria). La Banca per lo Sviluppo dei BRICS si colloca in primis come un evidente oppositore del sistema finanziario occidentale. Le istituzioni di Bretton Woods (World Bank e IMF) hanno per loro stessa natura portato alla marginalizzazione dei paesi emergenti attraverso il sistema di sottoscrizione di azioni, che di fatto estromette i PVS nel processo decisionale. È del tutto evidente che, dati i numerosi punti di debolezza strutturale che ha, il nuovo organismo non riuscirà ad esercitare un’influenza determinante nel breve-medio periodo, ma il forte dibattito che si è aperto all’interno dei PVS almeno dal 2012 (come il G20 di Los Cabos, quando fu discussa la possibilità di stabilire un Accordo di Riserva Contingente tra i cinque Paesi), nonché i primi round di negoziazione come quello di Durban del 2013 rappresentano un sfida politica ed economica ormai avviata ed irreversibile.

 


 

[1] I dati fanno riferimento al 2012. Le fonti sono la Economic Intelligence Unit ed il Fondo Monetario Internazionale.

[2] Dati del 2012.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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