Brexit: quali prospettive per l’agroalimentare italiano?

04/07/2016 di Lucio Todisco

Quali cambiamenti ci potranno essere per l’agroalimentare italiano dopo Brexit? Con il referendum che ha sancito la vittoria del “leave”, la politica commerciale del Regno Unito inevitabilmente cambierà, e passerà attraverso la rinegoziazione degli accordi commerciali con l’Unione Europea. Vediamo quali sono le previsioni delle associazioni di categoria.

Quali cambiamenti ci potranno essere per l’agroalimentare italiano dopo Brexit? Con il referendum che ha sancito la vittoria del “leave”, la politica commerciale del Regno Unito sembra destinata a cambiare. L’articolo 50 del trattato sull’Unione Europea prevede un meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un paese dall’UE e il paese dell’UE che decide di recedere, deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo che dovrà definire le modalità del recesso di tale paese. Tale accordo una volta concluso a nome dell’Unione europea dal Consiglio stesso, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati europei cessano di essere applicabili al paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso.

Ciò comporterà la rinegoziazione degli accordi commerciali con l’Unione Europea. Uno scenario che vedremmo compiersi solo nei prossimi anni e che potrebbe portare, ipoteticamente, ad un ripristino delle barriere tariffarie in entrata e in uscita da parte del Regno Unito verso quelli che una volta erano i partner commerciali del mercato. Ovviamente si tratta di una prospettiva tutt’altro che scontata. Le imprese italiane, in futuro, si potrebbero trovare ad affrontare dazi sul mercato britannico, in linea con quanto succede oggi agli esportatori giapponesi o statunitensi; eventualità questa che si tradurrebbe in prezzi meno competitivi o in una riduzione dei margini per le imprese esportatrici.

Brexit e Italia: l’agroalimentare – Questi cambiamenti colpirebbero anche le imprese agroalimentari italiane. Il Regno Unito rappresenta per l’Italia, nel settore agroalimentare, un mercato da circa 3,2 miliardi di euro, così come riportato da Ismea Servizi, che in un suo report ha sottolineato come in tale settore ci sia stata una crescita di circa il 9% nel 2015. L’agroalimentare è un mercato complesso e, ad oggi, non ci sono grandi certezze. Federalimentare, ad esempio, sostiene che domanda di prodotti italiani, grazie alla loro l’elevata qualità produttiva, potrebbero non subire ripercussioni negative. Ad oggi, il peso del mercato britannico sull’export alimentare italiano è del 9,7% del totale. Su questa lunghezza d’onda, proprio grazie alla presenza preponderante sul mercato britannico dei nostri prodotti, si sono espresse, in un’analisi condotta per l’Ansa, Coldiretti, Federalimentare e Alleanza delle coop agroalimentari.

Un’altra prospettiva da non sottovalutare per quanto riguarda l’export è l’effetto svalutazione della sterlina, che potrebbe rendere i prodotti britannici più competitivi su mercati internazionali, anche in zone dove risulta forte la presenza delle nostre imprese, come in Australia, Canada, Arabia Saudita e Stati Uniti. Tuttavia, anche in questo quadro, il nostro Paese godrebbe di un vantaggio non indifferente. La maggiore competitività delle merci inglesi, così come le eventuali maggiori difficoltà per il nostro export sull’isola, saranno comunque mitigate dalla distintività dei prodotti di origine italiana, ovvero del “Made in Italy”. L’export agroalimentare italiano verso il mercato britannico non dovrebbe quindi accusare flessioni in nessuno degli scenari possibili.  Secondo quanto affermato dalle ricerche di SACE nelle settimane precedenti al voto, sia qualora avesse prevalso il “Remain” , sia che avesse vinto il “Leave”, la crescita prevista per il food and beverage Made in Italy  dovrebbe essere del 7% nel 2016 e del 5,5% nel 2017.

Un mercato in equilibrio – Altre previsioni, però risultano meno rosee, sebbene non di impatto drastico. Secondo la stessa SACE, che ha proposto dei dati sulla base di uno scenario macroeconomico proposto dalla Oxford Economics, la Brexit potrebbe portare nel 2017 ad una contrazione delle esportazioni italiane nel Regno Unito di entità compresa tra il -3% e il -7%. Il Regno Unito rappresenta per il nostro paese il quarto mercato di sbocco dopo Germania, Francia e Stati Uniti per l’export agroalimentare italiano. L’Italia è posizionata, inoltre, all’ottavo posto tra i clienti del mercato britannico, con una spesa di oltre 650 milioni di euro. Per l’anno 2015 l’interscambio agroalimentare col Regno Unito, ha portato ad un attivo di 2,6 miliardi, con un +88% rispetto al 2014, le cui principali voci di export nel settore sono stati in valore nell’ordine per Vino e Mosti il 23% del totale; Ortofrutta fresca e trasformata il 22%, Cereali, Riso e derivato il 18%, Animali e Carni il 7%, e i Lattiero-Caseari il 6%.

L’Italia, quindi, dovrebbe assorbire bene il colpo del “Leave”. Ad oggi, i primi tre paesi da cui il Regno Unito importa maggiormente prodotti agroalimentari sono i Paesi Bassi, l’Irlanda e la Francia, con quote di mercato in valore che sono rispettivamente del 14%, del 10% e del 10%. Nel complesso, sul totale dell’import agroalimentare britannico, l’Italia ha una quota pari al 6% in valore e rispetto al 2010, le importazioni di prodotti alimentari dal Regno Unito sono aumentate del 36%, a fronte di un +41% di esportazioni di prodotti agroalimentari dall’Italia. Dati che segnano un risultato positivo per le imprese del nostro paese che la Brexit, ad oggi, non dovrebbe intaccare.

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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