Brexit: più rischi politici che economici

14/06/2016 di Alessandro Mauri

L'eventuale Brexit spaventa i mercati, ma i rischi per l'Unione Europea sono di natura politica, più che economica

La minaccia di una eventuale Brexit si fa sempre più vicina, e il terremoto sui mercati finanziari di tutto il vecchio continente è già partito. Il rischio economico di una eventuale uscita dall’Ue è tutto sulle spalle della Gran Bretagna, ma le conseguenze politiche si scaricherebbero sull’Europa.

I possibili effetti – Le analisi e gli studi sugli impatti della Brexit sull’economia britannica, e di conseguenza su quella dell’Unione Europea, si sono moltiplicati negli ultimi giorni, anche a causa dell’estrema incertezza sull’esito del referendum del prossimo 23 giugno, con il sì alla Brexit che sembra, al momento, essere in leggero vantaggio. La maggior parte delle analisi, specialmente quelle riguardanti il mondo della finanza, mettono in evidenza come a soffrire maggiormente la Brexit, da un punto di vista economico, potrebbe essere la stessa Gran Bretagna. Lo studio più allarmante (e forse allarmistico), è quello dell’agenzia Standard & Poors, che in caso di Brexit prevede una vera e propria recessione causata dal crollo degli investimenti strutturali delle imprese. Uscendo dall’Unione Europea inoltre diminuirebbe, come ammesso da diverse società finanziarie, la presenza di alcune grandi imprese del settore, che non potrebbero più utilizzare Londra come punto d’appoggio per il mercato europeo, perdendo il libero accesso vigente ad oggi.

La reazione dei mercati – Quel che è certo è che l’eventualità di una uscita della Gran Bretagna dall’Ue è molto temuta dai mercati finanziari, come dimostra l’estrema volatilità presente sui listini di tutta Europa (ma con ripercussioni anche oltreoceano, per esempio sull’indice Nikkei). Il principale effetto dei sempre maggiori timori di una Brexit riguarda tuttavia il mercato valutario, con la Sterlina particolarmente sotto pressione. La valuta britannica, nonostante si sia già svalutata rispetto a tutte le altre principali monete (euro e dollaro su tutte), non ha ancora realmente scontato l’effetto di una Brexit, tanto che gli investitori si aspettano che, in caso di Brexit, potrebbe svalutarsi di un ulteriore 20%, causando seri problemi alla bilancia commerciale del Paese, nonché una decisa spinta inflazionistica via maggior costo delle importazioni. Il positivo effetto sull’export si manifesterebbe infatti solamente nel medio-lungo periodo, troppo tardi per impedire una recessione.

I dubbi della Bank of England – In questo scenario di incertezza ha cominciato a muoversi la Bank of England (BoE), impegnata a prevenire shock e a preparare contromisure efficaci in caso di Brexit. La BoE si troverebbe tuttavia di fronte ad una scelta obbligata: difendere la sterlina o implementare una politica monetaria espansiva per sostenere un’economia che finirebbe quasi certamente in estrema difficoltà. L’orientamento emerso in questi giorni sembra essere quello di un taglio dei tassi per limitare la recessione, ma si tratterebbe di una scelta non senza conseguenze, anche se gli effetti reali della Brexit non sono pienamente prevedibili. Sul fronte opposto la Bce è pronta ancora una volta a difendere l’Eurozona, ma anche in questo caso gli effetti sui Paesi Ue non è definibile ex-ante. L’effetto più significativo si avrebbe sicuramente con i Paesi più esposti in termini di scambi commerciali con la Gran Bretagna, nonché gli immediati vicini, Irlanda in testa.

Gli effetti in Europa – Quello che più temono i mercati tuttavia non è l’impatto economico della Brexit, che direttamente non dovrebbe impattare in maniera significativa sul resto dei Paesi UE, ma l’impatto politico. Sebbene la Gran Bretagna non faccia parte dell’area Euro (da cui sarebbe molto più complicato ed estremamente dannoso uscire), l’eco della Brexit potrebbe dare nuova linfa ai movimenti euro-scettici, dimostrando che si può uscire dall’Ue. Se poi gli effetti economici tardassero a farsi sentire, o venissero strumentalmente interpretati come un imposizione della finanza nei confronti della volontà popolare, il risultato sarebbe facilmente immaginabile: nuove spinte verso la dissoluzione dell’Ue, o quantomeno dell’Area Euro. Si tratterebbe di una illusione, dal momento che i benefici di un mercato unico e integrato sono ben maggiori dei suoi costi, e la maggior parte dei Paesi (compresa l’Italia) non sarebbe minimamente in grado di affrontare la competizione internazionale e la volatilità dei mercati, soprattutto considerando che verrebbe meno il formidabile e imprescindibile scudo della Bce.

Il 23 giugno si deciderà buona parte del futuro dell’Unione: anche se gli effetti in caso di Brexit non sono facilmente prevedibili, il rischio che si corre è quello di perdere anni di difficili conquiste di integrazione a livello economico e non solo.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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