Brexit, una minaccia e un’opportunita per l’Ue

28/06/2016 di Alessandro Mauri

La Brexit avrà effetti negativi sull'economia del Regno Unito, mentre per il resto d'Europa si aprono opportunità economiche e politiche

Le conseguenze della Brexit sull’economia sono ancora difficilmente prevedibili. Tuttavia, al netto della grandissima volatilità dei mercati di questi giorni, gli effetti più negativi dovrebbero verificarsi proprio nel Regno Unito, mentre in Europa le ripercussioni potrebbero essere limitate.

Il venerdì nero – Nonostante il cauto ottimismo che aveva caratterizzato i giorni immediatamente precedenti il referendum sulla Brexit, proseguito fino alle prime ore dello spoglio delle schede, alla fine ha prevalso la corrente anti-europeista, e la reazione dei mercati finanziari alla notizia è stata senza precedenti. Il crollo delle borse mondiali ha ben pochi precedenti nella storia, con il listino di Piazza Affari che ha ceduto oltre il 12%, mai così male. In una sola giornata, in Europa, sono stati bruciati 400 miliardi di Euro, confermando i timori che un’eventuale Brexit avrebbe avuto effetti estremamente negativi sull’economia, così come quelli sulla sterlina, crollata ai minimi da 30 anni e poi in leggera ripresa.

Gli effetti sull’economia GB – La pesante svalutazione della sterlina è solo il primo degli effetti negativi che si potrebbero manifestare in Gran Bretagna. Quest’ultima in particolare metterà a dura prova la bilancia commerciale britannica, dato che gli effetti sulle importazioni (maggiori costi) saranno immediati, mentre gli eventuali  benefici sulle esportazioni si manifesteranno solo sul medio periodo, e potrebbero essere vanificati dalla reintroduzione delle frontiere. Sul fronte delle imprese, sarà meno conveniente portare la sede legale in Gran Bretagna, venendo meno la tutela delle direttive europee che garantiscono esenzioni fiscali particolari per dividendi, interessi e royalties corrisposti da/a società madri residenti all’interno dell’Unione Europea. Tra gli effetti della Brexit, la fine del libero scambio di persone, merci e capitali comporterà, con tutta probabilità, la riapertura delle dogane, che implicheranno innanzitutto maggiori costi amministrativi e burocratici, e in secondo luogo l’applicazione di dazi e dell’Iva. Potrebbero infine essere introdotte ulteriori limitazioni al commercio, legate alle differenti normative in materia di qualità dei prodotti, sicurezza, salute e così via. A rischio anche la flessibilità dei contratti dei lavoratori, che potrebbero perdere la tutela delle normative europee, mediamente più garantiste di quelle precedentemente previste dalla normativa britannica.  La Brexit potrebbe anche comportare una fuga di studenti e ricercatori, dato il venir meno dei fondi europei, l’uscita dal programma Erasmus e l’aumento delle rette universitarie.

La City a rischio – Quello che potrebbe essere l’effetto economico più significativo della Brexit riguarda tuttavia il futuro della principale piazza finanziaria d’Europa: Londra. I grandi player della finanza mondiale infatti, come per esempio JP Morgan, hanno già annunciato che potrebbero abbandonare a breve la Gran Bretagna, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e dirottando i capitali verso altri lidi. Considerando che il settore dei servizi finanziari è la principale componente del Pil del Regno Unito, è evidente come questo comporterebbe un ridimensionamento delle ambizioni economiche d’oltremanica. Le imprese finanziarie che hanno sempre goduto di ampie agevolazioni in Gran Bretagna, hanno sempre utilizzato Londra come punto d’appoggio per operare in tutta Europa: dal momento che questo non sarà più possibile, i servizi saranno trasferiti sul continente, e questo rappresenta un’enorme occasione per Francoforte, Parigi, e persino Milano. Questo discorso può essere esteso non solo alle imprese finanziarie, ma a tutte le multinazionali che hanno interessi ad operare nell’Unione Europea; saranno inoltre chiuse le agenzie dell’Ue con sede in Gran Bretagna.

Gli effetti in Europa – Sul resto del continente gli effetti della Brexit saranno maggiormente diversificati, in base alla interdipendenza con l’economia britannica. Tra i vantaggi, come detto in precedenza, vi è la possibilità di attrarre le imprese in fuga da Londra e dal Regno Unito, mentre gli effetti sul commercio saranno generalmente negativi, con maggiori restrizioni e una riduzione delle esportazioni verso Londra. Inevitabile anche l’estrema volatilità dei mercati, che sta colpendo in particolare le banche dei paesi periferici, ma questo clima di incertezza e di tendenza al ribasso potrebbe rientrare se le trattative per l’effettiva Brexit saranno condotte in maniera rapida e trasparente. Quindi anche l’economia reale italiana risentirà relativamente dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, mentre le ripercussioni sulla borsa di Milano saranno più importanti, anche in considerazione della tradizionale debolezza della finanza italiana. Si apre tuttavia l’opportunità, irripetibile, di attirare nuovi capitali nel nostro Paese, così come nuove opportunità di creare posti di lavoro, sta alla politica creare le condizioni per approfittarne.

L’Unione Europea, al di là dello shock iniziale, ha ora l’opportunità di compattarsi e di accelerare il processo di integrazione, anche considerando i numerosi veti che la Gran Bretagna ha posto in diverse occasioni, nonostante la posizione privilegiata di cui godeva. L’alternativa probabilmente non sarà la totale implosione dell’Unione Europea, ma un suo ridimensionamento a soggetto marginale non solo politicamente, ma anche economicamente.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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