Brexit: il punto della situazione

19/10/2016 di Alessandro Mauri

A quasi tre mesi dal referendum sulla Brexit non è ancora possibile valutare completamente le conseguenze di quella decisione. La richiesta ufficiale di uscire dall’UE dovrebbe arrivare entro la primavera, ma i primi effetti si stanno già facendo sentire.

Brexit

La Brexit e la sterlina – In attesa che il governo di Theresa May avvii l’iter per uscire dall’Unione Europea, i primi effetti della Brexit si stanno facendo sentire principalmente sulla sterlina. Nonostante i proclami dei favorevoli alla Brexit, soprattutto al di qua della manica, che evidenziano la mancanza di effetti negativi in seguito al referendum, la svalutazione violenta della sterlina sta già creando diversi problemi a Londra. È vero, in questi primi mesi gli indicatori economici hanno tenuto molto meglio di quanto previsto ma va considerato come la Gran Bretagna non sia ancora uscita dall’UE, e le decisioni delle multinazionali, nonché i flussi di capitale dei mercati finanziari, non possono cambiare in tempi così stretti. Anche perché, al momento, la libertà di circolazione dei beni, dei capitali e delle persone è ancora garantita. Tuttavia, come sottolineato dagli analisti di HSBC, l’opposizione ufficiale ai favorevoli alla Brexit è rappresentata soprattutto sul tema sterlina. In alcuni aeroporti quest’ultima è già scambiata alla parità con l’Euro, nonostante il cambio ufficiale sia superiore, a testimonianza della scarsa fiducia nelle possibilità di Londra di affrontare la Brexit senza danni. Inoltre una valuta così indebolita comporta un immediato aumento dei costi dei beni importati, mentre i benefici sull’export si potrebbero sentire solo nel medio-lungo periodo, e potrebbero essere neutralizzati dalla fine della libera circolazione delle merci con l’UE che porterebbero a dazi doganali più o meno elevati.

Hard o soft Brexit? – Il confronto tra europeisti e brexiters si è ormai spostato sugli effetti della Brexit, e lo scontro è tra uno scenario “hard” e uno scenario “soft”. In questo momento prevale la prima ipotesi, anche considerando la poca propensione da parte di UE e Gran Bretagna di fare concessioni alla controparte. Non è chiaro tuttavia se a Londra saranno concessi dei canali preferenziali, come già accade con alcuni Paesi extra-UE, o se riuscirà ad aggirare eventuali restrizioni attraverso una serie di accordi bilaterali. Quel che è certo è che il venir meno della libera circolazione dei capitali rappresenta il punto più vulnerabile di Londra: secondo studi di alcune società di consulenza, l’impatto sul settore finanziario si attesterebbe a 35 miliardi di euro e 70000 posti di lavoro persi. Lo stesso ministero dell’economia britannico si aspetta, nello scenario più avverso, un minor gettito pari a 66 miliardi di euro e un calo del 9,5% del Pil in 15 anni. Se invece venisse lasciato aperto un canale per le banche e per i capitali, l’impatto sarebbe nell’ordine di qualche centinaio di milioni di euro di minor gettito.

I casi Tesco e Nissan – Sono saliti alla ribalta, negli ultimi giorni, due casi emblematici che riguardano le possibili difficoltà che dovrà affrontare il Regno Unito in futuro: Tesco e Nissan. Il primo riguarda la battaglia tra Unilever e il gigante della grande distribuzione di Tesco, iniziata quando la catena di supermercati si è rifiutata di alzare i prezzi del 10%, come richiesto invece dalla multinazionale che propone, tra gli altri, i gelati Magnum e Ben & Jerry’s. Alla fine l’accordo (non reso pubblico) è stato raggiunto, ma la vicenda rappresenta un primo campanello d’allarme di quello che potrebbe accadere di qui a qualche mese: un generale aumento dei prezzi conseguente alla svalutazione della sterlina e alla limitazione della circolazione delle merci. Dal punto di vista manifatturiero invece è salita alla ribalta la questione Nissan, che starebbe pensando di spostare la produzione della Juke, una delle vetture più di successo della casa nipponica. Sebbene notizie di trasferimenti di aziende dalla Gran Bretagna al continente si susseguano in maniera abbastanza costante, in concreto non ci sono “traslochi” in vista, con l’eccezione di due casi: l’Eba (autorità bancaria europea) e l’Autorità europea del farmaco. In quanto istituzioni europee, queste si trasferiranno certamente in UE, con perdita di posti di lavoro e di indotto, e creando opportunità per Francia, Germania o Italia (che dovrebbe candidare come sede Eba Milano).

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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