Brexit: chi vince e chi perde

25/02/2016 di Alessandro Mauri

La sfida sulla Brexit deciderà buona parte del futuro economico europeo, tra spinte disgregatrici e senso unitario

La sfida sulla Brexit è iniziata: da una parte chi vuole che la Gran Bretagna rimanga all’interno dell’Unione Europea, dall’altra gli euro-scettici. Un duello il cui esito potrebbe avere pesanti ripercussioni sull’economia del vecchio continente.

Gli schieramenti – Lo schieramento contrario alla Brexit è rappresentato dal primo ministro David Cameron e da buona parte dei partiti tradizionali, anche se generalmente viene lasciata libertà di coscienza. L’accordo raggiunto lo scorso 19 febbraio tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea su alcuni punti proposti dal premier inglese sembrava aver fatto definitivamente pendere la bilancia verso il no alla Brexit, ma la netta presa di posizione del sindaco di Londra Boris Johnson potrebbe rimescolare le carte. Il carismatico primo cittadino ha infatti un forte ascendente sull’elettorato, e accanto a lui si sono già schierati alcuni ministri del Governo Cameron. Il partito degli euro-scettici favorevoli alla Brexit può anche vantare il sostegno di Nigel Farage, leader dell’Ukip e da sempre critico nei confronti dell’Ue.

I punti di scontro – Il motivo che spinge molti britannici a sostenere la l’uscita dall’Unione europea è il timore di veder ridurre la sovranità nazionale, soprattutto in ambito economico. Inoltre l’elevata propensione al settore finanziario dell’economia d’oltremanica pone il Paese in una condizione di maggiore autonomia rispetto ad altri Paesi Ue, e gli euro-scettici vogliono mantenere questa posizione privilegiata. Al contrario, i contrari alla Brexit pongono l’accento sulla necessità di mantenere gli accordi commerciali che legano il paese a Bruxelles e che, inevitabilmente, verrebbero meno in caso di separazione. All’interno dell’accordo tra Gran Bretagna e Unione Europea vi è anche un riferimento alle quote di migranti da accogliere e alle modalità con cui questi potranno beneficiare del welfare britannico, anche se questo aspetto pare essere marginale da un punto di vista economico.

La posizione delle imprese – All’interno di questo dibattito si sono schierate anche le imprese, che maggiormente risentirebbero gli effetti della Brexit, e che si sono spaccate tra favorevoli e contrarie. E’ stato infatti presentato un documento a firma di circa un terzo delle società quotate sulla borsa londinese che affermano il loro sostegno alla campagna del premier Cameron a favore dell’Unione Europea, ma a fare scalpore è l’assenza di numerose altre corporation, come per esempio Barclays e Royal Bank of Scotland. Quanto la decisione di non schierarsi sia dovuta ad una effettiva presa di posizione politica e quanto alla necessità di non alienarsi una parte consistente di potenziali clienti non è dato sapere, ma mette comunque in evidenza la profonda spaccatura che coinvolge l’opinione pubblica circa l’Unione Europea.

Chi rischia di più – Buona parte degli analisti e degli investitori mette in luce i rischi di una eventuale Brexit, tanto che tutte le agenzie di rating minacciano downgrade in caso si verificasse, e molte banche di investimento hanno già annunciato il loro sostegno a Cameron, mentre le borse e in particolare la sterlina risentono pesantemente di ogni nuovo schieramento a favore dell’uscita dalla Ue. A rischio sono infatti numerosi accordi commerciali, nonché il libero accesso al mercato europeo, che rappresenta un bacino di clientela molto importante per le imprese britanniche. Ovviamente una fuoriuscita della Gran Bretagna causerebbe pesanti ripercussioni anche sull’economia dell’Ue che, oltre a risentire della cessazione degli accordi commerciali, subirebbe un pesante danno d’immagine. Nonostante il Regno Unito goda già di una posizione piuttosto defilata, la perdita di una delle principali economie mondiali potrebbe avere ripercussioni importanti sulla percezione che il progetto europeo possa considerarsi irreversibile e che abbia un futuro quantomeno sostenibile.

Al di là dei possibili esiti (i sondaggi danno ancora un testa a testa), la questione della Brexit mette in luce ancora una volta la fragilità e la scarsa percezione di un progetto europeo unico. In un momento in cui sarebbe necessaria una più profonda unione tra i Paesi, per poter competere con americani e cinesi, le forze centrifughe sembrano avere la meglio. La speranza è che gli egoismi nazionali vengano lasciati da parte in nome di uno spirito unitario da cui non si può più prescindere.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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