Brexit, accolto il ricorso: “Deve votare il parlamento”

04/11/2016 di Marco Bruno

I giudici dell'Alta Corte di Giustizia inglese hanno sentenziato che il Governo non potrà iniziare la procedura di attivazione dell'art. 50 del Trattato dell'Unione Europea senza l'autorizzazione parlamentare. Le polemiche sono partite subito, ma la volontà popolare resta un indicatore inattaccabile per il voto di Westminster.

Brexit

Colpo di scena sulla questione Brexit. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sembrava cosa fatta, e il referendum dello scorso giugno non faceva pensare a possibili ripensamenti. Invece, l’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles rimette in discussione il tutto e fa tremare i sostenitori del “Leave” che l’avevano spuntata in occasione della consultazione referendaria. Il ricorso è stato presentato da un numeroso gruppo di esponenti anti-Brexit capitanati dall’imprenditrice britannica Gina Miller, che aveva più volte affermato che avrebbe lottato con le unghie e con i denti per impedire un passaggio del governo sopra il parlamento.

Infatti, ciò che ha deciso l’Alta Corte di Giustizia è che per ottenere la possibilità di iniziare i negoziati e quindi uscire definitivamente dall’Unione, è necessario che il parlamento dia la propria approvazione. Il ricorso è stato presentato anche da alcuni degli studi legali più famosi e potenti in Gran Bretagna, i quali ritenevano che il governo ha tutto il diritto di firmare un trattato internazionale come quello che sancisce l’uscita dall’UE ma è anche vero che il parlamento lo deve poi ratificare affinché questo diventi valido. In questo senso, si è affermato che il governo britannico non ha il potere di invocare l’art.50 del Trattato di Lisbona, e che una situazione del genere porterebbe alla violazione dei diritti garantiti dall’Atto delle comunità europee firmato nel 1972. Ha affermato infatti il giudice che “la sovranità del parlamento è un principio fondamentale del Regno Unito”.

Questa soluzione ha provocato grande sconforto e delusione all’interno del governo britannico guidato da Theresa May, che ha preso il posto del dimissionario David Cameron proprio dopo l’esito del referendum. La May si è comunque detta determinata a garantire che venga rispettata la volontà popolare, e a rispettare la scadenza che era stata precedentemente fissata nel Marzo 2017. La situazione crea forte imbarazzo nel governo e porta ad un forte rallentamento nel processo di uscita dall’Ue, oltre a creare le basi perché sia persino messo in discussione.

In ogni caso, l’esecutivo ha già annunciato che presenterà appello e che chiederà alla Corte Suprema di ridiscutere il caso e permettere di non dover sottoporre la questione al vaglio parlamentare. Il ministro del commercio Liam Fox si è speso in prima persona per sottolineare che il Parlamento dovrebbe comunque rispettare la volontà popolare augurandosi in ogni caso che si possa tornare alla normale procedura prevista dall’art.50 nei successivi gradi di giustizia, evitando così il rischio che l’organo legislativo blocchi il tutto. Non potevano mancare anche le critiche del leader dell’Ukip Nigel Farage che ha affermato che secondo lui sarà fatto qualsiasi tentativo per bloccare o ritardare la Brexit. C’è da scommettere che il processo proseguirà, e si assisterà ad un’altalena di emozioni che potrà far felice uno schieramento o l’altro.

Quel che è certo, tuttavia, è che, per quanto la posizione del governo denoti insicurezza rispetto alla volontà parlamentare, sembra francamente assurdo ad oggi pensare davvero che tutti i gruppi politici che siedono a Westminster siano disposti a prendersi la responsabilità di non rispettare la volontà popolare, anche se forse il risultato non è stato di assoluto gradimento. Il rispetto dell’esito di un qualsiasi tipo di consultazione, o di elezioni di vario genere, dovrebbe essere uno dei principi cardini attraverso cui far prevalere la democrazia, senza cercare di scavalcarla attraverso ricorsi giurisdizionali.

Insomma, data la struttura giuridica del sistema politico britannico, francamente la scelta dei giudici dovrebbe lasciare pochi dubbi: in una democrazia in cui il principale organo decisionale è il Parlamento, è comprensibile che questo abbia l’ultima parola, anche quando si tratta di avallare una decisione popolare, soprattutto dato il valore consultivo del referendum (che, a differenza che in Italia, non è regolato da un sistema legislativo specifico). Ciò non toglie che il valore politico della scelta della Brexit, qualsiasi cosa ne pensino i vari commentatori, è il più pesante che possa esistere, venendo da un’espressione diretta di volontà popolare. Sarebbe assurdo che il Parlamento non ne tenga conto.

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Nato a Sant'Agata di Militello (ME) il 26/02/1994. Diplomato al liceo scientifico, attualmente studio giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli. Appassionato di musica, serie televisive e sport, spero in un mondo dove a prevalere sia l'eguaglianza