Braccio da Montone, una vita sul campo di battaglia

30/08/2014 di Davide Del Gusto

L'ascesa di Andrea Fortebracci, una vita all'insegna delle armi

Andrea Fortebracci, Braccio da Montone

Nell’Italia centrosettentrionale la rinata civiltà urbana dei liberi comuni venne meno verso la fine del XIV secolo, quando iniziò a configurarsi un’istituzione del tutto inedita e in totale controtendenza rispetto ai processi di accentramento monarchico già avviati in Francia e in Inghilterra; quella della Penisola è, del resto, storia di frammentazioni e autonomie locali basate sul controllo di piccoli territori e su scampoli di politica senatoriale ereditati da Roma. Quando, dunque, vi furono le condizioni possibili per il superamento del mosaico comunale, emersero a macchia di leopardo le signorie cittadine: nel volgere di pochi decenni, alle soglie del XV secolo, i nuovi signori cominciarono ad allargare sempre più il proprio dominio, andando oltre i confini del contado cittadino e mirando a conquistare quello altrui. Nella logica dello scontro tra le varie signorie si era ormai imposto un nuovo modo di intendere l’arte della guerra: il capitano di ventura si sostituì al crociato, il guerriero mestierante al soldo del signore prese il posto del cavaliere nobile.

Braccio da Montone
Braccio da Montone

Andrea Fortebracci crebbe in un mondo che aveva ormai messo da parte gli antichi ideali della cavalleria. Nato a Perugia nel 1368, appena diciottenne ebbe modo di dimostrare la sua abilità (e la sua incoscienza) con le armi al comando di pochi uomini nel territorio di Fossombrone, assoldato da Antonio da Montefeltro per contrastare i Malatesta. Data questa particolare inclinazione per la vita militaresca, ben presto capì che fare il capitano di ventura sarebbe stato lo scopo della sua vita. L’occasione per maturare tale decisione venne nel momento in cui i nobili perugini della fazione popolare, cui apparteneva, vennero espulsi dal comune; i Fortebracci persero tutto: Andrea assunse quindi il nome che l’avrebbe reso celebre, Braccio da Montone, con il preciso programma di recuperare ad ogni costo i possedimenti dei suoi avi. Messosi sotto la guida e gli insegnamenti del condottiero Alberico da Barbiano, fondatore della Compagnia di San Giorgio, Braccio prese sempre più confidenza con le armi; inizialmente il suo unico scopo fu quello di rientrare da trionfatore nella città natale, imponendosi nella lotta tra le fazioni.

Perugia nel 1392 era diventata, temporaneamente, sede del papato: Bonifacio IX, conclusa la lunga parentesi di Avignone, aveva accettato l’offerta dei Perugini di insediarsi nel comune umbro. Le comunità vicine, però, paventando la perdita della propria autonomia sotto la tiara papale, richiesero l’intervento di Biordo Michelotti, capo della fazione popolare dei Raspanti: Perugia tornò sotto il controllo del popolo minuto, il papa fu costretto a fuggire e i nobili vennero nuovamente esiliati. Il nuovo signore cercò subito l’appoggio dei Fortebracci, affidando loro il castello di Montone ed esentandoli dal pagamento delle tasse; solo Braccio si oppose alle lusinghe del Michelotti, alimentando tumulti contro il governo perugino: rifiutandosi di accettare la sudditanza de facto a un uomo odiato, scelse di mettersi al servizio dei Fiorentini contro gli eventuali attacchi di Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano. La prima occasione buona per prendere Perugia fu nel 1398: il Michelotti venne ucciso e, nell’anarchia dei primi momenti, i nobili esuli dilagarono nel contado impossessandosi di vari castelli: Braccio, uno dei più agguerriti, devastò il territorio perugino sotto il comando di Giovanni Tomacelli, capitano dell’esercito papale. Ma una volta caduta sotto le armi dei pontifici, per un accordo con i Visconti, Perugia negò il rientro ai nobili.

Per Braccio iniziò in questo modo la vera carriera di capitano di ventura; dopo aver viaggiato tra Firenze e Roma, trovò un ingaggio serio in Romagna con il suo maestro Alberico da Barbiano: nel 1405 venne finalmente promosso cavaliere e vide ingrossarsi le file dei suoi armati. Il cardinale di Bologna Baldassarre Cossa gli affidò altri trecento cavalli, con cui Braccio mosse nuovamente verso Perugia, scegliendo come base per le sue imprese la frontaliera Borgo San Sepolcro.

Tra il 1407 e il 1408, grazie all’alleanza con i da Varano, signori di Camerino, Braccio imperversò nelle Marche e riuscì a conquistare alcuni castelli, creando il primo nucleo stabile dei suoi possedimenti. Nei pressi di Fermo passò al servizio di Ladislao I d’Angiò Durazzo, l’ambizioso re di Napoli: sognando la creazione di un unico regno in Italia, con l’appoggio di molti capitani locali, costui riuscì a conquistare il centro della Penisola. Presa anche Roma, i Perugini optarono per concedere il dominio sulla loro città al sovrano di Napoli, a patto che allontanasse il fedele Fortebracci; questi, disgustato dal tradimento del re, riprese le scorrerie nelle Marche. Con l’invasione della Toscana da parte delle truppe napoletane, Firenze chiese aiuto a Braccio, che difese strenuamente il confine aretino, resistendo agli attacchi del nemico e marciando a sua volta verso sud. Entrato a Roma, tornò nuovamente in Umbria e riprese a devastare la regione: instancabilmente percorse tutta l’Italia centrale, considerando Perugia e i castelli del contado il vero obiettivo delle sue operazioni.

Giovanna II d'Angiò Durazzo
Giovanna II d’Angiò Durazzo

Nel disordine generale causato dal grande scisma d’Occidente, nel 1413 si recò a Bologna per volere di Baldassarre Cossa, ora papa, ma perse il controllo della situazione: Ladislao muoveva nuovamente verso i domini pontifici e i Raspanti stavano recuperando tutti i castelli passati sotto i Fortebracci. Appresa la notizia della improvvisa morte del re di Napoli, nel 1414 Braccio scese nuovamente in Umbria e prese rapidamente i castelli di Todi, Orvieto e Corciano, puntando, assieme al figlio Oddo, verso Perugia: a seguito della vittoria su Carlo Malatesta, Difenditore dei Perugini, nel 1416 i dignitari locali, consapevoli della definitiva sconfitta militare e morale, offrirono finalmente la signoria della città al Fortebracci. Nonostante ciò, egli decise di lasciare subito il comune, preferendo affidarlo a uomini di sua fiducia in nome della propria incolumità, garantitagli solo dall’esercito. Perugia divenne, finalmente, il centro nevralgico dei suoi possedimenti.

L’anno seguente, preparandosi ad attaccare Roma, gli venne offerto dal popolo il titolo di gubernator rei publice Romanorum: Braccio entrò rapidamente in città, per poi allontanarsene a causa dell’arrivo delle truppe di Muzio Attendolo Sforza, suo compagno e rivale nella Compagnia di San Giorgio, inviate dalla regina di Napoli Giovanna II d’Angiò Durazzo. L’elezione di Martino V e la fine dello scisma spinsero Braccio a richiedere allora il vicariato sull’Umbria: il papa non esitò a inviargli contro lo Sforza e Guidantonio da Montefeltro, bloccati però con successo nel 1419. Grazie alla mediazione di Firenze, il Fortebracci scese a patti con il pontefice, che, a malincuore, gli ordinò il recupero di Bologna in nome della Chiesa.

L’ultimo atto della sua esistenza si consumò al servizio della regina Giovanna, scomunicata da Martino V per via delle diverse posizioni sulla successione al trono di Napoli: la sovrana intendeva infatti lasciare il potere sul Mezzogiorno ad Alfonso V d’Aragona, del tutto indigesto al papa. Braccio, rapidamente scomunicato, si mosse contro lo Sforza, che parteggiava per la successione di Luigi III d’Angiò: penetrato negli Abruzzi, sottomise Teramo e marciò verso Napoli, ove ricevette il titolo di Gran Connestabile del Regno. Verso la fine del 1421 venne nominato governatore utriusque Aprutii e, nel 1423, Giovanna gli concesse il prestigioso principato di Capua. Nel 1424, in uno scontro campale, Braccio sconfisse definitivamente lo Sforza, che morì annegando nel Pescara; il 2 giugno si ebbe lo scontro definitivo sotto le mura dell’Aquila, città chiave per il controllo della frontiera settentrionale del Regno di Napoli. Ma la potenza dei bracceschi nulla poté contro la resistenza armata degli Aquilani: con le truppe disgregate, il valente condottiero venne sconfitto e ferito a morte.

Dopo una breve agonia, il 5 giugno 1424 calava definitivamente il sipario sulla vita di Braccio da Montone, sepolto per volere di Martino V in terra sconsacrata. Alla notizia del suo trapasso, nulla poté la reggenza su Perugia del figlio Oddo: in poco tempo tutti i domini conquistati faticosamente nel corso di un’esistenza dedicata esclusivamente alle armi vennero persi e il sogno di una signoria braccesca tramontò definitivamente con il suo fondatore.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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