Boyhood

03/02/2015 di Jacopo Mercuro

“Sai quando qualcuno ti dice cogli l’attimo? Non lo so, io invece credo che succeda il contrario: nel senso che è l’attimo che coglie noi. – Sì, lo so, è una costante. L’attimo è come, è come se fosse sempre ora, no?”

Boyhood

Dopo aver ricevuto ben sei candidature ai prossimi premi Oscar, ed aver vinto tre Golden Globe (tra cui quello per il miglior film drammatico), torna nella sale italiane Boyhood, film scritto e diretto da Richard Linklater.Boyhood è un lungometraggio sperimentale, la cui lavorazione è durata dodici anni, vedendo i protagonisti crescere e invecchiare realmente, così da testimoniare al meglio il reale scorrere del tempo.

La pellicola è incentrata sulla crescita emotiva e fisica di Mason (Ellar Coltrane), dai primi giorni nelle scuole elementari fino al suo ingresso al college. Una freccia temporale che, in dodici anni, attraversa le varie fasi della crescita di un ragazzo. Mason, partendo dal rapporto con i genitori divorziati (Ethan Hawke e Patricia Arquette), si ritrova a collezionare, tra gioie e dolori, le esperienze di vita di un ragazzo qualsiasi.

Con Boyhood siamo di fronte all’estasi del normale, all’esaltazione della verità; un continuum narrativo che, grazie al reale scorrere del tempo, ha la capacità di non infrangere quell’aurea di unicità che contraddistingue l’opera. La narrazione passa in secondo piano, a rubare la scena è il tempo mutevole, vero protagonista di una pellicola fuori dal comune.

Ciò che sorprende del film è il magnetismo e la sua capacità di far appassionare lo spettatore, nonostante la quasi totale assenza di scene esaltanti. Si innesca il desidero di spiare il ragazzo della porta accanto, la storia qualunque, la crescita e le vicende personali di un Mason in grado di far rivivere, nella memoria, le nostre esperienza adolescenziali.

Gran parte del successo è dovuto alla bravura dei protagonisti; Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette (gli ultimi due già canditati all’Oscar) e la figlia del regista Lorelei Linklater, sono stati in grado di fornire una recitazione che non si nota, rafforzando l’effetto realistico dell’opera.

La grande innovazione di Boyhood è il suo montaggio, capace di sintetizzare il tempo. Nell’arco di 165 minuti assistiamo ad un arco vitale di dodici anni, avvertendo il valore del tempo e la sua inafferrabilità. L’intera pellicola è un’esortazione alla vita, al cogliere l’attimo, un attimo che non è fuggente, bensì una costante che può essere catturata in ogni momento. Linklater sembra non crede nelle occasioni uniche, ma alla ripetibilità, alle continue vie che chiedono solo di essere esplorate. I protagonisti principali, al pari di quelli secondari, intraprendono percorsi che non avrebbero mai pensato di percorrere; in fondo la vita è un’enorme imprevisto, con innumerevoli esperienze che attendono solo di essere vissute. Non è mai troppo tardi.

Boyhood è un opera fortemente impressionista; Richard Linklater, con una telecamera che sostituisce la tavolozza di colori, riprende l’attimo fuggente, la luce vibrante che illumina il percorso di Mason. L’ossessione del regista è quella del cogliere l’istante unico, l’istante irripetibile che diviene passato nell’esatto momento in cui si compie. Linklater, a discapito dell’impatto drammatico, esalta lo scorrere del tempo e il reale cambiamento dei protagonisti, plasmando un opera unica nel suo genere.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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