Il boom nel Movimento 5 Stelle

31/05/2014 di Edoardo O. Canavese

Gli insulti e le provocazioni in campagna elettorale. Il flop europeo e l’incontro con Farage. I mal di pancia di una base che comincia a dubitare della linea di Grillo-Casaleggio. Dentro la caldera a 5 stelle, tra disorientamento, accuse e l’ipotesi della scissione.

Grillo, Movimento 5 stelle

Effetto #oltrehitler. Il Movimento 5 Stelle aveva investito tutto nelle elezioni europee. Come Renzi vi cercava la legittimazione elettorale che riparasse l’innaturale ascesa a Palazzo Chigi, così Grillo e Casaleggio aspiravano ad un voto popolare di sfiducia contro il governo che convincesse il Quirinale allo scioglimento delle Camere e al voto anticipato. L’ex comico genovese conduceva quindi il suo #vinciamonoi tour rinnovando le sue accuse nei confronti della classe politica, scagliandosi contro la rapace egemonia tedesca e scatenandosi contro i supposti garanti del sistema-Merkel, il premier e il presidente Napolitan. Eccedendo. I toni prepotenti e gli insulti lanciati dai palchi in tutta Italia non hanno smesso di accendere le folle, ma rispetto allo Tsunami tour hanno dimagrito le piazze. Le invettive su Stalin e contro il candidato socialista Schulz, la strumentalizzazione della Shoah, la battuta “sono oltre Hitler”, i frequenti riferimenti a processi, virtuali o di piazza, contro i giornalisti e la classe dirigente politica, hanno fiaccato la protesta entusiastica dello scorso anno e spaventato quella fetta di ceto medio che nel febbraio 2013 aveva dato fiducia al M5S. Il Grillo furioso ha prestato il fianco scoperto a Renzi e Berlusconi, i quali hanno avuto gioco facile ad additare il genovese come lo spauracchio di un ambiguo estremismo volgare, livoroso e giustizialista, favorendo la fuga dell’elettorato moderato. A nulla è valso il tentativo di Grillo di istituzionalizzarsi nei salotti della già bistrattata televisione, con il clamoroso intervento dal “nemico” Vespa; la notte del 25 maggio Renzi esultava, e i 5 stelle perdevano quasi tre milioni di voti.

Grillo-VespaMaalox. Lunedì 26 maggio 2014 pareva lunedì 26 febbraio 2013. Ma a parti invertite. Nell’insolita cornice della “vittoria storica” i democratici sorridevano e il vicesegretario Debora Serracchiani poteva ironizzare sull’hashtag grillino #vinciamonoi. A fare i conti con l’analisi della sconfitta erano i pentastellati; mentre Grillo si consolava con un Maalox e rompeva l’algido silenzio con un video sdrammatizzante, le voci critiche nel Movimento sollevavano con rinnovata energia i propri dubbi sull’apporto politico dell’ex comico e di Casaleggio. Quella più nitida, sopravvissuta alle espulsioni dello scorso febbraio, è di Tommaso Currò, il quale in un’intervista a L’Espresso invitava Grillo a dar seguito alle sue stesse parole “Se perdo me ne vado”, contestando al leader 5 stelle non solo i toni elettorali, ma soprattutto la mancanza di comunicazione con la maggior parte degli eletti in Parlamento, snobbati in favore di un nucleo ristretto di fedelissimi che annovera i volti più televisivi tra i grillini, da Alessandro Di Battista al vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, passando per la pasionaria Paola Taverna e il senatore Nicola Morra. Un solido cerchio magico intorno a Grillo che impedirebbe la dialettica democratica nel Movimento e che sosterrebbe pedantemente ogni azione del leader genovese. L’incontro con Nigel Farage, per esempio.

UKIP e quella destra… Mercoledì 28 Grillo è volato a Bruxelles per condividere un pranzo informale con il leader del partito nazionalista inglese Ukip, celebre per le posizioni euroscettiche e contro l’immigrazione; immediatamente si sono moltiplicati i commenti critici nei confronti del meeting, chi invocando l’uso della rete per decidere su appuntamenti simili, come accadde con Renzi, chi considerando contro natura una collaborazione europea tra M5S ed Ukip. Tra questi anche figure di insospettata fiducia a Grillo, come Giulia Sarti, secondo la quale “l’Ukip non ha nulla in comune con noi”, ed Eleonora Bechis, che definisce Farage “xenofobo, nuclearista, fuffologo”, evidenziando il drammatico conflitto ideologico con cui il post ideologismo pentastellato si trova a fare i conti. Farage spaventa perché estremista di destra, divide perché ultraliberale, e poco importa se Di Maio sostiene he l’inglese sia una figura di garanzia per la difesa della sovranità politica e monetaria dell’Italia in Europa, il messaggio che traspare è che il Movimento cede alle lusinghe di chi, ieri, sul blog, sarebbe stato canzonato come ex broker finanziario di simpatie fasciste, difficilmente digeribile da chi, l’altro ieri, votava Pd o a sinistra del Pd. Claudio Messora, addetto alla comunicazione del M5S, ha tentato di spegnere le polemiche promettendo il ricorso al voto virtuale per qualsiasi decisione in merito. Intanto però Grillo difende l’incontro e si prepara allo scontro con la dissidenza interna.

La fronda parmigiana. Una delle più evidenti difficoltà che il M5S ha incontrato nel corso di questa XVII legislatura riguarda il rapporto con le critiche interne. Ad aprile erano 14 i parlamentari che avevano lasciato il Movimento, per scelta o per costrizione, e lo scontro su Farage potrebbe provocare nuove espulsioni. Gli ex grillini non stanno a guardare e già immaginano una scissione tra i 5 stelle e il lancio di un nuovo progetto politico che prendesse definitivamente le distanze da una svolta destrorsa di Grillo e Casaleggio e che rigenerasse lo spirito meetup dal quale il Movimento è originariamente nato, nel rifiuto delle ideologie e degli estremismi, non del dialogo. E l’indiziato numero uno al ruolo di leader della fronda anti-Grillo è Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, che tanto frequentemente ha sollevato dubbi sulla bontà dell’agire politico di Grillo, rischiando la cacciata. Qualunque sarà l’esito del voto virtuale sulle alleanze europee, il M5S ne uscirà indebolito, sia che la linea dell’ex comico passi, provocando la rottura, sia che si trasformi in un referendum su se stesso, spalancando scenari difficilmente immaginari quanto il voto europeo.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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