Bonifacio VIII, ultimo Papa del Medioevo romano

26/04/2015 di Davide Del Gusto

Al netto delle feroci accuse maturate nei suoi confronti da numerosi e illustri detrattori quali Dante Alighieri e Dario Fo, Bonifacio VIII fu protagonista di un periodo di crisi in cui la Chiesa e l’Impero iniziarono ad essere sopraffatti dall’ascesa delle monarchie nazionali

Bonifacio VIII

L’autunno del Medioevo vide un generale riordino dei poteri, laici ed ecclesiastici, che avrebbe portato la civiltà europea a prendere nuove strade. La società occidentale si trovò infatti a vivere una profonda e lunga transizione verso la fine del XIII secolo: il Papato e l’Impero, i due poteri universali che nel corso dei secoli avevano costruito l’identità della Christianitas, cominciarono ad arrancare dinanzi al nuovo. Elemento dirompente fu il principio di un consolidamento istituzionale, territoriale e giuridico che trovò nelle monarchie nazionali i veri protagonisti. Del resto, l’ottimo laboratorio politico dell’Italia aveva già dimostrato quanto fosse possibile poter declinare ogni tipo di potere a seconda delle circostanze: dai comuni e dalle signorie cittadine dell’area tosco-padana al regno mediterraneo del Mezzogiorno, passando per il Papato che, col pontificato di Innocenzo III e con il Concilio Lateranense IV, per tutto il XIII secolo era ancora riuscito a riconfermare la propria autorità spirituale e temporale. Ciononostante, di pari passo con il declino del potere universale degli Imperatori, ripiegati sempre di più su questioni interne alla Germania dopo la fine delle ambizioni sveve, la Chiesa si ritrovò a confrontarsi con nuovi interlocutori in cerca di legittimità. Roma non fu pertanto pronta a relazionarsi con questa frammentazione del potere secolare e ciò avrebbe significato un intero secolo di smarrimento ideologico e istituzionale del Papato.

Nel pieno di queste trasformazioni, l’ambizioso cardinale Benedetto Caetani riuscì ad emergere all’interno del Sacro Collegio, arrivando a dover gestire una situazione di profonda crisi una volta asceso al soglio petrino. Nato ad Anagni intorno al 1230, egli ricoprì per la prima volta un ruolo pubblico nel 1260 come canonico a Todi, sede vescovile retta da suo zio Pietro: ebbe modo di studiare il diritto, per poi approdare anche nella blasonata Università di Bologna, raffinando egregiamente la sua preparazione nelle norme canoniche una volta entrato nella Curia romana. Qui ricevette delicati incarichi diplomatici, guadagnandosi la fiducia dei superiori e facendo esperienza politica sul campo, tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. La sua intraprendenza gli permise così di percorrere in breve tempo tutto il cursus honorum curiale, sino alla porpora cardinalizia.

Anagni
Il leggendario schiaffo di Anagni, in un’incisione del XIX secolo.

Durante una missione nel Regno di Napoli ebbe a che fare per la prima volta con gli Angioini e con i disordini seguiti al Vespro siciliano del 1282, avvicinandosi al sovrano e guadagnandosi le rimostranze di molti a Roma. Nonostante l’appellativo di “gallicus”, però, Benedetto si impose come araldo delle posizioni curiali in un’importante delegazione in Francia nel 1290, lasciando un’impressione non proprio positiva tra le autorità parigine. Tornato a Roma l’anno seguente, il cardinal Caetani iniziò a concedere molti favori a membri della propria famiglia, accumulando inoltre ingenti patrimoni mobili e fondiari e proiettando il suo casato nell’alveo dei più insigni di Roma; ciò provocò, inevitabilmente, uno scontro con i Colonna, la cui sovranità nel basso Lazio era sempre più minata dai Caetani.

Nel frattempo, tra il 1292 e il 1294, il Sacro Collegio si riunì più volte per eleggere il successore di Niccolò IV, optando finalmente per l’eremita Pietro da Morrone che, votato all’unanimità, prese il nome di Celestino V: pochi mesi dopo, egli abdicò per sua libera scelta, sebbene in molti credessero che, dietro il “gran rifiuto”, ci fosse stata l’ingerenza del Caetani, consultato più volte dal Papa per via della sua grande competenza in materia canonica (vedi Celestino V, un eremita sulla Cathedra Petri). A Napoli, sotto il controllo angioino, si tenne subito un nuovo conclave, dal quale uscì eletto proprio Benedetto, che assunse il nome di Bonifacio VIII. Il suo pontificato fu da subito volto a riproporre energicamente l’autorità universale dell Chiesa di Roma e la sua unità, riallacciandosi alla secolare tradizione della libertas Ecclesiae; tuttavia, egli esordì sospendendo molti provvedimenti del predecessore e inserendo nella Curia delle persone di fiducia, avviando così un sistema clientelare. Decise di intervenire subito per risolvere la frattura tra la Napoli di Carlo II d’Angiò e la Sicilia retta da Federico III d’Aragona: ma, nonostante l’intervento filoangioino del Papa, l’isola passò agli Aragonesi nel 1296. Nel mentre, si accese il conflitto con i cardinali Giacomo e Pietro Colonna che, dichiarata illecita l’elezione di Bonifacio, invocarono la necessità di un processo. Il Pontefice, conscio del rischio di uno scisma, convocò un Concistoro nel quale enunciò i crimini del casato nemico, spogliandolo di ogni beneficio.

Già impegnato sul fronte interno, nel 1296 Bonifacio emanò la bolla Clericis Laicos, con cui vietò fermamente ai sovrani europei di poter tassare il clero. La decisione del Papa fu accettata da tutti, ma provocò l’opposizione di Edoardo I d’Inghilterra e soprattutto di Filippo IV il Bello, re di Francia; l’atteggiamento comunque conciliante di Roma portò a sanare i focolai di eventuali disordini transalpini. La questione colonnese fu invece risolta nel 1299 con una crociata contro i traditori: l’ultima fortezza nemica, Palestrina, venne presa e distrutta, mentre i Colonna, confinati a Tivoli, riuscirono a fuggire in Francia, provocando l’ira del Pontefice. Malgrado ciò, questi riscosse alcuni successi nello stesso periodo, riaffermando sempre la suprema autorità spirituale e temporale della sua persona e, quindi, della Chiesa. Per questo motivo, nel 1300, all’apice della gloria, Bonifacio proclamò il primo Giubileo della storia, ispirandosi all’istituzione celestiniana della Perdonanza: con la concessione dell’indulgenza plenaria, egli ribadì la sua posizione di supremo arbitro della Christianitas e, al contempo, assicurò un relativo benessere economico a una Roma affollata di pellegrini. Il consenso fu talmente ampio da convincere il Papa a intraprendere un nuovo progetto di crociata, desiderio già covato dal 1297, ma nessuno dei potenti d’Europa intese muoversi per la Terra Santa; continuò comunque la lotta contro le eresie e, non meno importante, favorì la cultura, donando a Roma uno Studium universitario nel 1303.

Federico IV il Bello
Filippo IV il Bello, re di Francia

Inevitabilmente si riaprirono le ostilità con Filippo il Bello. Supportato dai Colonna e ancora risentito per l’ingerenza papale nella politica fiscale, il re di Francia espulse gli esattori pontifici e processò nel 1301 il vescovo di Pamiers, con l’accusa di simonia ed eresia. La reazione di Bonifacio fu immediata: con le bolle Salvator Mundi e Ausculta Fili il Papa si rivolse pacatamente a Filippo, invitandolo a rispondere ai suoi doveri di principe cristiano e a partecipare a una sinodo dei vescovi francesi a Roma, per ridefinire i confini del rapporto tra la Chiesa e il potere laico. Ma il re bruciò le due bolle e convocò i primi Stati Generali del regno nel 1302: in questa sede le richieste di Roma vennero condannate da tutti i maggiorenti di Francia e il vicecancelliere Guglielmo di Nogaret non esitò ad accusare il Papa di eresia, auspicandone la deposizione in un concilio. Bonifacio decise allora di emanare una nuova bolla, la Unam Sanctam, summa del suo pensiero: nella prima parte del documento si riaffermavano l’unità e l’unicità della Chiesa romana; nella seconda si riconfermava la plenitudo potestatis del Papa nei confronti di tutti i poteri: in quanto titolare di una potestà ierocratica egli era sottoposto solamente al giudizio di Dio. Inoltre, considerato lo strappo con Parigi, iniziò a lavorare per avvicinarsi ad Alberto d’Asburgo, neoimperatore germanico.

Profondamente offeso da questo ulteriore “affronto”, Filippo sobillò l’opinione pubblica antipapale francese e, sempre consigliato dai Colonna e dal Nogaret, decise di chiudere la questione: Bonifacio fu accusato di eresia, di simonia e dell’omicidio di Celestino V e da Parigi si richiese nuovamente che un concilio sconfessasse un Pontefice tanto iniquo. Seppur anziano, il Papa reagì respingendo tutte le accuse e condannando il pessimo éntourage del re francese. Nel settembre 1303 il Nogaret scese in Italia e, insieme con Sciarra Colonna, mosse verso Anagni, assediando il palazzo in cui si trovava Bonifacio: qui, secondo una ben radicata leggenda popolare, egli sarebbe stato catturato e profondamente umiliato con uno schiaffo. Intimamente turbato, non abdicò come richiesto dai nemici, ma decise di tornare a Roma e trasferirsi in Vaticano, sotto la protezione degli Orsini. Ormai allo stremo delle forze, fisiche e morali, il Pontefice diede l’addio al mondo l’11 ottobre 1303, e venne sepolto in San Pietro. Le conseguenze dello schiaffo di Anagni e dello scontro tra Bonifacio e Filippo furono drammatiche: il Papato perse del tutto la sua autonomia e venne spostato ad Avignone, sotto la giurisdizione francese, dal 1309 al 1377. Gli anacronistici progetti di Papa Caetani furono completamente disattesi: ormai al centro di feroci attacchi da parte dei suoi numerosi detrattori (tra cui spiccano i nomi di Dante Alighieri, Jacopone da Todi e, in tempi ben più recenti, Dario Fo con il suo Mistero buffo), Bonifacio VIII chiudeva nel fallimento il sipario dello sfavillante Medioevo della Roma pontificia.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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