Bombardamenti in Siria: Israele gioca a Risiko?

11/05/2013 di Elena Cesca

Chi gioca a Risiko mira alla conquista di un certo numero di stati o di continenti, impedendo l’accrescimento degli armamenti altrui e puntando all’annientamento dell’avversario. Una strategia, quella del disarmo avversario, vecchia quanto il mondo e cui si rifà, ormai da 60 anni, Israele. L’ultimo attacco in Siria, il terzo dall’inizio del 2013, sarebbe legittimato dal bisogno di Tel Aviv di evitare che gli Hezbollah si approprino delle armi. Dato il caos in cui versa la Siria e la condizione di accerchiamento in cui si trova Israele, quanto è saggia questa mossa? Possibile che nel Gabinetto della Difesa e degli Affari Esteri, nessuno abbia espresso un parere sul fatto che qualsiasi tentativo di prevenire il rafforzamento degli Hezbollah potrebbe creare un nemico più amaro e radicale per Israele rispetto a quanto non lo sia ora il gruppo di Nasrallah?

Il fatto. Nella notte tra sabato e domenica scorsi, Israele ha sferrato un raid aereo ai confini con la Siria. 42 i soldati siriani uccisi. Il Mediterraneo dormiva, disturbato dai rumori delle artiglierie. L’America osservava, sveglia, ma in silenzio. Nel resto del mondo passava la notizia che quattro aeroplani sorvolavano i teatri di guerra. Normale routine, all’apparenza. Così come è normale, ormai, volare sulle città del Libano, condurre missioni di addestramento a bassa quota. In realtà, Israele punta, per la terza volta da quest’anno, agli impianti chimici di difesa situati nelle vicinanze di Damasco.

Israele bombarda la SiriaGara agli armamenti. È una corsa all’accaparramento delle armi. Al momento sembrerebbe che il regime siriano di Bashar al-Assad disponga di 60.000 razzi contrabbandati in Libano. L’armamento sarebbe, quindi, triplicato dal 2006. Uno dei primi fornitori di armi alla Siria è la Russia. Tra i due, sarebbe stato concluso un accordo di 900 milioni di dollari per un totale di 144 missili con tanto di esperti da Mosca per addestrare i siriani. Tuttavia, da un incontro tenuto ieri tra Putin e Cameron sembrerebbe che la Russia non sia disposta a cedere il sofisticato sistema di difesa aerea dell’S-300, un missile terra-aria capace di intercettare e abbattere missili e aerei in un raggio di 230 km. La preoccupazione di Israele, ora, si concentra su tre tipi di armi siriane: i missili Yakhont, capaci di colpire piattaforme marine da una distanza di 300km; i missili anti-aerei SA-15 e SA-17 di fabbricazione russa, in grado di colpire bersagli a bassa quota e i missili Fateh-110.

Game changer. I missili Fateh-110 sono capaci di cambiare le sorti del gioco. Lanciatori mobili a spinte di combustibile solido, sono più potenti dei vecchi scudi posseduti al momento dagli Hezbollah. Poiché la dispersione di questo tipo di missile è rintracciabile nel raggio di poche centinaia di metri, permetterebbe di annientare il nemico standogli non molto lontano. Il punto di svolta sta anche nel fatto che il processo di lancio dei Fateh non sia lungo né complesso, quindi nel giro di pochi minuti il bersaglio è colpito con precisione letale senza la possibilità di farne previsioni, né tantomeno di abbatterli dall’alto. Di conseguenza, qualora gli Hezbollah libanesi se ne impossessassero, sarebbero in grado di minacciare gli aeroporti e le strutture strategiche israeliane.

Un gioco di ruoli. Ora che Israele si è intromesso nel conflitto interno siriano (sostanzialmente una guerra civile condotta dai ribelli contro il regime di Assad), la condizione del Medio Oriente potrebbe raggiungere il punto di ebollizione. L’Iran procede con l’invio dei reggimenti dell’Islamic Revolution Guards Corps, Al Qaeda si è infiltrata attraverso cellule ad hoc, la Turchia è coinvolta per la questione curda, in Giordania si sta creando la zona cuscinetto per i profughi. L’amministrazione Obama, per ora, è inamovibile. L’inquilino della Casa Bianca continua ad alzare l’asticella delle “linee rosse”. Il sostanziale silenzio americano e, di riflesso internazionale, sembra essere in linea con la tattica israeliana. Se la missione è quella di indebolire la forza di volontà del nemico e privare Assad del sostegno internazionale di cui avrebbe goduto fin ora, sembrerebbe che Israele stia giocando bene il suo turno. Il problema, però, consta proprio nel comprendere la strategia israeliana: farla definitivamente finita con la Siria, nemico dal 1967, o indebolire l’asse sciita che lega Siria, Libano e Iran? Intanto, secondo le valutazioni, il segretario generale degli Hezbollah, Hassan Nasrallah, sostiene che il gruppo non vuole le armi chimiche. Il leader è conscio del fatto che Israele si sentirebbe ancor più legittimato ad usare le proprie contro di loro.

 Israele e gli errori del passato. Bisogna ammetterlo: agli Israeliani piace complicare la faccenda, o forse, non sono tanto propensi all’analisi di causa-effetto. L’entrata in Libano della IDF (Forza di Difesa Israeliana), nel lontano giugno del 1982 per combattere i nidi terroristici dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), metteva in crisi il gruppo sciita AMAL di Musa al-Sadr (scomparso) e faceva nascere la fazione degli Hezbollah nella Terra dei Cedri. Israele si dovrebbe rammaricare, poi, dell’assassinio del loro leader, Abbas al-Mousawi, avvenuto durante l’intervento militare di Tel Aviv. Un nuovo capogruppo, Hassan Nasrallah, molto più militante e deciso del fondatore, avrebbe di fatto preso le redini del movimento. A lui si deve, ora, l’accrescimento dello status libanese e regionale degli Hezbollah. Se Ariel Sharon, nel 2001 non avesse visitato la moschea di Gerusalemme, probabilmente i palestinesi non avrebbero risposto con la seconda intifada, nel nord del Libano non si sarebbe rafforzato quel gruppo sciita ben finanziato dall’Iran e non si sarebbe sancita così fortemente l’ascesa di Hamas. Non sappiamo,poi, se l’Hamastan, il regno di Hamas a Gaza, sarebbe stato istituito inseguito alla vittoria delle elezioni del 2006 e se i rapporti col Libano sarebbero migliorati senza la guerra di quello stesso anno. Al momento, col senno di poi, ci si può solo chiedere se, addirittura, un’occupazione dei territori da parte de Al-Fatah non fosse stata più auspicabile..

Nessun ripensamento. Puro ragionamento retorico, si dirà. Il problema, però, è che dopo mezzo secolo nel sangue, il calcolo israeliano sembra ancora dettato da un desiderio di beneficio a breve termine, e dalla sicurezza di poter fungere da chiave di volta nella regione. Israele è convinto che, intervenendo in Siria, possa fungere da deus ex machina dell’equilibrio precario in cui versa il Medio Oriente. Tuttavia, la posizione di Assad è talmente complessa, che difficilmente la Siria desidererebbe di rimanere incastrata nella morsa israeliana. Quindi, sembrerebbe remoto il contrattacco. La paura,però, sta nel rischio del trasferimento della tecnologia in Siria, nella conseguente caduta delle armi nelle mani sbagliate e nel ribaltamento dei risultati e vantaggi raggiunti sinora.

Con l’attacco sferrato in Siria Israele ha, nuovamente, imbastito uno spettacolo militare con il quale dimostrare la propria forza. Dato il groviglio di interessi, alleanze e minacce che caratterizzano l’area, non ci rimane che sperare che questo atto non inneschi nuove conseguenze come quelle non preventivamente calcolate da Israele in passato. Non ci resta che sperare che non sia già in atto la prova generale di uno spettacolo dall’esito letale.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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