Boko Haram, la Nigeria e l’inizio dell’offensiva africana

02/03/2015 di Stefano Sarsale

Gli attacchi di Boko Haram si intensificano, mentre la situazione politica nigeriana sembra sempre più instabile: un'analisi della situazione, tra le strategie jihadiste e l'offensiva congiunta autorizzata dall'ECOWAS

Boko Haram

Nell’ultimo mese gli attacchi di Boko Haram (BH), il movimento jihadista nigeriano costituito perlopiù da membri di etnia Kanuri, si sono moltiplicati in modo esponenziale. Obiettivo principale dell’ondata di attacchi la città di Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, e Monguno.

Quest’ultimo villaggio, in particolare, ricopre un’importanza strategica, essendo l’ultimo avamposto militare prima di Maiduguri, sito circa cento km più a nord. Monguno è caduta ed è stata occupata dalle forze jihadiste, tuttavia le Forze Armate nigeriane sono riuscite a contenere l’offensiva nella capitale dello Stato del Borno. Il motivo principale per cui i miliziani intendono conquistare la capitale del Borno è puramente politico; consiste, cioè, nel creare un Califfato Islamico sul modello dello Stato Islamico (IS). Nel corso degli scontri a Maiduguri oltre 200 miliziani sono stati uccisi, tuttavia le perdite non hanno frenato l’avanzata dei jihadisti. Il giorno successivo all’attacco alla capitale del Borno infatti, i jihadisti hanno iniziato un’offensiva nel confinante Stato di Adamawa e hanno conquistato in poco tempo i villaggi di Garta, Mbororo, Shadu, Liddle, Kamala e Ghumci.

Negli ultimi mesi, Boko Haram, sotto la guida di Abubakar Shekau, ha modificato la propria strategia politica e militare. Oltre ai tradizionali attacchi contro le comunità cristiane e le Forze Armate e di Sicurezza nigeriane infatti, ha inteso rafforzare il controllo del territorio per creare una realtà para-statale non limitata ai confini nigeriani, ma estesa ai Paesi limitrofi del Cameron, Ciad e sud del Niger. La novità nei recenti attacchi consiste quindi nell’ampliamento del raggio di azione, sfruttando i legami etnici oltre confine dove sono presenti i Kanuri, ossia nell’area del lago Ciad, a cavallo del confine tra Ciad, Camerun, Niger e Nigeria. È per questo motivo che a metà febbraio (nella notte tra il 12 e il 13), i miliziani hanno attaccato per la prima volta in territorio ciadiano dove, passando per il lago Ciad, sono entrati a Ngouboua e hanno ucciso circa 15 persone. L’aumento degli attacchi al di fuori dei confini nigeriani costituisce una prova evidente che ormai il problema legato all’espansione di BH non sia più limitato e limitabile al nord-est nigeriano e che la minaccia bokoharamista sia oramai un problema definitivamente regionale.

A complicare la questione contribuisce anche la instabile e sempre più fragile situazione politica interna della Nigeria stessa. Le elezioni nigeriane previste per il 14 febbraio scorso sono state infine rimandate di un mese e mezzo, al prossimo 28 marzo, per motivi di sicurezza legate al crescente attivismo di Boko Haram. Tuttavia, è altamente probabile che le elezioni siano rinviate ulteriormente nel caso in cui le Forze Armate non riuscissero a contenere l’espansione dei jihadisti, a cui si vanno ad aggiungere i probabili scontri e violenze negli Stati nord-orientali nigeriani (Borno, Yobe, Adanawa) che tradizionalmente caratterizzano gli appuntamenti elettorali nazionali.

Queste aree sono caratterizzate da profonde tensioni etnico-religiose. Le elezioni metteranno a confronto l’attuale Presidente cristiano Goodluck Jonathan del Partito Democratico Popolare (PDP) e l’ex Generale musulmano Muhammadu Buhari, leader del Congresso dei Progressisti (CP). Va sottolineato come questa tornata elettorale proporrà gli stessi candidati delle precedenti elezioni, dal momento che Buhari venne sconfitto nel 2011 proprio da Jonathan. Molte delle tensioni che affliggono oggi la Nigeria sono legate alla ricandidatura di Jonathan: una sua rielezione andrebbe a interrompere la storica alternanza tra presidenti di religione cristiana e appartenenti alle etnie meridionali (Yoruba e Igbo) e presidenti musulmani appartenenti alla etnie settentrionali (Hausa-Fulani).

Senza contare come, il rinvio delle elezioni voluto dall’attuale governo, potrebbe anch’esso contribuire ad aumentare le tensioni tra i due gruppi. L’interferenza governativa con la Commissione Elettorale Indipendente che si occupa delle operazioni di voto, potrebbe rappresentare un tentativo da parte del Presidente uscente di affievolire i consensi dell’avversario, rafforzando così la propria posizione prendendo tempo e sfruttando l’attuale offensiva armata. Buhari sembra poter contare sul sostegno della maggioranza mussulmana del nord del Paese, dove il malcontento popolare nei confronti di Jonathan è andato progressivamente aumentando a causa degli scarsi risultati nella strategia anti-terrorismo contro Boko Haram. D’altro canto, però, il continuo rimando della tornata elettorale, nonostante sia più che motivato da ragioni di sicurezza, potrebbe contribuire ad alimentare il malcontento della popolazione degli ambienti musulmani del Paese e dei leader tribali, con il rischio di provocare una deleteria instabilità interna.

Nonostante la situazione relativa a Boko Haram sia estremamente delicata e complessa, un notevole ottimismo ha suscitato l’avvio, la scorsa settimana, dell’offensiva militare autorizzata dall’ECOWAS (Economic Community of West African States) per contrastare l’espansione di quello che ormai viene definito come il movimento gemello dell’IS in Africa centrale. Ottomila saranno circa i soldati impiegati all’interno della “Multinational Joint Task Force” composta da Camerun, Chad, Niger e Benin che potranno contare sul supporto logistico e materiale di Stati Uniti e Francia.

Washington fornirà sostegno in materiali, consiglieri e soprattutto personale che addestrerà gli eserciti a combattere le milizie jihadiste. A questo si aggiunge che le annuali esercitazioni militari Flintlock, condotte ormai da anni dagli Stati Uniti con l’intento di addestrare gli eserciti africani nella lotta contro i gruppi jihadisti, hanno quest’anno base proprio in Ciad. Durante le prime giornate di esercitazioni, gli Usa hanno condiviso con la Multinational Joint Task Force sofisticate tecnologie di comunicazione che permetteranno agli eserciti dei quattro diversi Paesi – ricordiamo attraversati da un territorio impervio costituito da foreste e deserti – di rimanere in contatto tramite comunicazioni satellitari, garantendo così una più coordinata ed efficace azione.

La Francia ha messo a disposizione elicotteri e aerei da ricognizione. Da sottolineare in questo contesto è senz’altro l’importanza del ruolo di Parigi che, successivamente all’intervento in Mali dello scorso anno contro Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), ha conservato nella regione una consistente presenza militare di oltre 3 mila soldati.

Punto fondamentale per l’azione congiunta africana, la richiesta dei quattro Stati di avere una copertura ufficiale da parte delle Nazioni Unite. Questa, se garantita, significherebbe aiuti maggiori rispetto a quelli che la sola Unione Africana può garantire. Fatto importante è pero che per quanto gli aiuti ONU possano essere appetibili, la Multinational Force ha deciso di non aspettarli, dimostrando di aver pienamente compreso come il fattore tempo sia un elemento essenziale.

The following two tabs change content below.

Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
blog comments powered by Disqus