Bloccare i brevetti e bloccare i farmaci

09/10/2015 di Pasquale Cacciatore

Il mercato del copyright e del brevetto, nell'economia generale, è associato alla protezione e promozione dell'innovazione. Completamente diverso è il discorso nell'ambito farmaceutico, perché alcune terapie utili rischiano paradossalmente di non giungere sul mercato. Per aver conferma di ciò, basta osservare il comportamento dei grandi nomi pharma.

Trial Clinici

È noto, la questione farmaceutica negli Stati Uniti è particolarmente sentita, ed il dibattito sembra tornare vivo in questi tempi di campagna elettorale. Pochi giorni fa Hillary Clinton ha lanciato una proposta per abbassare il costo di prescrizione dei farmaci, rendendo i produttori responsabili dei livelli di investimento in ricerca. Tuttavia, saranno sempre presenti farmaci potenzialmente utili che non riceveranno investimenti: quelli che non possono essere registrati.

Il mercato del copyright e del brevetto, nell’economia generale, è associato alla protezione e promozione dell’innovazione. Completamente diverso è il discorso nell’ambito farmaceutico, perché alcune terapie utili rischiano paradossalmente di non giungere sul mercato. Per aver conferma di ciò, basta osservare il comportamento dei grandi nomi pharma.

Alcune ricerche condotte negli ambienti di management del MIT, infatti, hanno dimostrato come molte aziende scartino idee potenzialmente valide perché il prodotto finale non risulta brevettabile. Il motivo è facilmente comprensibile: portare un farmaco sul mercato è processo costoso. Non è solo una questione riguardante laboratori e ricercatori, ma anche il dover dimostrare efficacia e sicurezza richiede investimenti in trial clinici sufficienti a portare all’approvazione degli enti competenti (negli Stati Uniti la Food and Drug Administration).

Il “costo” in termini economici dei brevetti farmaceutici è continuamente discusso, tanto più da chi rivorrebbe riformare le politiche di incentivi e ricerche delle aziende. I produttori difendono il diritto a brevettare i prodotti per rifarsi degli elevati costi di ricerca e sviluppo (ultimi studi li stimano addirittura attorno al miliardo di dollari in media per farmaco). Senza una protezione legale, chiunque potrebbe sfruttare i risultati di ricerche danneggiando l’intero meccanismo.

Il brevetto farmaceutico, al contrario, consente all’azienda – per un periodo di tempo limitato – di avere l’esclusiva di commercio di un determinato composto; tempo che, in media, si aggira attorno ai dodici anni. Ovviamente, in questo periodo i produttori possono aumentare i prezzi dei farmaci al fine di rifarsi dei costi di investimento. Costi che, al grande pubblico, possono sembrare addirittura folli (si pensi alle decine di migliaia di euro per singola dose di un recente farmaco per epatite C). D’altra parte, nell’ottica industriale, è facile comprendere come nessuno investirebbe milioni (se non miliardi) di euro – anche per prodotti salvavita – senza la promessa di un ritorno di investimento. Sarà triste, inumano, ma è il prezzo dell’economia.

Come accennato, alcune idee sono classificate come non brevettabili. Sono i presunti composti “ovvi” o “non innovativi”. Se ci si pensa, tuttavia, in questo modo possibili composti farmaceutici candidati rischiano di non vedere mai la luce proprio sulla base di questo presupposto condizionante. L’ovvietà può giungere in differenti modi: un vecchio articolo di ricerca, l’inclusione del composto in un database online, e così via.

Il sistema dei brevetti farmaceutici, dunque, è un’arma a doppio taglio. Da un lato assicura alle aziende la possibilità di rifarsi degli investimenti, ma dall’altra parte non incoraggia totalmente l’innovazione, non permettendo, economicamente, di ricercare su prodotti non brevettabili.

La soluzione? Numerose strade sono percorribili: i governi potrebbero investire pubblicamente per finanziare trial in farmaci di pubblico dominio; si potrebbe delineare un periodo di esclusività sul mercato – lungo abbastanza da motivare gli investimenti in trial clinici – per tutte le organizzazioni che vogliano investire in farmaci non registrabili e che siano in grado di dimostrare la realizzazione di un prodotto efficace clinicamente, anche se sviluppato sulla base di composti considerati “ovvi” dalla normativa attuale. Ragionare sui motivi che spingono le aziende a non investire nello sviluppo di farmaci, insomma, è certamente la migliore strategia per promuoverlo.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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