Bling Ring. Un fenomeno sociale da Elisabeth Noelle-Neumann a Sofia Coppola

15/10/2013 di Jacopo Mercuro

Presentato durante il Festival di Cannes 2013, Bling Ring, è l’ultimo lavoro della regista americana Sofia Coppola. La storia, per quanto assurda, riporta fatti realmente accaduti nella città di Los Angeles tra il 2008 e il 2009. Nicki (Emma Watson), Sam, Mark, Chloe e Rebecca sono un gruppo di adolescenti con un’angosciosa attrazione per la vita delle star hollywoodiane. Una vera e propria esigenza che cercano di sopperire emulando i loro divi e prendendo la decisione di intrufolarsi nelle loro case. Una volta dentro cominciano a rubare oggetti che, ai loro occhi, appaiono come uno status symbol, dal quale non possono prescindere. Nell’arco temporale di un anno riescono a mettere da parte una refurtiva pari a tre milioni di dollari in beni di lusso di qualsiasi genere. Quella che inizialmente sembra una bravata adolescenziale perde improvvisamente il controllo fino a divenire una dipendenza. Una dipendeza da Louboutin e da Chanel, sono queste le sindromi che attaccano il sistema immunitario giovanile in questione, bombardati dai media e dai loro valori sballati. Passano da una villa all’altra, da Paris Hilton ad Orlando Bloom, la regola iniziale è rubare con parsimonia, questo gli permette di continuare per un intero anno senza mai essere sospettati dalle autorità. Il controllo, ammesso che così possa essere definito, cessa di esistere e i continui furti, denunciati dalle celebrità ormai stanche, portano all’arresto della banda dei gioielli, incastrata dalle riprese di videosorveglianza.

The Bling Ring, locandina.
The Bling Ring, locandina.

Una fredda storia preconfezionata – Il film non si deve preoccupare della sceneggiatura, i fatti sono stati fedelmente riportati nell’articolo scritto da Nancy Jo Sales per Vanity Fair, ma il rischio di scivolare sul moralismo forzato da quattro soldi, del tipo “che disastro i giovani d’oggi”, era alto. Onore al merito per il pericolo scampato, ma l’eccessiva prudenza di Sofia Coppola non l’ha lasciata lontano da insidie. Gli ingredienti per creare una pellicola di spessore c’èrano tutti, il film ha come unico tema centrale un fenomeno sociologico che da tempo si è abbattuto sulla società moderna, ma la troppa freddezza della regista ha dato vita ad un lavoro freddo ed incolore. La sensazione che da è quella di un lavoro documentaristico incompleto e noioso, in cui si preferisce mostrare la frivolezza e il lusso più che il disagio, non solo giovanile, ma dell’animo umano. Il III canto dell’inferno dantesco è la giusta collocazione della pellicola, come gli ignavi non ne ha voluto sapere di osare lasciando un’impronta personale, piuttosto si è limitata ad adeguarsi dando la sensazione di essere spettatrice di se stessa.

Sono d’accordo con la scelta di non giudicare e fare falsa moralità, soprattutto perché gli stessi addetti ai lavori sono parte dello star system che hanno descritto, ma quel presentare l’animo dei personaggi in modo troppo distante ha chiuso la porta allo spunto principale fornito dalla storia. L’evidente disagio, con la realtà pubblica, spinge i cinque a derubare le star pur di sentirsi più vicino al loro modo di essere. I fatti accaduti accendono i riflettori sulla società in cui viviamo, che stordita dai media, perde il contatto con la realtà. Già nel 1984, con il saggio La spirale del silenzio. Per una teoria dell’opinione pubblica, la sociologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann mise sotto la lente d’ingrandimento il problema. Mark (Israel Broussard), uno dei protagonisti della storia, mostra il suo disagio nei confronti della propria persona, ha il timore di rimanere isolato, cosa che va ricercata all’interno di una società che marginalizza e rende invisibili chi non si adegua alla massa. È lampante la potenza dei messaggi lanciati dai media e che il cervello dei ragazzi non riesce a filtrare avvicinandoli al modello della società di riferimento (in questo caso il mondo hollywoodiano). Sofia Coppola, prova, senza riuscirci, a mostrare questo enorme potenziale solo in piccole battute come: L’america ha un fascino perverso per le storie a la Bonnie e Clyde; Ha parlato con qualcuno di loro? – Ho parlato con tutti loro! – Cosa ha detto Lindsay?”

Sembra non importarci più chi siamo veramente, ciò che conta è il modo in cui appariamo agli occhi delle altre persone, l’insaziabile interesse dell’opinione pubblica è affetta da una malattia incurabile: i media. Sono le opinioni di questi ultimi ad essere sempre di più dominanti, facendo scomparire rapidamente le alternative dei singoli. L’uomo, essendo un animale sociale, non può prescindere dal gruppo ed è così che pur di essere accettate deve adattarsi al comune sentire della maggioranza per non rischiare l’isolamento.

Sofia Coppola, ben lontana da Lost in Traslation, ha scelto di essere fredda osservatrice dei fatti, una scelta che le ha fatto perdere l’opportunità di dar vita ad un film di sostanza. Non è stata in grado di mostrare un fenomeno sociale lampante: l’appiattimento della morale moderna, l’influenza dei media e della massa sui singoli individui. La temibile legge del contrappasso si è abbattuta come una sentenza inequivocabile su un film privo di se, incentrato esclusivamente sull’aspetto modaiolo e incosciente dei suoi protagonisti.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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