Tra blairismo e socialismo nostalgico: ma dov’è la terza via della sinistra europea?

05/10/2016 di Edoardo O. Canavese

Cosa succede alla sinistra europea? Tra dimissioni, leadership sfiduciate ed altre riconfermate ma divisive, le diverse declinazioni del socialismo europeo sbattono contro le crisi congiunturali e si sfilacciano tra fautori del riformismo in salsa liberale e nostalgie del novecento.

In poco più di un mese Emmanuel Macron si è dimesso dalla carica di ministro dell’economia francese, Jeremy Corbyn ha riconquistato la leadership del Labour inglese e Pedro Sanchez è stato costretto a lasciare la guida dei socialisti spagnoli. A legarli c’è un filo rosso, letteralmente, ma pallido e piuttosto sgualcito: è il filo della sinistra europea, o per meglio dire occidentale, che attraversa la sua più grave crisi identitaria dal secondo dopoguerra. Una sinistra incapace di reagire al crollo del Muro di Berlino e all’estinzione progressiva del lavoro operaio, smarritasi rincorrendo il capitalismo trionfatore e al contempo incancrenitasi intorno a totem più elettorali che ideologici. Nonostante esperienze di governo significative, come nel Regno Unito con Blair, in Germania con Schröder e in Spagna con Zapatero, il socialdemocratismo europeo non è riuscito ad evolvere la propria cultura politica, rendendo asfittico un orizzonte non solo politico ma soprattutto sociale gravido di drammatici stravolgimenti.

Il labourismo inglese palesa tutti i sintomi della febbre che attanaglia la sinistra europea. Nell’arco di dodici mesi ha rinnegato uno dei suoi più apprezzati e al contempo controversi esperimenti politici, il blairismo, rintanandosi nel sogno antico di Corbyn, fautore di un socialismo quasi ancestrale, sindacalista ed operaio. Dopo la Brexit la leadership di Corbyn era stata messa in discussione dai parlamentari labouristi, per poi essere tuttavia rinnovata dagli iscritti al partito. Corbyn vince perché offre una visione, pur anacronistica e da molti ritenuta poco adatta alle responsabilità di governo, di una società rispetto alla quale il socialismo sconta un ritardo cognitivo. Vince soprattutto sulle ceneri del blairismo, tanto popolare in vita (almeno fino al terzo mandato dell’ex primo ministro) quanto sterile, al punto da lasciare più millantati eredi al di fuori dei confini britannici che in patria. La presunzione di saper conciliare il solidarismo labourista col riformismo liberale (secondo la formula della “terza via” blairista) ha slegato il partito dai militanti, riconsegnandolo ad un socialismo conservativo, abbastanza intimorito dai grandi eventi internazionali da escludersene favorendo la Brexit. Ma queste tensioni affliggono ovunque la sinistra, non solo in Gran Bretagna.

In Francia e in Spagna il socialismo galleggia sempre più lontano dalla militanza storica. Le due esperienze di governo, appena distanti nel tempo, sono quasi sovrapponibili in termini di contenuti politici; all’elargizione di diritti sociali hanno fatto da controcanto ricette economiche essenzialmente liberali. Al netto di un evidente (e congiunturalmente straordinario) impegno militare dei francesi, perfino la politica estera di Zapatero si distinse per la continuazione della missione afghana e per la partecipazione alla missione in Libano nel 2006. Si presentano dunque come programmi spuri, propri di un socialismo che non possiede i mezzi culturali per promuovere una propria politica genuinamente di sinistra, smarriti nella mancata piena comprensione del mondo in sviluppo dopo il 1989. Le leadership finiscono per presentarsi quali farraginose, radicate al mero dato elettorale, incapaci di promuovere a loro volta una visione, un progetto. Pure nel vivace contesto francese, dove il blairismo di Macron si smarca dal “nazionalismo” di sinistra di Valls, a sua volta allontanatosi dalle intenzioni di Hollande, non sembra esserci un’idea di socialismo in grado di tornare a dialogare col “paese reale”.

Centro-sinistra italiano e  sinistra greca appaiono mosche bianche nello scacchiere occidentale. Estremamente diverse tra loro, singolarmente legate dalla sopravvivenza di governi retti da leader pragmatici, ideologicamente forti, temerari e pure in discreta armonia fra loro, nonostante le differenze culturali. Si reggono su formule – tutte da consolidare – che tuttavia rappresentano laboratori di sviluppo da seguire per nuove formule di socialdemocratismo. In Italia il gruppo dirigente di Renzi ambisce agire nel solco della lezione dell’Ulivo, animato da un riformismo di matrice socialista e cattolico-popolare; lo tiene in piedi la pur infiacchita rete di militanza attiva, cui tradizionalmente nessun leader di sinistra può rinunciare. All’ombra del Partenone Tsipras riunisce sotto la sua leadership le anime nostalgiche del socialcomunismo greco, cercando una sintesi tra costrutti ideologici preesistenti (e ormai storicizzati) e voto di protesta, capace di aggredire l’austerity europea e contrastare l’ascesa del populismo destro. Il problema è che Renzi e Tsipras in fondo si sostengono su una scommessa comune, quella di riuscire a cambiare l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dei loro paesi. Si tratta di un azzardo, ancora una volta miope, che tradisce la consapevolezza della sinistra di fissarsi i piedi, incapace di acquisire un respiro che vada effettivamente al di là dei confini nazionali.

Esiste una nuova “terza via”, tutta interna alla sinistra? Una soluzione che rinunci alle nostalgie del secolo scorso e alla presunzione liberale del blairismo? Il socialismo europeo potrebbe cominciare ad affrontare un primo, gigantesco problema di cui la civiltà occidentale soffre: la crisi della democrazia. L’allontanamento degli elettori dal voto, la conservazione di impianti istituzionali ormai inattuali, la crescente incapacità rappresentativa dei cittadini nella politica non è tema che riguardi la sola sinistra, ma che la sinistra può far propria per governare una nuova fase di cambiamento che sia anche sociale, culturale, economico. La promessa di modellare la democrazia entro spazi istituzionali più adatti alle sfide di una società sempre più complessa e abituata all’interazione sui più diversi temi può alleviare l’astensione, svezzare un nuovo elettorato e, potenzialmente, influenzare la trasformazione del profilo della sinistra europea, animata dalla comunione d’intenti. La tendenza al protezionismo degli interessi nazionali e il capriccio elettorale di breve gittata sembrano tuttavia scoraggiare speranze in tal senso.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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