Birmania, la persecuzione dei Rohingya (e di Medici Senza Frontiere)

11/03/2014 di Stefano Sarsale

Birmania, Medici Senza Frontiere, Rohingya

La situazione in Birmania ha subito un brusco tracollo la scorsa settimana, quando i componenti di Medici Senza Frontiere sono stati espulsi dal Paese a causa di una decisione unilaterale del governo birmano. L’ONG svolgeva da anni un ruolo in prima linea nell’aiutare la popolazione fortemente disagiata, a causa dei limitati mezzi di cui dispone il servizio sanitario, ridotto a brandelli dopo decenni di sottofinanziamento durante la dittatura militare, durata fino al 2011.

Le persecuzione dei RohinguaL’espulsione di MSF – Corrispondenti di MSF hanno dichiarato di essere profondamente scioccati dalla decisione unilaterale del governo e di essere estremamente preoccupati per la sorte delle decine di migliaia di pazienti che, fino a qualche giorno fa, erano sotto le loro cure. La decisione da parte del governo birmano è in realtà motivata dall’intento di colpire la minoranza Rohingya: considerata come la più discriminata al Mondo secondo le stime delle Nazioni Unite, questa parte della popolazione viene trattata come se non facesse affatto parte dello Stato birmano. I Rohingya di etnia musulmana, vivono sul confine col Bangladesh e sono quasi un milione di individui (800 mila). Questi vengono da sempre emarginati e discriminati, essendo la Birmania un Paese dove la quasi totalità degli abitanti è buddista. Per dare un’idea dell’entità della discriminazione alla quale sono sottoposti basti pensare che, a Rakhine, nell’ovest del Paese, ai Rohingya non viene neanche riconosciuta la cittadinanza birmana.

Persecuzione intensificata? L’imminente censimento che si dovrà svolgere nel Paese nei prossimi mesi, rischia di essere l’occasione nella quale, non dando modo alla minoranza di parteciparvi, vengano definitivamente negati loro diritti civili e politici, oltre alla cittadinanza stessa. Tuttavia il vero motivo che sta dietro la decisione del governo birmano di espellere i membri di MSF è che nelle ultime settimane i medici avrebbero prestato assistenza a migliaia di persone in una zona dalla quale sono giunte voci – non ancora state confermate – di uccisioni di massa di Rohingya. Le persone fuggite dall’area del massacro hanno trovato rifugio, accoglienza e cure mediche esclusivamente grazie a MSF: è probabile che in questo modo il Governo voglia evitare che vengano alla luce prove concrete di quanto avvenuto.Ovviamente il governo centrale ha negato fermamente quanto appena scritto e la decisione è motivata dall’accusa che MSF avrebbe garantito trattamenti di favore alla minoranza mussulmana a discapito del resto della popolazione. Se i fatti dovessero essere confermati, sarebbe evidente la gravità di quanto sta accadendo. Emerge infatti che l’intento del governo centrale, dominato naturalmente da esponenti buddisti, sta da una parte attaccando la minoranza usando la forza, mentre dall’altra, con l’espulsione di MSF, ha di fatto negato loro la possibilità di ricevere qualsiasi forma di assistenza.

Il silenzio dei media – Ai fatti avvenuti in Birmania è stata data una copertura mediatica a dir poco nulla: non è plausibile che un governo abbia la possibilità di agire in questo modo su una parte della propria popolazione senza incombere direttamente in sanzioni e conseguenze. Le uniche proteste che si sono sollevate in favore della popolazione sono state quelle mosse da parte di MSF. Unico interesse diretto da parte di uno Stato estero è, invece, venuto dagli Stati Uniti in un comunicato stampa dell’ambasciata americana a Yangon, il venerdì antecedente i fatti, che incoraggiava il governo a favorire l’operato nel Paese di ONG con fini umanitari – nulla però è stato detto sui presunti fatti della scorsa settimana. Indipendentemente da quelle che possono essere le ragioni politiche non è accettabile una tale noncuranza della comunità internazionale, probabilmente alle prese con questioni di maggiore interesse come Siria e Ucraina, visti gli evidenti interessi in gioco.

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, governi come quello birmano sono liberi di agire e di perseguire i propri fini, usando mezzi a dir poco discutibili. L’aspetto più drammatico che emerge da questa triste vicenda riguarda però la crescente gravità che ha assunto la contrapposizione religiosa in Birmania: da quando esplosero le prime contrapposizioni nel 2012, sono state centinaia le persone rimaste uccise e oltre 140.000 coloro che sono fuggite per mettersi in salvo. Ciò che potrà accadere da questo momento in poi, se non ci sarà un interesse da parte della comunità internazionale, è che la popolazione Rohingya sarà costretta a subite della violazioni sempre maggiori e soprattutto non potrà beneficiare nemmeno dell’assistenza di ONG, le uniche in grado di arrivare sul territorio portando aiuti concreti. Staremo a vedere per quanto tempo e fino a che punto il mondo starà a guardare, senza far nulla.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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