Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza)

17/02/2015 di Jacopo Mercuro

A pochi giorni dalla grande notte degli Oscar, è approdata nelle sale italiane l’ultima opera del regista messicano Alejandro González Iñárritu. E alla fine arriva Birdman, film candidato a ben nove statuette, tra cui quella per il miglior film, che è riuscito a stupire, in modo positivo, sia il pubblico che la critica internazionale.

Recensione Birdman

Riggan Thompson (Michale Keaton) è un attore caduto in disgrazia che ha avuto la sua grande dose di popolarità interpretando Birdman, un supereroe amatissimo dal pubblico. A distanza di molti anni dal successo, Riggan si ritrova a dover fare i conti con un’identità ormai smarrita, con un passato che riaffiora e con un presente che sembra sfuggirgli, come testimonia il difficile rapporto con la figlia Sam (Emma Stone), da sempre trascurata ed ora sua assistente. L’ex star hollywoodiana, per rilanciare la sua carriera, ma ancor di più per dare delle risposte a se stesso, decide di mettere in scena un ambizioso spettacolo teatrale a Broadway. Riggan, nei giorni che precedono la serata della prima, dovrà fare i conti con il suo ego passato che riaffiora e con il nuovo attore Mike (Edward Norton), sperando nella riuscita della messa in scena, un modo per poter spiccare nuovamente il volo.

Iñárritu torna a stupire tutti con una pellicola di un modernismo disarmante. Birdman ha il sapore dell’innovazione, della sperimentazione, della boccata d’aria fresca che offre al cinema odierno. Il film è quasi interamente girato in piano sequenza, il primo stacco arriva solo quasi un ora e mezza, offrendo al pubblico la sensazione di essere a stretto contatto con i protagonisti.

Birdman ingloba parte della teatralità di Renoir, rifiutando il montaggio classico e prediligendo una sorta di hic et nunc del set cinematografico, possibile grazie all’interminabile piano sequenza, anche se in modo simulato e aiutato dal digitale. La teatralità renoiriana non è reale bensì virtuale, la permeabilità dell’attore e la sua improvvisazione non è spontanea, ma costruita per offrire una messa in scena dal sapore fortemente teatrale.

La sperimentazione di Iñárritu non si ferma qui. Per sostituire il montaggio e la sua capacità di scandire i ritmi della pellicola, il regista messicano si è servito della batteria del connazionale Antonio Sanchez. Le percussioni offrono vibrazioni che richiamo l’attenzione del pubblico; un metronomo in grado di accelerare e rallentare i tempi scenici senza l’uso del decoupage classico. La cinepresa si tuffa, di volta in volta, nel corpo dei personaggi, mantenendo una linea di continuità; un passaggio del testimone che ci conduce nelle storie di ogni singolo protagonista, senza interrompere lo scorrere del tempo.

Iñárritu stravolge e critica l’industria cinematografica, non lo fa solo attraverso la forma, ma anche e soprattutto attraverso i contenuti. Il film si scaglia contro un cinema schiavo del botteghino, dove la maggior parte delle produzioni si abbandonano ai blockbuster dal successo assicurato, ingordi di supereroi e di effetti speciali.

È d’obbligo ricordare e sottolineare le grandi prove che hanno fornito tutti gli attori, non a caso Michale Keaton, Edward Norton ed Emma Stone, sono stati inseriti nelle candidature per le migliori recitazioni dell’anno. Non va assolutamente dimenticata anche la fotografia di Emmanuel Lubezki, artefice di un grande miracolo cinematografico, tra i favoriti nella magica notte al Dolby Theatre.

“Ragazzi, questo è il film che stiamo per girare: se cadiamo, falliamo” – così Iñárritu si è rivolto al cast, mostrandogli la foto dell’equilibrista Philippe Petit, mentre attraversava le Twin Towers su di un’asticella sottilissima. Fin da subito il regista aveva ben chiaro nella sua mente cosa avrebbe voluto fare, ma soprattutto come lo avrebbe fatto. Birdman, in modo prepotente, apre una delle tante porte della settima arte; senza paura di andare verso l’ignoto, esplora un nuovo linguaggio cinematografico, cimentandosi in un esperimento più che riuscito.

 

“La popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio” – Mike Shiner (Edward Norton)

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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