Consiglio UE: Approvato il Bilancio 2014-2020. Suicidio o Compromesso?

09/02/2013 di Elena Cesca

bilancio-europeo-vanrompuyIl Consiglio approva la bozza del bilancio UE pluriennale 2014-2020 che passa adesso al vaglio del Parlamento europeo per il via libera finale. “Deal done”, accordo fatto, twitta il Presidente Herman Von Rompuy. “Crea deficit”, ribatte Schulze, Presidente del Parlamento Europeo: pochi interessi comuni, meno competitività e meno investimenti in Ricerca e Sviluppo. L’Unione Europa vive la seconda recessione in 4 anni e continua sulla strada dell’austerità.  L’Unione Europea taglia e forse si taglia fuori dal grande ideale.

26 ore non-stop di negoziati, capi di stato e di governo, ministri e rappresentanti nazionali accasciati sui divani, stremati. C’è chi parla di spirito di compromesso e chi di suicidio. Complessivamente, si progettano tagli per 13 miliardi. Quello che il Parlamento discuterà sarà il primo bilancio pluriennale nella storia dell’Unione Europea ad essere inferiore rispetto al precedente. Circa 35 miliardi, ovvero il 3,5% in meno rispetto al piano 2007-2013. Segno che la crisi non è passata e si confida poco negli investimenti di lungo periodo.

 Un pacchetto “non perfetto, ma che da un po’ a ciascuno”. Secondo il Presidente Von Rompuy, il compromesso, pur tirando la cinghia, mette d’accordo un po’ tutti. Difficili i negoziati tra i paesi SIG (Svezia, Inghilterra, Germania) che chiedevano di limitare la disponibilità di una “carta di credito europea troppo generosa”, e il Fronte SUD (Italia, Francia, Spagna) che puntavano su agricoltura e competitività. Delusa la Francia che proponeva più investimenti nella ricerca.

Analizzando i dati che ogni cittadino europeo può trovare sul sito europa.eu , e comparandoli con la prospettiva finanziaria 2007-2013, vediamo cosa hanno deciso i nostri rappresentanti. In primis, ricordiamo che il bilancio e la concertazione delle spese vengono approvate tramite un accordo interistituzionale. In sommi capi la Commissione Europea elabora un progetto preliminare di previsione delle entrate e delle spese, che viene poi sottoposto all’attenzione del Consiglio. Il Consiglio può apportarvi delle modifiche e, una volta raggiunta l’unanimità,  la bozza passa al vaglio del Parlamento.

Le modifiche apportate dal Consiglio rispetto alla proposta della Commissione, questa volta sono state tante: si passa dai 1.047,7 miliardi proposti ai 960 (che ci concretizzano in 908.4 effettivi) decisi dal Consiglio. Il che equivale a tagli ripartiti in ogni settore e alti impatti sulla crescita e l’integrazione.

PAC. Le politiche per l’agricoltura e la competitività si aggiudicano il 72,7% del budget, nonostante si sacrifichino e si aggiudichino 373,2 miliardi per l’agricoltura, rispetto ai 420 proposti in Commissione, meno che nel 2007-2013 (420,8 miliardi). 125,6 miliardi per la competitività, in calo rispetto al progetto della Commissione, ma il 37% in più rispetto alla scorsa finanziaria.

Funzione pubblica. I tagli più attesi (-5%) li troviamo qui.  – 6 miliardi alla euroburocrazia per far contenta l’Inghilterra, ma non il Commissario slovacco per l’Amministrazione che ha esclamato: “Non ci resta che tornarcene a casa!”.

Connecting Europe.  Il suicidio dell’Europa collegata. Quelli più assurdi sono i tagli che riguardano il tanto voluto programma di finanziamento della rete dei trasporti, dell’energia e del digitale che dovrebbe aiutare i paesi europei ad essere più collegati. In breve, -11 miliardi complessivi alla integrazione “fisica”. Meno finanziamenti ai trasporti (solo 29 miliardi, di cui 5 all’energia e 1 al digitale) equivalgono a meno investimenti nelle infrastrutture che come ben sappiamo fungono da elevato moltiplicatore fiscale.

Competitività, crescita e lavoro. Un’Unione per vecchi. Vergognosi i 125, 6 miliardi (meno di 20 miliardi all’anno per paese) stanziati. Il Consiglio taglia 30 miliardi rispetto a quanto suggerito dalla Commissione. Ancora più disonorevoli solo i 6 miliardi, cioè meno di 1 miliardo all’anno, ceduti in extremis contro la disoccupazione giovanile, in un’Europa dove più di 26 milioni di giovani sono senza lavoro.

Fondi strutturali. Al diavolo la solidarietà!  -8, 4% per le aree con gravi squilibri economici. Spagna e Grecia ne risentono per un terzo, ma si dice che i Paesi più in crisi (tra cui anche Italia, Portogallo, Irlanda e alcuni dell’Est) siano stati molto “agevolati”. Sembra abbastanza arduo capire come, dato che 325 miliardi dovrebbero “bastare” per ovviare ai molteplici problemi di questi Stati.

Horizon 2000 e Erasmus. Luce in fondo al tunnel?! Lievi aumenti. Unica voce positiva, anche se comunque deludente per investire nel capitale umano. + 6 miliardi alla strategia 2014-2020 che sottolinea la necessità di incrementare il numero di persone con formazione di livello universitario in Europa e di contrastare l’abbandono scolastico precoce, valorizzando le attività culturali e dei media. Tuttavia, l’attuale architettura dei programmi è ancora troppo frammentata. La Commissione aveva proposto inizialmente 15,2 miliardi di euro a favore del settore dell’istruzione e della formazione, da recuperare dal fondo strutturale. Nel punto precedente si è detto cosa si è deciso per i fondi strutturali. Non abbiamo bisogno di una laurea per fare 2+2.

Europa. Vittoria complessiva di un’Inghilterra sempre più decisa ad essere la voce fuori dal coro. I tagli che tanto piacciono anche ad un paese florido come la Svezia, vengono interpretati amaramente dalla Francia. Holland sperava in un’Unione più volta al futuro, alla Ricerca e allo Sviluppo. Tuttavia, nel mal comune, il bicchiere francese è mezzo pieno. Non scontenti i paesi dell’Est nel settore della coesione e ancora fiduciosi gli Spagnoli, i Portoghesi e i Greci.

Italia. Monti fa la differenza. Nonostante i tagli, l’Italia esce sostanzialmente soddisfatta dalle trattative, soprattutto sul PAC (1,5 miliardi), maggiore quota per lo sviluppo rurale e ambiente, così come richiesto. +3,5 miliardi rispetto alla proposta di Van Rompuy  fatta ad inizio novembre.  La squadra italiana si aggiudica più risorse dal fondo strutturale e deve “cedere” di meno all’Unione (il contributo che siamo tenuti a versare ora ammonta allo 0,23% del PIL, quindi salviamo 4 miliardi), sebbene resti un “contributore netto” (otteniamo meno “ritorni” rispetto alla quota con cui sovvenzioniamo il fondo europeo).

Germania. Oscura e ambigua la posizione del leader supremo tedesco. Il silenzio della Merkel incuriosisce e non si comprende l’approccio “soft” della Cancelliera. Solitamente, in queste contrattazioni intergovernative, i paesi forti fanno la voce grossa per ricordare il ruolo che rivestono. Allo stesso tempo, in contesti come quelli europei, i paesi grandi sono anche quelli più vecchi, ovvero quelli che hanno creato l’idea di Unione. Ne sono i padri fondatori. Come tali, adottano pure mezzi “soft” perché credono che, tramite il compromesso e il dialogo, si possano raggiungere più pacificamente degli accordi che vadano a beneficio della comunità tutta. Detto questo, l’approccio di Berlino sembra andare contro i manuali di negoziazione. Alla base del silenzio tedesco si inizia ad intravedere uno spirito più arrendevole e di rinuncia alle grandi ambizioni comunitarie. La Germania appare quasi infastidita dai problemi europei e sembrerebbe volersi de-responsabilizzare rispetto al ruolo di Big designer.

Quale futuro? Il fatto che il bilancio vada approvato all’unanimità è importante. Ogni Stato membro ha potere di veto, quindi se tutti non votano a favore, la bozza non passa. Da una parte ciò implica tempi lunghi per trovare una soluzione che sposi gli interessi di tutti, dall’altra stimola gli Stati a una maggiore intesa nella condivisione degli obiettivi comuni. Dal punto di vista procedurale l’intesa è stata trovata, dal punto di vista concreto le prospettive non sono delle più felici.  Il bilancio prevede tagli significativi in settori, come quello del Connecting Europe, che dovrebbero promuovere una maggiore integrazione dei 27 Stati, e sembra essere, ancora una volta, un mezzo per rispondere ad interessi nazionali piuttosto che comunitari. La palla passa al Parlamento e vedremo se la finanziaria sia solo una questione di spesa, o uno strumento di integrazione. Il problema consta nel capire se c’è un’assenza di interesse nella condivisione o se è l’idea, in sé, di Unione che si affievolisce.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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