Luigi Zingales e la proiezione al capitalismo originale

15/04/2013 di Andrea Viscardi

A Torino, per il terzo anno consecutivo, è in corso “Biennale e democrazia”, manifestazione culturale diretta da Gustavo Zagrebelsky. Ieri, Europinione è stata all’incontro “Il futuro del capitalismo”. Ospite d’onore Luigi Zingales – uno dei più importanti economisti a livello mondiale, nonché cofondatore di Fare per Fermare il Declino – intervistato da Pietro Garibaldi. Tema principale dell’incontro il capitalismo, così come visto dal Professore dell’University di Chicago nel suo ultimo libro “Manifesto capitalista”.

Zingales e il futuro del capitalismo, biennale e democrazia
Luigi Zingales, durante l’incontro “Il futuro del capitalismo”

Tensione perenne – Democrazia e mercato. La storia di questa contrapposizione è ben lontana nel tempo. Ne dibatterono negli anni ’20 già pensatori come Croce o Einaudi. Il mercato, in una logica di meritocrazia, genera diseguaglianza – oggi più che mai – e si pone in contrasto con l’idea di democrazia. Zingales, però, sostiene quanto questa perenne tensione sia fondamentale per evitare che il sistema capitalista si faccia influenzare dallo spettro dell’oligarchia e dalla corruzione.

Stop al debito – Il problema, se mai, è da individuarsi in altri lidi. Come ad esempio la politica degli stati occidentali – sostenuta sin dai tempi di Keynes – di spendere e accollare il debito generato sulle generatore future. Lo stesso Zingales riconosce i meriti di questa operazione “in un momento in cui il debito era al 20% e nel quale il tasso demografico e il PiL pro capite erano in constante aumento”. Il debito, insomma, sarebbe stato diviso tra un maggior numero di persone, mediamente più ricche. Oggi, in una situazione in cui entrambi questi indicatori hanno tendenze opposte, l’effetto che tale politica produce è esattamente l’opposto. Ci si ritrova a pagare i debiti creati nel passato, senza, – per dirla con le parole utilizzate dall’economista – mangiare. Non si può più trasferire il debito alle generazioni future – a meno che non si voglia far crollare l’intero sistema.

Populismo come conseguenza – La conseguenza di questa situazione è il populismo. Non poter creare debiti porta a una diminuzione dello stato del welfare, ad un aumento della tassazione e all’impossibilità da parte della classe politica di “comprare il consenso”. Aggiungendoci, poi, un’incapacità oggettiva dei politici a trovare le soluzioni ai problemi, si ha il fenomeno populista – o popolare. Inoltre, il rallentamento degli indici economici sbatte innanzi ai cittadini un capitalismo disilluso, del quale i benefici sono di difficile – se non impossibile – individuazione. Accettare le diseguaglianze – e un aumento sostanziale della forbice tra ricchi e poveri – è possibile solo quando esiste comunque un benessere generale. Molto meno facile in un momento in cui tale benessere viene a mancare. Ecco, allora, l’emergere di un rifiuto dei meccanismi di mercato, ma anche di quelle leggi sottostanti che permettono al mercato stesso di funzionare.

Politica ed economia – Tale scenario permette poi di creare paradossi gravemente inficianti sul sistema: accogliere certe spinte populiste può portare ad approvare provvedimenti drastici e spesso paradossali. E’ il caso – racconta Zingales – statunitense. Nel 2009 fu approvata dal Congresso (ma poi respinta dal Senato) una tassazione del 90% sui bonus bancari. Il Partito Democratico – promulgatore di tale provvedimento e di altri simili – dovette però, mettere in atto un sistema di strumenti atti a sussidiare i grandi gruppi economici: che interesse avrebbero avuto, altrimenti, ad investire in un rischio qualora – in caso di successo – i ricavati sarebbero stati, sostanzialmente, espropriati? Un circolo vizioso che favorisce, alla fine, i grandi gruppi economici, escludendo, sostanzialmente, molti altri dalla competizione. Il populismo, però, è per Zingales “in qualche misura giusto e dovrebbe essere utilizzato non per distruggere i meccanismi di mercato, ma anche per renderli più autentici e migliori”.

Capitalismo originale – Proprio per questo è necessario tornare all’idea originale di capitalismo e liberismo. Lo stato deve cessare di distorcere i meccanismi del libero mercato. Tutti i settori economici sussidiati sono un male e una deformazione per l’intero sistema. Uccidono la concorrenza, non stimolano l’azienda e spesso procrastinano solamente l’agonia di società destinate a fallire perché non adeguate – mantenendo una sorta di barriera all’entrata. I rapporti tra gruppi di potere economico e stato devono essere estirpati dal sistema. Democrazia e capitalismo, a quel punto, troverebbero nella tensione perenne un punto di positività, divenendo – la prima – fondamentale per l’esistenza del libero mercato: la democrazia deve servire per migliorare il capitalismo in un’ottica di bilanciamento, di riequilibrio. La naturale tendenza dei gruppi capitalisti è propensa alla monopolizzazione del sistema e allo sfruttamento del consumatore. Lo Stato, quindi, ha il compito di garantire sempre il libero mercato. Uno stato basato sui sussidi alle aziende, invece, fa esattamente il contrario.

Utopia? – Zingales è consapevole di quanto da lui sostenuto rappresenti, fondamentalmente, una grande utopia. L’intervento statale, in realtà, va sempre aumentando e il risultato – aggiungiamo noi – è quello di difendere sempre più i grandi gruppi economici, creando danni ad ogni livello: consumatore, società, stato, mercato. Un’utopia, sì, ma un’utopia auspicabile, a cui occorre aspirare. Innanzi ad una crisi del capitalismo che è stato capace di trasformare tale dottrina dall’unica possibile ad il colpevole della crisi, non sono state proposte delle alternative ideologiche. Occorre, quindi, trovare questa alternativa non in un sistema diverso, ma in un ritorno alle origini, nella contrapposizione tra capitalismo odierno e capitalismo originale.

 Mettere a dieta lo Stato – Due, in conclusione, i concetti base: basta debito e basta interventismo dello stato in economia. Lo stato deve alleggerirsi, così da poter ridurre la pressione fiscale e rilanciare i consumi e gli investimenti. Questo non vuol dire distruggere il sistema di welfare, ma rimodellarlo in una direzione più intelligente. Infatti senza welfare – aggiunge Zingales – non può esservi neanche il libero mercato. Un esempio? Capovolgere l’attuale politica nei confronti delle aziende. Sostenere aziende in difficoltà per evitare dei licenziamenti è controproducente. L’azienda evidentemente è difettosa, insufficiente, non competitiva. Destinata a fallire. Perché mantenerla in vita con investimenti da parte dello stato? Non sarebbe forse meglio, allora, proteggere direttamente i lavoratori? Magari dedicando i sussidi non più alle aziende ma destinarli direttamente ai licenziati? Un sistema profondamente da cambiare, dunque. La risposta arriva anche a chi domanda a Zingales se è così sicuro i cittadini italiani accetterebbero una politica di questo tipo: “una resistenza esiste, ed è portata dai gruppi interessati al mantenimento del sistema, non dai cittadini. Se la scelta deve essere tra il pagare più tasse e avere gli stessi servizi o meno tasse avendo meno servizi la risposta, oggi, è scontata. Soprattutto considerando l’inefficienza della maggior parte dei servizi erogati”.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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