Bersani, gli otto punti approvati dal PD e il governo di minoranza

06/03/2013 di Giacomo Bandini

Non è ancora certo in che modo sarà formato il governo né da chi, ma un primo slancio per il futuro l’ha svelato Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Si tratta di otto punti programmatici considerati fondamentali che il leader del centrosinistra ha elencato stamattina all’assemblea della Direzione Generale del partito democratico. Il potenziale esecutivo rischia seriamente di  vederne realizzati pochi  vista la precarietà che sembra destinata ad affossarlo al più presto per un rapido ritorno alle urne. In ogni caso verranno di seguito analizzati, se non altro per dare un’opportunità e un minimo di visibilità al primo tentativo di chi per ora è ancora in pole position per iniziare la XVII Legislatura della Repubblica Italiana.

Il primo punto che si trova in ordine mira a correggere le norme di eccessiva austerità imposte dall’Europa all’Italia. Tali correzioni riguardano soprattutto gli orizzonti temporali in quanto l’Europa chiede immediata disciplina di rigidità su deficit e debito, ma non tiene conto della drammatica situazione dell’economia reale. Le asticelle dunque per il rientro nei parametri di Maastricht dovrebbero essere spostate nel medio-lungo periodo  e non nel breve, come pretende l’EU, mentre come priorità assoluta vanno posti i nuovi stimoli all’economia reale.

Al secondo posto si ritrovano le riforme sul lavoro che hanno il sapore a prima vista di un grande mix fra pretese liberali e influenze della sinistra vicina ai sindacati. Questo punto infatti contiene un po’ di tutto, dal patto di stabilità con gli Enti Locali (di cui però non viene specificato nulla) alla banda larga, passando per la tutela degli esodati (in modo alquanto misterioso) e per il salario minimo garantito tanto caro ai grillini anche se non proprio corrispondente al reddito di cittadinanza preteso dai neoeletti. In poche parole non proprio quello che il Pd aveva promesso in campagna elettorale, della quale fa salvi più che altro due temi costanti della storia recente del centrosinistra: tracciabilità dei conti e Imu progressiva.

Si giunge così alla vera patata bollente del calderone politico: le riforme della cosiddetta “vita pubblica”. In primis la riforma dei partiti, altro tentativo di raccordo con il Movimento 5 Stelle che però ha sempre risposto picche al riguardo fino ad ora, anche perché secondo loro i partiti non esistono più. In evidenza si mostrano anche le misure più necessarie di cambiamento istituzionale come il dimezzamento dei parlamentari e la tanto agognata legge elettorale in merito alla quale Bersani ripropone il doppio turno alla francese.  A seguire il taglio dei costi delle PA e la revisione delle società pubbliche o misto-pubbliche e persino l’abolizione delle Province.

Accorpando i punti 4 e 5 ci si ritrova nel bel mezzo di un tentativo ancora poco articolato di riforma della giustizia e si entra nel campo del conflitto di interessi, della corruzione, dei tempi di prescrizione, dell’ineleggibilità e incandidabilità e infine dei doppi mandati. Tutte cose sacrosante, ma di cui è ancora da verificare l’effettiva volontà di cambiare davvero il sistema, con la coalizione di centro-destra piuttosto ostile e ancorata alle vecchie posizioni sull’argomento, almeno finché Berlusconi resterà leader indiscusso.

Al sesto e settimo  posto Bersani colloca le misure del “futuro”: rispettivamente la green-economy e i diritti civili emergenti. Le idee sul primo tema  sembrano ancora troppo poco esaustive e non tengono conte delle best practices di molti paesi europei, né della recente evoluzione di molte società energetiche che hanno deciso di passare dalle tradizionali fonti a quelle rinnovabili, come quella che fa capo alla famiglia Garrone. Da rivedere. Per quanto riguarda invece la seconda istanza in capo ai diritti civili si tratta di un primo tentativo di dare norme sulla cittadinanza basate sullo ius soli e di importare anche nel Belpaese le leggi sulle coppie omosessuali tedesche.

All’ultima posizione, fra le prime però per importanza, istruzione e ricerca. Il contenuto delle proposte è ancora acerbo, come ha ricordato proprio il segretario del Pd, ma colpevolmente carente se con questo programma si volevano convincere donne e giovani. Il tutto si basa sulla migliore ripartizione dei fondi e sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici e rimane per il momento non soddisfacente.

In conclusione si tratta di un programma non completo né sufficientemente sviluppato, ma che ha posto alcune buone basi di partenza soprattutto se effettivamente applicato in alcune parti. La parte difficile consiste piuttosto nell’individuazione delle priorità. Considerando come assai probabile un ritorno rapido alle elezioni in primo luogo andrebbero  predisposte le misure per cambiare l’ossatura istituzionale, quindi riformare le Camere, non solo tagliando il numero di parlamentari, ma anche cambiando l’assetto del Senato, magari legandolo totalmente alle realtà territoriali. Solo dopo aver riformato questi aspetti è auspicabile la sostituzione della legge elettorale in vigore con il modello “majority”, doppio turno alla francese. A seguire, se l’esecutivo dimostrerà di poter proseguire, cosa ardua, le proposte sull’economia reale e sull’istruzione dovrebbero andare di pari passo con la riforma della giustizia e delle PA. Allo stato attuale e con le prospettive che si profilano sembra oggettivamente un’impresa titanica, ma ora come ora è difficile non credere che gli italiani si accontentino di vedere realizzate almeno le prime due. Da sottolineare infine il tentativo di moderazione di questo programma di responsabilità che non si lascia coinvolgere troppo da derive di stampo eccessivamente sinistroide e non si fa dominare dalla componente sindacale. Che sia il segno di una maggiore presa di coscienza della volontà degli italiani?

Intanto, durante la mattinata,  nella riunione della Direzione Generale Bersani sostenuto anche dal fedele Enrico Letta ha escluso il “governissimo”, mentre ha aperto, anzi sembra puntare, ad un governo di minoranza con un’apertura verso Mario Morti. Rigettata in toto, invece, l’asse PD – PDL, così come l’idea dell’ inseguimento ai grillini. Analizzando poi i risultati del voto ha ammesso di aver subito una significativa emorragia del bacino elettorale e in coro con la Finocchiaro si è appellato alla forza del cambiamento necessaria al centrosinistra per riconquistare i cuori della gente tanto che non è stato nemmeno escluso un ripensamento del finanziamento ai partiti, tema assai sensibile per molti.  Da un altro lato alcuni della vecchia guarda nei giorni scorsi non hanno negato di prediligere il ricorso ad un governo tecnico. D’Alema  invece da navigato politico ha parlato di un compromesso che non c’è mai stato fra destra e sinistra, ma che ora nel momento in cui sarebbe potuto essere utile sembra impossibile a causa della figura di Berlusconi. Franceschini da parte sua invoca l’unità del partito in un momento così difficile. Il più critico appare Ranieri che non cela la sua preferenza per un intervento del Presidente della Repubblica. E Matteo Renzi?  In attesa del suo momento e acclamato dalla base a gran voce, oggi ha partecipato alla riunione senza proferire parola e lasciando presto la compagnia. Che volesse lanciare un segnale al suo partito? Intanto dalla votazione della Direzione Nazionale è emerso un sì quasi unanime alla linea del suo leader. I dubbi del popolo invece rimangono: chi formerà il nuovo governo? La parola spetta ora a Napolitano.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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