Il cambiamento esogeno nelle due “Italie”

25/03/2013 di Federico Nascimben

bersani-consultazioni-confindustriaIl Segretario e l’incontro con le parti sociali. Il “preincaricato” Bersani, dopo aver parlato con i Presidenti di Camera e Senato, ha iniziato a ricevere i rappresentanti delle parti sociali. Questo giro di consultazioni durerà circa tre giorni, ed è stato fatto un po’ perché il Segretario ha ancora una visione neocorporativa, un po’ perché gli consente di prendere tempo e un po’ perché sapeva ciò che ne sarebbe uscito: i rappresentanti del mondo dell’economia e del lavoro hanno certamente un approccio ed uno spirito molto più pragmatico e schietto di quello dei nostri politici.

Un Governo che sappia affrontare la crisi. Infatti, ciò che è venuto fuori (per ora), è la richiesta di un Governo stabile che affronti la situazione critica e dia avvio ad un programma di rilancio dell’economia reale. “Non c’è rimasto tempo, siamo vicinissimi alla fine, purtroppo”, sono state queste le parole del Presidente di Confindustria Squinzi, parole che dimostrano – nuovamente – la preoccupazione di quell’Italia produttiva, che crea e dà lavoro, ma le cui problematiche sono rimaste sempre inascoltate dalla politica. Il pagamento di 40 miliardi di debiti pregressi della PA (20 nel 2013 e 20 nel 2014) hanno più il sapore di un palliativo che di una vera e propria cura, soprattutto dinanzi ad una mole totale costituita da ben 71 miliardi. Come al solito, qualcosa viene fatto, ma non è mai abbastanza, e – soprattutto – prescinde da una soluzione organica del problema. Mentre il Paese sprofonda.

Due Paesi in uno. Se le condizioni dell’Italia sono quelle che sono oggi, le cause sono nostre. La crisi ha soltanto accentuato i nostri mali e tutti quei problemi che non abbiamo mai saputo (e voluto) risolvere. Il modello-Italia dev’essere ripensato nel suo complesso, dobbiamo chiederci: chi siamo oggi? Vogliamo essere ancora competitivi oppure, per continuare a vivere come abbiamo sempre fatto, vogliamo che resti tutto com’è? La risposta a queste domande non sembra mai essere univoca: c’è un Paese che vuole provare a rinnovarsi e a cambiare, e c’è un Paese che invece ci campa alla grande su tutta questa serie di squilibri, problemi e inefficienze. Bisogna cercare di capire quale delle due “Italie” è maggioranza. Per ora non vedo ancora spirare forte questo “vento del cambiamento”, vedo (anzi) una protesta priva di una costruttiva autocritica, incapace di prospettare un nuovo modello, credibile e sostenibile. Ma sotto i colpi della crisi qualcosa dovrà cambiare, l’alternativa è l’affossamento del Paese.

Il rinnovamento in politica. La vecchia politica, sconfitta dalle elezioni sotto il peso della protesta e del malcontento generale, qualcosa ha iniziato a fare, giocando sempre all’inseguimento però, e soprattutto senza aver cambiato i propri meccanismi di fondo. Come possiamo facilmente notare, quest’operazione è stata portata avanti con maggior enfasi dal centrosinistra, in quanto Renzi prima ed il corteggiamento di Grillo poi, hanno costretto il partito ad una maggiore spinta riformista. Tutto questo – ovviamente – non è sufficiente, dato che le motivazioni che hanno spinto al cambiamento sono esogene e non endogene e, se non fosse stato per i motivi anzidetti, nulla sarebbe cambiato.

La teoria dello specchio. Di una cosa sono sempre stato convinto: la politica di casa nostra rispecchia i mali del nostro Paese. “Rappresentanti come specchio sociologico dei rappresentati” insegna una teoria sulla rappresentanza. Ebbene, gerontocrazia, conservatorismo e cooptazione sono sempre state caratteristiche della società italiana, e lo stesso si può dire della nostra classe politica. La preoccupazione è che si stia assistendo nuovamente a ciò che successe dopo tangentopoli, in cui vi fu un ricambio parlamentare e partitico, ma alla fin fine – come abbiamo potuto vedere – “tutto cambiò e tutto rimase uguale”.

Agire tutti assieme per il cambiamento. Politica, economia e diritto sono intrinsecamente conviventi, quando qualcosa cambia nell’uno, ripercussioni vi sono anche nelle altre. Nel ’92 vennero a galla i mali che avevano caratterizzato il Paese per gli ultimi quindici anni, da quando cioè la crescita venne sempre più drogata da malaffare e aumento del debito. Oggi, dopo quindici anni di stagnazione e cinque di recessione, sta venendo sempre più fuori un Paese affamato, stanco e vecchio. Non possiamo reggere così ancora a lungo, occorre ritrovare la dinamicità che ci aveva contraddistinto negli anni del grande boom economico, occorre dare nuovo senso alla parola “made in Italy”, occorre ripensare le nostre aziende e le nostre imprese. Occorre che tutto questo venga accompagnato dalla politica. Occorre che la società tutta se ne renda conto, perché il biglietto è di sola andata.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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