Il caso Bersani, Internet e gli “hate speech”: è tempo di ragionare in modo nuovo

07/01/2014 di Luca Andrea Palmieri

In questi giorni la rete ospita un fervente dibattito sulla qualità dei commenti che la popolano. Come prevedibile, il casus belli è stato il malore che ha colpito l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Su Facebook, il flash pubblicato da il Fatto Quotidiano, ha ricevuto diverse centinaia di commenti: il più pacato, per così dire, è stato un “finalmente una bella notizia”, ma il popolo del web si è lasciato andare a linguaggi molto più coloriti. La calca di commenti – sintetizzabili in quel che si definisce “hate speech” – hanno convinto il giornale a rimuovere il post dal social network.  Intanto la politica lanciava messaggi di solidarietà per Bersani. Perfino Beppe Grillo, quando ormai i commenti della rete si erano già estesi a macchia d’olio, ha pubblicato un post di auguri.

l'ex segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani
l’ex segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani

I commenti – La polemica sui commentatori, comunque, stava già prendendo piede. Personaggi come Massimo Mantellini (giornalista), Fabio Amenduni (consulente di comunicazione politica di Proforma, società che ha curato, tra le altre, la campagna elettorale regionale di Vendola), ed anche il linguista Stefano Bartezzaghi hanno partecipato al dibattito, portando avanti diverse posizioni. C’è chi, come Mantellini, vorrebbe vedere rafforzata la moderazione sui siti internet, Facebook in testa. Chi, come Amenduni, va nella direzione opposta: “antiproibizionismo” basato sul fatto che non c’è il diritto di giudicare la razza umana, in quanto quei commenti sono in fondo l’estrinsecazione di una parte della popolazione. Internet, da buona cassa di risonanza qual è, si limita a metterli in evidenza. Perché giudicarli? Non li si giustifichi, ma non si vada oltre (ignorarli?).

Colpa di internet? – Il problema ha molte sfaccettature, e una, forse, è stata trascurata – Bartezzaghi la cita, ma decide di non approfondire il discorso – la colpa è di internet o meno? Tutti i commentatori sono d’accordo nel dire che la colpa non è della rete: dopotutto si tratta di discorsi che si può, da sempre, sentire anche al bar, dalla gente in casa guardando la televisione, davanti a una birra con gli amici. Le estremizzazioni hanno sempre fatto parte del nostro modo di esprimerci: poco importa in realtà se il linguaggio di Grillo le ha sdoganate e ha dato esse un tono ironico spesso maldestramente imitato. Sarebbero là comunque, magari espresse in modo diverso.

I “difetti” di una comunicazione nuova – Chiunque abbia avuto a che fare con una causa statunitense riguardante gli ”hate speech”, anche molto meno “motivati” (come nel caso di una studentessa insultata da mezza università per la sua partecipazione a un concorso di bellezza), sa come non solo da noi casi di violenza verbale sulla rete siano all’ordine del giorno. Il punto non è tanto capire se effettivamente sia “colpa” di internet o meno, ma cosa, il web, in quanto mezzo, sia in grado di causare. Quando al bar qualcuno se la prende con il politico di turno, augurandogli la morte più sciagurata, e gli altri annuiscono e approvano, al massimo saranno una decina le persone coinvolte. Sulla rete potenzialmente possiamo esserci tutti, e leggere tutto di tutti. Non è neanche tanto l’anonimato a dar forza allo spirito di chi gioca a chi insulta “meglio”, bensì la massa. La massa che permette di confondersi, che rende difficile, in casi estremi, segnalare e far colpire il diffamatore, perché se lo fanno tutti allora va bene. Senza contare quanto anche la moderazione sia spesso carente, proprio perché si temono le ripercussioni che possono conseguire – in termini di accessi – si tratti del sito web di un giornale o di un social network. Un discorso che si muove nel panorama del forte scetticismo verso la responsabilità degli editori/proprietari dei siti web per i commenti.

L’italia e le sue leggi – Dice bene chi ricorda che ci sono i mezzi legali per colpire chi diffama realmente, chi offende per far male e millantare. L’Italia in questo senso è anche fortunata, perché la prima parte della Costituzione ha ipotizzato ai suoi tempi un equilibrio lungimirante tra la libertà di espressione e la dignità della persona, facendo si che le leggi di riferimento siano abbastanza eque (ci sono paesi, tra quelli occidentali, che hanno molta più difficoltà di noi a trovare quest’equilibrio, Stati Uniti in primis). Fatto sta che, come visto, internet mette in difficoltà le autorità con la cosa più difficile da contrastare: i grandi numeri.

Il logo della polizia postale, solitamente incaricata di perseguire i reati a mezzo internet
Il logo della polizia postale, solitamente incaricata di perseguire i reati a mezzo internet

Una nuova prospettiva – E’ giunto il tempo – senza derive di stampo censorio ma neanche con atteggiamenti remissivi – di imparare a ragionare il mondo e le interazioni, sul piano educativo e sul piano giuridico, in un’ottica nuova. Internet ha cambiato molto e ci stiamo ancora adattando a questi cambiamenti. La comunicazione di massa e anonima ha degli effetti molto più profondi sulla percezione della realtà di quanto siamo disposti ad ammettere. Il caso Bersani ne è un esempio. Invece che in centinaia di bar, i commenti irrispettosi nei confronti di una persona che lotta contro la morte, sono andati su centinaia di bacheche; laddove ne possiamo attingere tutti, e questo ha attratto l’attenzione. Serve dunque una nuova tipologia di valori, direttamente riferiti alla rete (un processo naturale che richiede tempo) ma anche la capacità di giudicare e isolare i casi col dovuto distacco: quello che i più sono in grado di mantenere nel mondo reale, davanti a una persona palesemente maleducata.

Dunque, né super-moderazione né ignoranza totale: dove ci sono gli estremi, che intervengano (e gli si dia modo, segnalando gli abusi) le autorità. Per il resto, serve la capacità di censurare un comportamento quando lo riteniamo, semplicemente, incivile. Una cosa che, in quest’epoca liquida e forse persino troppo a-valoriale sembra fin troppo difficile: specialmente in un paese che non si è mai distinto per senso civico.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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