Bernardo Bertolucci, genio del modernismo cinematografico

18/03/2015 di Jacopo Mercuro

"Filmare è vivere, e vivere è filmare. È semplice, nello spazio di un secondo guardare un oggetto, un volto, e riuscire a vederlo ventiquattro volte. Il trucco è tutto qui"

Bernardo Bertolucci

A due giorni di distanza dal settantaquattresimo compleanno di Bernardo Bertolucci, cogliamo l’occasione (come se ce ne fosse bisogno) per ricordare uno dei più grandi registi della modernità cinematografica. Con Bertolucci siamo di fronte ad un artista che non è mai stato apprezzato fino in fondo dal suo paese, cosa che non gli ha precluso di esprimersi al altissimi livelli, come testimonia il premio Oscar vinto nel 1988 con L’ultimo imperatore.

Nato a Parma il 16 marzo del 1941, Bertolucci, ripercorrendo le orme del padre, muove i primi passi nella poesia, che dopo poco tempo lascia per dedicarsi al cinema. Inizia ad assaporare l’odore del set accanto a Pier Paolo Pasolini, che nel 1962 gli affida la sceneggiatura da lui scritta: La commare secca. Bertolucci si stacca presto dalla poetica pasoliniana, per iniziare la sua lunga carriera da sperimentatore, cosa che lo ha reso uno dei più grandi esponenti del modernismo cinematografico.

Nel 1964, con Prima della rivoluzione, film criticato in modo negativo in Italia e osannato dai Cahiers du cinéma, si intuisce subito qual’é la strada che Bertolucci ha deciso di percorrere; un cinema d’autore, basato su un esistenzialismo capace di esaltare la crisi dell’io. Sono gli stessi protagonisti delle sue pellicole a rappresentarlo profondamente, ed è proprio grazie a questo gioco di identificazione, che l’autore muove i suoi passi autoriflessivi.

Grazie al suo primo vero lungometraggio è possibile capire in che modo Bertolucci pensa e vive il cinema. È sicuramente il regista italiano che più si avvicina alla Nouvelle Vague, il suo linguaggio cinematografico è molto influenzato da quello di Jean-Luc Godard. In Prima della rivoluzione ci sono tutti gli espedienti tecnici usati in Fino all’ultimo respiro di Godard. Ricorre spesso l’uso del jump cut, alternato ad insoliti piani sequenza, la ripresa documentaristica della città, l’abbandono del classico campo/controcampo e l’alternanza del registro divertente a quello drammatico, mettendo spesso in relazione musica ed immagini. La componente della Nouvelle Vague in Bertolucci è dunque molto forte, ma non è da meno il contesto culturale italiano in cui è cresciuto, come si evince dai continui riferimenti politici all’interno delle sue pellicole.

Altra componente fondamentale è la permeabilità renoriana, Bertolucci lascia spesso aperte le porte all’improvvisazione dei suo attori. Si tratta della stessa improvvisazione di cui si serve Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi, film che nel 1972 ha creato grande scandalo, facendo perdere i diritti civili al regista emiliano. Da qui in poi inizia il processo di allontanamento da un paese che comincia a stargli stretto e nel quale non trova lo stesso consenso che trova all’estero.

Bertolucci diviene un artista errante, gira il mondo per ben quindici anni, ed è proprio in questo periodo, precisamente nel 1987 che dirige L’ultimo imperatore, film che vince ben nove premi Oscar tra cui quello per il miglior film e per la miglior regia. Sul finire degli anni Novanta torna a girare i propri film in Italia, sono pellicole caratterizzate da un’estrema eleganza come Io ballo da sola e The dreamers. Nel 2007 vince il Leone d’oro alla carriera e nel 2011 si aggiudica la Palma d’oro a Cannes.

Le opere di Bernardo Bertolucci rappresentano un viaggio nella profondità del mondo, fatto attraverso il cinema; una rivolta tecnica, spirituale e generazionale, una continua sperimentazione che lo ha reso uno dei registi più apprezzati, purtroppo lontano dal suo paese di origine.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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