Bernardo Attolico, un diplomatico d’altri tempi

17/01/2013 di Andrea Viscardi

Bernardo Attolico

Nasce oggi la seconda rubrica di Europinione, dedicata al ricordo di personaggi passati, protagonisti della vita politica, culturale, sociale ed economica italiana. Nel bene e nel male. In questo primo articolo ho voluto dedicare un po’ di spazio a una figura ai più sconosciuta, ma di grande capacità e arguzia, in grado di prevedere, ben prima di quanto abbia fatto il resto d’Europa, la follia dei piani hitleriani, tentando di salvare, fino all’ultimo, prima il Continente e poi l’Italia, da un disastro annunciato.

Il 17 Gennaio 1880 nasceva a Canneto di Bari Bernardo Attolico, personaggio da molti dimenticato ma che riveste un ruolo fondamentale nella storia italiana. Troppo spesso, la storia, è interpretata approssimativamente e la figura di uno dei più acuti diplomatici italiani del secolo breve è stata associata, a lungo, a quella del regime fascista. In tutto e per tutto.

Attolico, invece, era più che altro un liberale, tanto da cominciare la sua carriera sotto il Nitti ancora prima dello scoppio della Grande Guerra. La sua appartenenza fascista venne siglata, formalmente, solo nel momento in cui la tessera del Partito divenne obbligatoria, ben oltre, quindi, il colpo di Stato portato dal Regime del Duce. Non fu mai, però, un uomo legato alle ideologie mussolinane. Un funzionario italiano, prima di tutto, che decise di non fuggire e di servire lo Stato, tentando, fino all’ultimo, una volta accortosene, di rendere l’Europa consapevole delle intenzioni di Hitler e spingendo perché l’Italia non appoggiasse il suo folle piano.

Figura di spicco sin dagli anni ’10 del secolo scorso – dopo essere stato delegato supplente dell’Italia alla Conferenza di Pace e Commissario Generale per gli affari economici e finanziari negli States –  arriva a ricoprire (1922) la carica di vicesegretario generale della Società delle Nazioni. Esperimento fallimentare nel quale, comunque, vennero poste le basi per la nascita dell’ONU. I suoi meriti – antecedenti e del tutto slegati dal regime – lo portano, nel 1927, ad assumere la carica di ambasciatore a Rio, quindi, tre anni dopo, ricopre lo stesso ruolo a Mosca. Nella capitale sovietica contribuisce alla realizzazione di due obiettivi tutt’altro che semplici: da una parte apre le porte all’ingresso sovietico all’interno della Società delle Nazioni, dall’altra firmò, con il gigante dell’est europeo, un trattato di amicizia, oltre ad alcuni accordi economici. Non proprio un’operazione semplice vista la distanza dei due regimi.

Perché il credo di Attolico era, come dimostrano i documenti giunti sino ad oggi, quello di puntare con tutte le forze ad una soluzione delle tensioni internazionali in un ambito di legalità, attraverso accordi bilaterali nel sogno, probabilmente – ma questo lo aggiungo io – di un’evoluzione positiva di quella Società delle Nazioni che si dimostrava sempre più fallimentare.

Nel 1935 la svolta più importante della sua carriera di funzionario: la nomina a Berlino. Qui, in linea con le intenzioni di Mussolini, riconosce il regime hitleriano come successore legittimo della Repubblica di Weimar più nell’ottica, però, di un reinserimento dello Stato tedesco in una rete di relazioni da recuperare con Inghilterra e Francia che potessero garantire stabilità ad un sistema europeo destinato, nell’opinione di molti diplomatici, ad un’imminente esplosione.

L’Attolico considerava se stesso, come detto, un funzionario dello Stato italiano. Distaccato, volontariamente, da ogni tipo di ideologia. Anche per questo non ebbe problemi, dopo l’ascesa di Ribbentrop agli esteri e la politica sempre più aggressiva tedesca, a lavorare per persuadere Mussolini dell’evoluzione che avrebbero avuto i piani di Hitler per il Mondo, avvertendo, tra le altre cose, Ciano e il Duce delle idee folli di Hitler verso la Polonia. Il piano del funzionario italiano consisteva, sostanzialmente, nell’avvicinare l’Italia al Fuhrer al punto che venisse assunto, dal nostro Paese, un ruolo primario di mediazione tra lo Stato tedesco, l’Inghilterra e la Francia, che troppo stavano sottovalutando le reali intenzioni di Hitler.

Fu lui, racconta Luciolli in “Palazzo Chigi. Anni roventi”, dopo un fitto scambio di telefonate con Francia e Inghilterra (i cui funzionari condividevano le preoccupazioni dell’ambasciatore), a spingere perché venisse inaugurata la conferenza di Monaco con la quale si era creduto, almeno dal punto di vista inglese, italiano e francese, di aver stabilizzato la situazione nel continente. Quando oramai – consapevole dell’imminente invasione della Polonia – considerò come impossibile fermare lo scoppio del conflitto, lavorò inutilmente – nonostante fosse riuscito almeno in parte a convincere Ciano – perché l’Italia non prendesse parte al conflitto, contrario alle idee mussoliniane destinate a trascinare la Nazione nel baratro. Cacciato dai nazisti nel 1939, anche a causa, si dice, di qualche avvertimento di troppo sui piani tedeschi indirizzato al Belgio e di un sospetto crescente di Mussolini nei suoi confronti, morì a Roma nel 1942, dopo aver passato gli ultimi due anni della sua vita come ambasciatore presso la Santa Sede.

Una figura da rivalutare e ricordare maggiormente, dunque. Un personaggio che, seppur non privo di contraddizioni, ha svolto il ruolo di funzionario coerentemente con il proprio credo: fare il bene dell’Italia, lavorando, fino all’ultimo, per evitare lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e per persuadere il Regime della pericolosità e della follia dei piani del Fuhrer, senza il timore di opporsi, nelle sue missive diplomatiche, alle convinzioni sbagliate di Mussolini.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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