La crescita economica ed i programmi dei partiti: il PDL

23/01/2013 di Federico Nascimben

Berlusconi, programma pdl riformeIl ritorno. Berlusconi ha fatto marcia indietro, tornando prepotentemente sulla scena politica in veste di capo della coalizione, ma non di candidato Presidente (almeno così dice), e si conferma Re indiscusso della promessa elettorale. Da come si ripresenta sembrerebbe essere lui il solo vero grande riformista in grado di portare a compimento quella “rivoluzione liberale” che professa sin dalla sua discesa in campo nell’ormai lontano 1994. Resta solo da capire come sia possibile che riesca a fare ora tutto ciò che non è riuscito a fare in 19 anni di carriera politica, di cui 9 da Presidente del Consiglio. Insomma, cosa ci propone questa volta il Cavaliere per farci tornare a crescere?

Il programma. Il Pdl ci propone un programma per punti, molto sintetico, che, stando alla pagina che lo apre, sembrerebbe essere una sorta di riproposizione del famoso “contratto con gli italiani” del 2001, come tra l’altro annunciato da Berlusconi stesso al Tg2 il 16 gennaio. Essendo – per l’appunto – un programma per punti, non viene dato spazio all’approfondimento, e quindi non si riesce a capire in che modo e come possano venire finanziate tutte le varie proposte (molto ambiziose). A tal riguardo viene genericamente indicata una riduzione della spesa pubblica di “almeno 16 miliardi all’anno”, un “attacco complessivo al debito pubblico da 400 miliardi (basato su: vendita di immobili pubblici; messa sul mercato anche di partecipazioni azionarie pubbliche sia statali che locali; valorizzazione delle concessioni demaniali; convenzioni fiscali con la Svizzera per le attività finanziarie detenute in quel Paese)”, tutto questo per riuscire a portare il rapporto debito-PIL sotto quota 100% in 5 anni e, conseguentemente, a dimezzare “gli oneri del servizio del debito in 5 anni”. In sostanza, quest’enorme riduzione del costo dello Stato – senza alcuna indicazione precisa su come sarà possibile – sarà sufficiente a finanziare una mole davvero importante di riforme. In questo senso tra le varie cose vengono proposte: “l’eliminazione dell’IMU sulla prima casa”; un tendenziale azzeramento in cinque anni dell’IRAP; la riduzione della pressione fiscale di cinque punti in cinque anni; il “riconoscimento alle imprese, per le  nuove assunzioni di giovani a tempo indeterminato, di una detrazione (sotto forma di credito d’imposta) dei contributi relativi al lavoratore assunto, per i primi 5 anni”; dei vantaggi fiscali per tre anni per le imprese di under 35; il “sostegno all’occupazione giovanile attraverso la totale detassazione dell’apprendistato fino a 4 anni”; la “diminuzione delle tasse (accise) che incidono sul costo dell’energia”; la “detassazione del salario di produttività”; “l’utilizzo della Cassa Depositi e Prestiti […] per finanziare l’innovazione e garantire i crediti alle esportazioni”; “rendere totalmente detraibili dall’imponibile fiscale le spese per l’educazione e l’istruzione dei figli”; il bonus bebè e il quoziente familiare. Insomma, la logica pare essere quella che da grandi riduzioni di spese derivi la possibilità di finanziare una moltitudine di progetti di riforma.

Per quel che riguarda invece il federalismo, viene prevista: la piena attuazione della 42/09 (la famosa legge sul federalismo fiscale); il passaggio definitivo al sistema dei costi standard per regioni ed enti pubblici; “l’ istituzione di macroregioni attraverso le intese di cui all’art. 117 penultimo comma della Costituzione”; “l’attribuzione e l’utilizzo, in ambito regionale, prevedendo la riduzione della pressione fiscale, di risorse in misura non inferiore al 75% del gettito tributario complessivo degli Enti prodotto nel singolo territorio regionale e che le risorse prodotte dal restante 25% del gettito tributario complessivo siano utilizzate dallo Stato per sostenere le spese dell’Amministrazione relative a funzioni non territorializzabili (p. es.: politica estera e interessi debito pubblico) e quelle relative alla perequazione nazionale”; il “rilancio del Piano Nazionale per il Sud voluto e implementato dal Governo Berlusconi”.

Per il resto il programma sembra mischiare una buona serie di misure d’impronta populista, soprattutto nella parte dedicata alle banche (che, si legge, “hanno avuto tantissimo e ora devono dare”), come per esempio: “l’irrevocabilità di mutui e finanziamenti già erogati”; la “moratoria su rate di mutuo non pagate negli ultimi 18 mesi, con adeguamento del piano di ammortamento alle capacità economiche del debitore”; “i finanziamenti della Banca Centrale Europea alle banche italiane devono essere destinati prioritariamente al credito per famiglie, giovani e imprese”. Tutta una serie di misure che in sostanza prevedrebbero il pieno controllo dello Stato sul settore bancario.

Alcune riflessioni. Insomma, il nuovo programma del PDL riprende i punti caratteristici del pensiero berlusconiano e li adatta alle mutate esigenze dell’opinione pubblica (con l’aggiunta del nuovo “patto del parlamentare”, di cui consiglio la lettura). Sotto questo profilo, ritengo importante il collegamento – anche perché è l’unico partito che lo scrive in maniera chiara – tra riforme istituzionali e “sviluppo del Paese”, con l’introduzione di una sorta di semipresidenzialismo alla francese (almeno questo è quello che sembrerebbe venirci proposto), maggiori poteri al Governo, il superamento del bicameralismo perfetto, lo snellimento delle procedure legislative per arrivare a tempi certi per l’approvazione delle leggi, l’abolizione delle province il superamento del patto di stabilità, il “dimezzamento di tutti i costi della politica” e l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Per capirci, maggiori poteri in capo al Governo e al Presidente (della Repubblica) risulterebbero propedeutici all’attuazione di tutta un’altra serie di riforme istituzionali e, soprattutto, economiche, in modo da favorire la crescita. Come abbiamo visto, tutto questo mix, viene condito con una buona dose di populismo e di proposte un po’ campate in aria per questioni di stretta attualità.

Il vero, grosso problema. Non vi è dubbio che il Cavaliere abbia un innegabile fiuto per seguire e cavalcare la “pancia” della pubblica opinione. Ma anche qui, dopo così tanti anni di Governo e di riforme mai attuate, con maggioranze mai viste prima nella storia repubblicana, e soprattutto con la pesante crisi economica che l’Italia sta attraversando – che fra le altre cose ha portato alla crisi del debito esplosa nell’agosto 2011 -, il vero grosso problema è la credibilità, la sostenibilità e la fattibilità di cotanto riformismo. Infatti, sentendo le dichiarazioni dell’ultimo mese e mezzo, sembrerebbe che Berlusconi non abbia mai appoggiato il Governo Monti e le sue misure d’austerità, dato che promette investimenti e riforme senza fine. Ma se spostiamo indietro di poco più di un anno lo sguardo, subito ci tornano alla mente le continue guerre fra il Cavaliere ed il proprio Ministro dell’Economia Tremonti, e i diktat di quest’ultimo che bloccava sul nascere qualsiasi politica che prevedesse nuove spese per lo Stato per motivi di equilibrio delle finanze pubbliche. Ma davvero noi italiani abbiamo la memoria così corta?

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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