Berlusconi e Andreotti: una sottile linea distingue le persecuzioni

08/05/2013 di Luca Tritto

Due giorni fa, appena si è sparsa la notizia dell’ascesa al cielo di Giulio Andreotti, è iniziato il profluvio di servizi televisivi, opinioni, giudizi ma, soprattutto, di messaggi da parte degli esponenti politici di ieri e di oggi. In particolare, una su tutte, pur non distinguendosi dalle altre, meriterebbe di essere approfondita, aprendo uno squarcio nella guerra degli ultimi vent’anni: la politica contro la magistratura. La frase in questione è stata pronunciata da Silvio Berlusconi, principale protagonista di questo scontro. Oltre ad elogiare la figura istituzionale di Andreotti, il Cavaliere ha affermato: “fu vittima di persecuzione giudiziaria, proprio come me”. È inevitabile fare una piccola dissertazione su questa frase, perché le analogie, in questo caso, vengono superate dalle differenze.

SILVIO BERLUSCONI E GIULIO ANDREOTTI
Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti.

I processi – Il Cavaliere, attualmente, è sotto processo per i seguenti casi: corruzione del Senatore ex Italia dei Valori De Gregorio; diritti Mediaset per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita, con condanna a 4 anni in primo grado; il caso Ruby, per prostituzione minorile e concussione aggravata; il caso Unipol, per il quale è stato condannato a 1 anno in primo grado; la diffamazione nei confronti di Antonio Di Pietro. Ovviamente, vengono tralasciati i processi “conclusi” e quelli in cui Berlusconi figura solo come figura marginale senza aver commesso reati. Niente male per un ex Presidente del Consiglio. Giulio Andreotti, invece, è stato accusato di reati leggermente più gravi: oltre alle ipotesi del suo coinvolgimento nei più gravi scandali italiani negli anni dello stragismo di matrice terroristica, dai finanziamenti illeciti ai partiti al delitto del Generale Dalla Chiesa, il Divo è stato condannato per associazione a delinquere dal Tribunale di Palermo, in quanto, in maniera provata fino al 1980, si era dimostrato vicino e collaborativo con le istanze dei boss di Cosa Nostra del calibro di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, per il tramite di Pippo Calò, Salvo Lima e i cugini Nino ed Ignazio Salvo. La sentenza è caduta in prescrizione al momento della sentenza, ma resta colpevole per il reato contestato, come ha sottolineato Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Palermo. Fatto ancor più grave, Andreotti fu condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto nel 1979. La sentenza fu ribaltata in appello con l’assoluzione piena, confermata dal rigetto della Corte di Cassazione. Giusto per sottolinearlo, è uno dei padri fondatori del nostro ordinamento democratico.

Uguali seppur diversi – Tirando le somme, è inquietante il fatto che due personaggi di massimo rilievo della vita politica ed istituzionale italiana siano oggetto non solo di indagine, ma di condanne vere e proprie. In un qualunque Paese civile, sarebbero spariti dalla scena politica alle prime avvisaglie. Invece, entrambi hanno avuto in comune qualcosa: attaccare la magistratura tacciandola di perseguire fini politici attraverso le condanne. Tuttavia, la sottile differenza sta nel modo in cui sono state affrontate le vicende giudiziarie nelle quali erano i protagonisti. Giulio Andreotti, nonostante abbia incarnato il potere per 50 anni, non ha approfittato della sua posizione per sfuggire al giudizio. Si è difeso “nei” processi a suo carico. Si è sottoposto alla Commissione Parlamentare per le autorizzazioni a procedere, ha partecipato al processo di Palermo e a quello di Perugia, ha difeso in maniera estrema la sua posizione in fase dibattimentale e, alla fine, ha accettato i verdetti. Silvio Berlusconi, invece, ha preferito difendersi “dai” processi. È qui il punto cruciale. Sin dal 1994, anno della discesa in campo, è iniziato l’attacco mediatico, politico ed istituzionale nei confronti del potere giudiziario, tacciato di comunismo e avente il fine di scardinare una figura democraticamente eletta. Pur di scampare a probabili condanne, il Cavaliere non ha esitato, a differenza di Andreotti, di sfruttare la sua posizione, adottando le famigerate leggi ad personam, il lodo Schifani, il lodo Alfano, le tentate riforma della giustizia di piduista memoria, con la nomina governativa dei pubblici ministeri, il disegno di legge sulle intercettazioni, la depenalizzazione del falso in bilancio, e ancora altri progetti. Una domanda sorge spontanea: se si è sicuri di essere innocenti, non si farebbe prima a dimostrare la propria estraneità con i fatti in aula?

Il punto è che, colpevoli o non colpevoli –  non sta a nessuno se non all’autorità giudiziaria stabilirlo – in questo modo si sono avute conseguenze disastrose ea altre se ne sono rischiate. Ad esempio, la depenalizzazione del falso in bilancio ha permesso in maniera indiretta lo scoppio di crack come la Parmalat, mettendo in crisi migliaia di investitori. Il tentativo di ridurre l’uso delle intercettazioni, avrebbe la funesta conseguenza di privare gli inquirenti dell’arma fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata, aggirando il vincolo dell’omertà. Infine, il lodo Alfano, proteggendo le più alte cariche dello Stato, mette in crisi il fondamento dello Stato democratico: il diritto di tutti ad essere uguali di fronte alla legge. Concludendo, è già assurdo vedere poteri istituzionali in lotta tra loro, così come avere dei rappresentanti ricattabili o poco limpidi, per usare un eufemismo. La riforma della giustizia sembra necessaria, per le lunghezze dei processi e le incertezze del diritto. Tuttavia, questa non deve rispecchiare le esigenze di un singolo, bensì andare ad esaudire le richieste di una giustizia rapida ed efficace da parte dei cittadini, i quali, forse un giorno, avranno anche diritto a farsi rappresentare da persone senza scheletri nell’armadio.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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