Tra i tre litiganti, Beppe Grillo gode. Ma il popolo non ha colpe innanzi al decadimento politico?

02/02/2013 di Andrea Viscardi

Quante volte abbiamo sentito dire che il PD è il peggior nemico di se stesso?  Vecchia storia, perchè, come ogni campagna elettorale che si rispetti, quando la coalizione di sinistra è data da tutti i sondaggi con un vantaggio irrecuperabile, regolarmente accade che, nell’ultimo mese e mezzo, tale vantaggio vada divenendo molto basso. Questa volta, oltre alle uscite di Vendola di inizio Gennaio, ad un Berlusconi apparso in forma smagliante nella sua retorica populista, a un Bersani che sembra, forse, un po’ troppo spento a livello comunicativo, l’ultimo tassello è stato lo scandalo Mps.  Ed ecco che la frittata è fatta. Nell’ultima settimana la distanza tra PD e PdL è scesa a “soli” 5 punti percentuali. Non male visto che a Dicembre era più del doppio.

beppe-grilloDi solito, appunto, il PD è il peggior nemico di se stesso e tutti gli errori commessi durante la campagna elettorale sono sempre andati a vantaggio della destra. Invece, oggi, chi ne ha approfittato maggiormente è stato il Movimento di Cinque Stelle di Beppe Grillo. Dopo una serie di errori di comunicazione (e gestione) del Partito tra Dicembre e Gennaio, in cui era apparsa forte l’immagine di un leader quasi dittatoriale, pronto a buttar fuori tutti dal partito al primo dissenso, Casaleggio ha forse attuato la miglior scelta possibile: ha consigliato al “suo assistito” di abbassare la testa (i sondaggi avevano dato un M5S in calo dal 17% al 13%), tanto, alla fine, sarebbero stati gli altri partiti a fare tutto ciò che serviva perchè il Movimento di Grillo potesse risultare il vero vincitore delle elezioni.

Strategia che ha funzionato alla perfezione. L’Mps e la fretta di Bersani di chiamare il Partito fuori da ogni responsabilità – scelta che, ai più, è sembrata piuttosto bizzarra visto gli evidenti indizi capaci di affermare il contrario – ha sancito il passaggio di molti indecisi, ma anche degli elettori meno convinti del Pd stesso, dalla politica della non politica alla politica dell’antipolitica (scusate il gioco di parole). Ecco allora, che a meno di un mese dalle elezioni, lo scenario italiano appare piuttosto bizzarro. Perchè? La risposta è piuttosto evidente.

I due raggruppamenti principali in corsa per la vittoria elettorale, nell’ultimo mese, come sottolineato in alcuni articoli precedenti, hanno fatto a gara, da una parte, per vincere il premio nobel nell’arte della demagogia populista, dall’altra il mongolino d’oro dell’elusione. Già, perché, in realtà, il Segretario del PD ha detto tante cose. Ma con una genericità e una superficialità tale da far dubitare, a volte, persino i suoi elettori dell’esistenza di una vera e dettagliata Agenda Bersani. La terza forza, invece, è un partito di “protesta”, un partito nato all’insegna dell’antipolitica il cui leader, nei comizi, riesce a brillare affermando “Al Qaeda bombardi il Parlamento” e frasi simili. Un partito nato dall’odio dei cittadini (anche giustificato) per una classe politica incapace, vuota e, diciamolo, anche un po’ ipocrita. Ma sarà un partito in grado di apportare un forte cambiamento alla vita politica italiana? Questo lo vedremo, ma i dubbi sono tanti. In quarta posizione, invece, c’è chi, paradossalmente, ha provato a fare politica non essendo un politico. Diciamolo, a prescindere dalle idee condivisibili o meno del Sig. Monti – io stesso sono stato molto critico nei suoi confronti – la sua figura è stata l’unica in grado di presentare un’agenda dettagliata con largo anticipo, di affrontare i temi economici e di riforma con un linguaggio mirato, di dare la sensazione di essere una figura nuova rispetto a quelle viste nella Penisola negli ultimi vent’anni.  Almeno all’inizio. Ultimamente, in realtà, è stato piuttosto contagiato da ciò che vedeva intorno, dal virus della politica all’italiana. Risultato? Ultimo della classe.

Siamo così sicuri, allora, visto il panorama non proprio idilliaco, che il problema sia solo della classe politica e non vada ricercato nella società stessa? Alla fine, tutti, si ripetono la favola che tanto i politici non perderanno mai la propria poltrona. La realtà, invece, è ben diversa. Perché quei politici, qualcuno deve andarli a votare. E negli ultimi vent’anni, quando ne avevano bisogno, gli italiani non si sono mai tirati indietro. Una questione strana, quindi, quasi un paradosso.

Davvero il popolo italiano ha quel livello di cultura, istruzione, consapevolezza e responsabilità per andare a votare o, più semplicemente, il voto, nella nostra nazione, è un po’ come un fucile messo in mano a un bambino? Un grande attore compianto direbbe che, nella situazione dell’italietta – come amava definirla – la democrazia è quel sistema di governo in cui il popolo, viene eletto su mandato del popolo per essere preso a calci dal popolo. L’impressione, almeno da parte di chi scrive, è che mai frase sia più azzeccata.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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