Benvenuti al circo. Quando PD e PdL si alleano…

11/07/2013 di Andrea Viscardi

Quella di ieri è la dimostrazione di un senso d’irresponsabilità diffuso, di rispetto inesistente per un Paese stanco. Tra giochi di convenienza, ricatti inaccettabili e partiti inadeguati

 

Parlamento bloccato – Nella giornata di ieri il Parlamento è stato bloccato, poche ore, come segno di protesta. Non è stato un gesto eclatante per attirare l’opinione pubblica sulla drammatica situazione delle carceri, sul numero di vittime che giorno dopo giorno si accumulano a causa del conflitto siriano, né per ricordare la scomparsa di qualche grande politico o di personalità del calibro di Margherita Hack o Rita Levi Montalcini. No. Il parlamento è stato bloccato perché la Corte di Cassazione ha fissato la data della sentenza per il processo Mediaset, anticipandola al 30 luglio, a causa del rischio che la stessa andasse in prescrizione.

Dignità e rispetto – Partiamo dal presupposto che, il Parlamento, con la Corte di Cassazione, non ha nulla a che vedere, né alcun potere d’intervento nella vicenda Berlusconi. Come recita la Costituzione, il Parlamento è il luogo a cui è riservata la “funzione legislativa, esercitata collettivamente dalle due Camere“. In quanto tale, allora, meriterebbe il rispetto dovuto, specialmente in un periodo di crisi come quello odierno. Invece, alla prima proposta di alcuni geniacci – quella di replicare la ritirata sull’Aventino – si è giunti “semplicemente” ad uno stop di alcune ore, con l’avvallo – tragicomico – del PD di Enrico Letta. La paura di uno strappo era troppa, quella di una crisi di governo dettata dal lavoro della magistratura ancora di più. Intanto, il Movimento 5 Stelle, metteva in gioco l’ennesima sceneggiata.

Reazioni “democratiche” – Alcuni deputati PD – tra cui Civati – avevano espresso già nella giornata di ieri sdegno per la concessione del partito agli inusuali alleati di governo ma, nella giornata di oggi, ad aumentare la spaccatura interna ci hanno pensato 70 parlamentari,  firmando un documento – proposto da Francesco Russo – tanto morbido quanto deciso, nei confronti dei vertici del partito. Le accuse sono chiare, non tanto indirizzate alle scelte di ieri di votare la sospensione dei lavori, quanto verso un Partito incapace di comunicare e “pubblicizzare” i sacrifici e le scelte difficili che occorre prendere per mandare avanti un governo di larghe intese di questo tipo, in un periodo di crisi come questo.

E dopo la sentenza? – A prescindere dagli scatti d’orgoglio all’interno della principale componente di un governo che, in questi primi mesi, ha fatto più parlare di sé per l’incapacità, o l’impossibilità, di far veramente fronte ad una crisi sempre più profonda, ci si chiede cosa potrebbe accadere il 30 luglio, dopo la lettura della sentenza. L’implosione del governo sarebbe allora, oramai, chiarissima, come ha dichiarato oggi Renato Schifani. Con un Berlusconi interdetto dai pubblici uffici, non esisterà alcun governo. Per quanto lo stesso leader del PdL continui a sostenere il contrario. Insomma, si arriverà ad un punto in cui, questi pochi mesi, saranno stati buttati via.

Il senso di mandare avanti la “Grande” Coalizione in queste condizioni è un rebus che in pochi sono in grado di comprendere. Il termine dei diciotto mesi è ancora lontano, certo, ma l’idea di vedere proiettati sugli schermi di Camera e Senato gli episodi di una fiction mal riuscita – una sorta di Casa Vianello allargata del terzo millennio – ci fa chiedere se ne valga davvero la pena. Senza parlare di come, gli uomini di Silvio Berlusconi, sembrano aver posto, quale condicio sine qua non per l’esistenza della coalizione, una riforma della giustizia. Riforma che il PD, com’era stato messo in chiaro fin da subito, non vuole assolutamente, almeno non durante questo governo.

Tutti in rosso! – Magari il 31 luglio assisteremo, perché no, ad un mega flashmob tra Parlamento e Quirinale. Tutti i deputati PdL divisi tra Camera, Senato e l’ufficio di Napolitano, travestiti chi da magistrati con la toga rossa, chi da Mubarak e chi da Ruby, con il beneplacito dei parlamentari PD. Perché, altrimenti, il governo cade. La dignità, il Paese, intanto, l’ha già persa da troppo tempo. Chi doveva essere in grado di restituirla, in un ritorno improvviso di responsabilità, non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Addirittura, son riusciti a farmi scrivere che ha ragione Beppe Grillo. Il parlamento è morto, la Repubblica è al buio.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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