Benigni, il profeta del tubo catodico

17/12/2014 di Francesca R. Cicetti

Sicuramente non è Benigni il re della grande erudizione, il faro ispiratore dell’istruzione italiana. Può piacere o non piacere, si può discutere del compenso, della politicizzazione, si possono processare le intenzioni: ma c’è del buono nel profeta del lunedì sera

Roberto Benigni

I profeti italiani nascono il lunedì e il mercoledì vengono già dimenticati. Roberto Benigni, in televisione con i Dieci Comandamenti, per tutta la settimana sarà il vate del popolo. Da bravo profeta, avrà il suo seguito fedele e i suoi agguerriti detrattori. A fine mese finirà la guerra, fino al prossimo incontro televisivo. Poi di nuovo, ancora e ancora. E i diffamatori quanto il fan club aumentano oltre ogni aspettativa la risonanza mediatica di un fatterello. Perché, senza nulla togliere alla bravura del protagonista, è un fatterello, questo. Si parla di un programma in prima serata, non della guerra nucleare, della crisi sociale, dell’astensionismo o del lavoro.

Allora, per essere un bravo profeta, Benigni ha deciso di parlare di Dio. Tanto di politica non vale più la pena, ha detto. Ma invece, come era lecito aspettarsi, la cosa pubblica è stata padrona dello schermo. Benigni si è improvvisato teologo delle nove e mezza. Si dica quel che si vuole, ma probabilmente nessun altro, se non lui, avrebbe potuto farlo. Dio, la Bibbia e l’anima sono dei tabù di fronte ai quali alziamo le mani. Non fanno share. Avessero messo chiunque altro, su quel palco, sarebbe seguito lo zapping selvaggio. Con Benigni, invece, volenti o nolenti si è inchiodati alla poltrona. Dico nolenti perché non lo si guarda certo solo per osannarlo. Anzi.

È probabile che don Roberto, maestro Benigni, o come lo si vuole chiamare, non fosse sul palco per una lezione di catechismo. E forse si è lasciato un po’ troppo andare, se nella strada adesso lo fermano per chiedergli l’assoluzione, piuttosto che un autografo o una stretta di mano. Ma quale che fosse la ragione, ha tenuto davanti allo schermo dieci milioni di telespettatori. Moltissimi, considerato anche l’argomento trattato. C’è una bella canzone di Fabrizio de André, Il testamento di Tito, in cui il ladrone in croce ripercorre i Dieci Comandamenti dal suo punto di vista. Ecco, Benigni ha fatto la stessa cosa. Il testamento di Roberto, che in croce non è ancora arrivato, nonostante le critiche spietate di parecchi giornalisti.

Può piacere o non piacere, si può discutere del compenso, della politicizzazione, si possono processare le intenzioni. L’abilità di monologhista è l’ultimo dei nostri problemi. Le battute di spirito, poi, ci interessano ancora meno. Ma c’è del buono nel profeta del lunedì sera. Non rubare, non uccidere, ama il prossimo. Sii una brava persona. Forse Benigni non ci fa ridere, forse ci infastidisce il suo accento, o i soldi nelle sue tasche, ma c’è del bello su Rai 1. C’è quella che a tratti chiamiamo provocazione, a tratti speranza. E ci sono dieci milioni di persone. Alcuni dicono che Roberto Benigni sia il vate della cultura catodica, per altri è un bimbo troppo di sinistra cresciuto per essere arrendevole, per rifugiarsi sotto le sottane della religione e nascondersi alla vista. E probabilmente – anzi, di sicuro – non è lui il re della grande erudizione, il faro ispiratore dell’istruzione italiana. Ma le parole che ha preso in prestito per i suoi giorni da profeta parlano di fiducia e di speranza. Specie da tempo estinte sul piccolo schermo.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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