Alberto Beneduce, il pioniere dello Stato imprenditore

20/02/2013 di Matteo Anastasi

Il creatore dell’impresa statale italiana si chiamava Alberto Beneduce. Per conoscere le sue idee politiche non è necessario sondare i suoi scritti o consultare dizionari biografici. Basta ricordare che la figlia, futura moglie di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, fu chiamata, alla nascita, Idea Nuova Socialista. Ed è molto probabile che Beneduce – lo ipotizza Sergio Romano, ma non solo – nonostante la sua lunga e intensa collaborazione col fascismo e i suoi rapporti personali con Mussolini, non abbia mai dismesso le idee socialdemocratiche di cui fu portavoce negli anni del suo attivismo politico.

Alberto-BeneduceOriginario di Caserta, dove nacque nel 1877, studiò matematica a Napoli, divenne libero docente di statistica e demografia, ebbe una cattedra a Genova nel 1910. Sarebbe divenuto, con tutta probabilità, un brillante accademico, se Francesco Saverio Nitti – conosciuto negli anni napoletani e allora ministro dell’Agricoltura e dell’Industria nel governo Giolitti – non si fosse ricordato dell’acutezza del giovane casertano e non gli avesse chiesto di collaborare alla nascita di un nuovo ente statale: l’Ina, Istituto nazionale per le assicurazioni. L’ingresso di Beneduce nella vita pubblica italiana coincide dunque col primo di una serie di decisi interventi dello Stato nell’economia e nella finanza nazionali. Politica “interventista”, appresa da Nitti, cui Beneduce rimarrà fedele negli anni seguenti, divenendo padre, promotore, presidente, amministratore o dirigente di pressoché tutte le istituzioni pubbliche che hanno segnato la storia economica italiana del XX secolo: il Consorzio per le sovvenzioni su valori industriali, l’Opera nazionale combattenti, il Consiglio superiore del credito, il Consorzio di credito per le opere pubbliche, l’Istituto di credito per le opere pubbliche, l’Istituto mobiliare italiano e – soprattutto – l’Iri, Istituto per la ricostruzione industriale, di cui fu ideatore e presidente fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Entrò in politica nel 1919 al fianco del socialista riformista Ivanoe Bonomi, fu presidente della commissione Finanza e Tesoro della Camera dei deputati, diventò ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel 1921. Fu avversario, in specie morale, del fascismo dopo l’assassinio Matteotti. Ma nel 1925 si avvicinò a Mussolini, accettando la presidenza di enti e società finanziarie. Quando il “martedì nero” del 1929 investì le maggiori banche italiane e quel settore del sistema industriale di cui erano divenute proprietarie, Beneduce intervenne prontamente. Mentre alcuni istituti bancari, ad esempio la Comit di Giuseppe Toeplitz, avrebbero preferito lasciare esclusivamente allo Stato il salvataggio delle industrie, Beneduce propose che le banche malandate diventassero patrimonio di un ente pubblico nato con decreto legge del 23 gennaio 1933, il già citato Iri. In quel momento nasceva lo Stato imprenditore, il cui gestore fu Beneduce, affiancato da Donato Menichella e incaricato di rendere conto del suo lavoro al solo Benito Mussolini.

Chi fu Beneduce? Un opportunista, un voltagabbana? Non direi. Nella sua carriera economica vige una straordinaria coerenza, un fil rouge che lo avvicinò al fascismo solo quando comprese essere il regime il mezzo per realizzare i suoi piani d’intervento dello Stato nell’economia. Collaborò col Duce perché questi rispettò – intelligentemente – la sua autonomia e, soprattutto, poiché entrambi provenivano da una formazione rigidamente socialista e avversa al capitalismo. La storia di Beneduce conferma ciò che diversi studiosi hanno già individuato: l’esistenza di una netta continuità tra alcune correnti economiche pre-fasciste, fasciste e post-fasciste. In tal senso, illuminante è il titolo di un libro di Massimo Pini, apparso per Mondadori nel 2000, I giorni dell’Iri. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi. Non è, infatti, necessario essere nostalgici del defunto Iri, come Pini, per sapere che i cambiamenti del sistema politico in Italia nascondono una singolare continuità del sistema economico. Mussolini fu per molti versi l’erede di Nitti e dei suoi allievi. L’Italia democristiana ereditò l’economia di Mussolini.

 

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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