Benedetto da Norcia, alle origini della rinascita

20/12/2014 di Davide Del Gusto

Storia del padre del monachesimo occidentale e dell'abbazia di Montecassino, oggi patrono d'Europa.

Il tremendo trauma causato dal sacco di Roma del 410 aprì definitivamente le porte all’inesorabile declino del mondo antico: la devastazione subita dalla gloriosa capitale ruppe definitivamente quella millenaria tranquillità che aveva dato modo ai suoi abitanti di prosperare e di dominare l’ecumene euro-mediterranea. Tanta fu la furia dei Visigoti di Alarico che fu estremamente arduo ricostituire il precedente tessuto sociale e urbano della città nei decenni successivi, tanto più che, nel 455 e nel 476, Roma capitolò nuovamente davanti ad altri invasori. Il colpo di grazia sarebbe poi arrivato a metà del VI secolo con la lunga, violenta e sanguinosa Guerra greco-gotica (535-553): estirpate le neonate gerarchie giurisdizionali ostrogote, l’Italia rientrò nell’alveo di una cultura che nominalmente continuava a definirsi continuatrice di Roma.

Nonostante il sopraggiunto tramonto dell’antichità, l’Occidente riuscì comunque a trovare linfa nuova per potersi traghettare nel futuro proprio nel pieno delle campagne devastate dal conflitto, sullo scenario di antiche città ridotte in rovina e ormai quasi del tutto disabitate, con una popolazione diradata e falcidiata da costanti carestie e frequenti epidemie. Alla fine del V secolo iniziarono a lampeggiare delle piccole fiaccole di civiltà, grazie a vaghi e ancor poco organizzati segnali di rinascita: nel 480, quattro anni dopo la deposizione di Romolo Augusto da parte dell’erulo Odoacre, dalla gens Anicia di Norcia nacque Benedetto. Le poche notizie che abbiamo della sua vita formidabile vengono dall’uomo che avrebbe contribuito maggiormente a consolidare la sua fama di santità nell’ecumene cristiana: alla fine del VI secolo, Gregorio I Magno avrebbe assunto le vesti di suo primo biografo “ufficiale”, scrivendo una lunga Vita di San Benedetto contenuta nel secondo libro dei Dialoghi, redatta in base alle testimonianze dirette dei primi discepoli del santo, Costantino, Valentiniano, Simplicio e Onorato.

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San Benedetto ritratto in un affresco di Subiaco

Ultimo rampollo di una famiglia cristiana della piccola aristocrazia umbra, il giovanissimo Benedetto dovette abbandonare i familiari paesaggi della Valnerina e dei Monti Sibillini per recarsi a Roma, dove avrebbe completato la propria formazione scolastica e intellettuale: a dispetto della caduta, infatti, le sponde del Tevere continuavano ad attirare chi fosse intenzionato ad attingere a ciò che rimaneva del grande patrimonio culturale romano. Probabilmente andò a risiedere in Trastevere, alle pendici del Gianicolo, in una zona della città certamente urbanizzata, ma relativamente distante dai centri di potere rimasti. Nel mezzo degli studi di retorica e diritto, però, Benedetto iniziò a provare una crescente repulsione per il saeculum, per questa Roma ormai degradata e disorientata, frequentata, come ricorda Gregorio, da «giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio»; del resto la Chiesa stessa non risparmiava di dare un’immagine problematica di sé, attraversata dagli scontri frequenti tra le fazioni popolari che facevano capo a Lorenzo e Simmaco, entrambi in corsa per il soglio petrino.

Non ancora ventenne, dunque, abbandonò definitivamente la città con l’intenzione di rifugiarsi in un posto isolato, lontano da chiunque, con la sola fedele nutrice al suo seguito: «gli ardeva nel cuore un’unica ansia, quella di piacere soltanto a Lui». Ebbe nell’immediato una prima esperienza di vita eremitica nei pressi di Enfida, l’odierna Affile, ove entrò in contatto con alcuni anacoreti, dediti all’estrema solitudine e alla mortificazione della carne. Dopo un breve periodo, incapace di sopportare l’eccessiva condotta di quei padri, elegantemente criticati per la loro vanagloria in una fase più avanzata della sua vita, Benedetto si allontanò da quel tipo di ascesi, desideroso di trovare un luogo veramente deserto e distante da ogni tipo di contatto umano. Abbandonata anche la nutrice, scelse così di riparare in una grotta nei pressi delle rovine di una villa di Nerone, tra i monti attraversati dal primo tratto dell’Aniene, in una località nota come Sublaqueum: per tre anni si vestì di pelle di capra e si dedicò interamente alla preghiera; il suo unico contatto con il mondo esterno fu un monaco che viveva poco distante.

La sua fama di santità non tardò a spargersi nel circondario. Alcuni monaci di Vicovaro decisero di invitarlo nella loro comunità, pregandolo di riformarla: questo primo accenno di vita cenobitica non diede i frutti sperati, perché i suoi ospiti rifiutarono i dettami di Benedetto, ritenuti fin troppo rigidi. Secondo Gregorio, disgustati dalla sua intransigenza, costoro decisero di ucciderlo, ma la coppa contenente il vino avvelenato si ruppe prima che il monaco potesse accostarla alla bocca. Dopo questa enorme delusione, fece ritorno alla sua grotta di Subiaco, abitando «in Superni Spectatoris oculis». Qui però accorse un certo numero di giovani speranzosi di trovare una guida stabile in Benedetto: questi decise allora di organizzarli in gruppi di poche persone sparsi sui monti, gravitanti sul suo nuovo rifugio posto nei pressi della chiesetta di San Clemente. Per circa trent’anni egli fu il capo spirituale di questa comunità, sempre più ampia, posta a metà strada tra l’esperienza eremitica tanto ricercata e una prima forma di cenobitismo.

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L’abbazia di Montecassino

Nonostante il buon successo di questa nuova forma di ascesi comunitaria, Benedetto ebbe nuovi problemi con una parte dei suoi seguaci: alcuni monaci infedeli gli avevano infatti somministrato del pane avvelenato. Nuovamente affidandosi del tutto a Dio, decise di abbandonare per sempre Subiaco e, con una ristretta cerchia di discepoli, percorse l’Appennino dirigendosi a sud, attraverso Alatri, Veroli, Frosinone e giungendo finalmente a Cassino. Intimamente emozionato da un ambiente montano del tutto incontaminato, decise di fondare sul monte che sovrastava la vallata una nuova comunità, molto diversa da quelle create in area sublacense. Secondo la tradizione, nel 529 Benedetto attuò la sua rivoluzione monastica: sulle rovine dei templi pagani di Giove e di Apollo fondò la sua civitas Dei, concentrata in un nuovo monastero e in due oratori dedicati a San Giovanni Battista e a San Martino di Tours. Dopo una vita di sperimentazioni, abbandonata l’idea dell’estremo eremitismo o di forme ascetiche simili, Benedetto decise di costituire una comunità cenobitica legata ad una programmatica stabilitas loci, certamente un’ottima via di compromesso per poter mitigare l’auspicata fuga dal mondo.

Benedetto divenne così il padre del monachesimo occidentale. Resosi conto dell’importanza di quello che aveva creato e di quanto fosse fondamentale dare una continuazione a questo tipo di spiritualità anche dopo la sua morte, decise di scrivere una Regola: unico è il monastero, unico è l’abate cui obbedire, facendo questi le veci di Cristo, unica è la vita spirituale da ricercare; il monachesimo errante e sarabaita, lontano dalla vera ascesi e allo sbando in un mondo senza troppe edificanti prospettive, doveva essere fortemente avversato. Con queste ed altre importanti norme regolamentari, Benedetto assicurò a Montecassino un futuro stabile e al suo ordine una duratura prosecuzione: nel corso del Medioevo i benedettini sarebbero divenuti la comunità regolare più potente e importante della Cristianità, sparsi in tutta l’Europa, creatori di una rete spirituale, culturale e sociale destinata a fondare le nuove basi della storia dell’Occidente. Alla sua morte, avvenuta a Montecassino il 21 marzo 547, quaranta giorni dopo la scomparsa della diletta e amata sorella Scolastica, Benedetto trasmise un lascito enorme ai suoi primi seguaci: la croce, il libro, l’aratro, quei simboli racchiusi nella successiva sintetica locuzione Ora et labora, sarebbero stati i principali strumenti per la proficua ed auspicata rinascita della civiltà, temporaneamente stretta nelle maglie della devastante Guerra greco-gotica (proprio in quei giorni, l’ostrogoto Totila prendeva Roma dopo l’ennesimo assedio).

In nome della sua santità e della sua fondamentale eredità per i popoli europei, il 24 ottobre 1964 Paolo VI decise di proclamare San Benedetto da Norcia patrono d’Europa, con la lettera apostolica Pacis Nuntius, in occasione della riconsacrazione dell’abbazia di Montecassino, precedentemente distrutta da un bombardamento alleato nel 1944. Dopo quattordici secoli il cerchio si chiudeva: al giovane partito da un’oscura località dell’Umbria si tributava il giusto riconoscimento.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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