Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana

29/09/2015 di Simone Di Dato

Fino al prossimo 24 gennaio 2016 Palazzo Strozzi, a Firenze, ospiterà la mostra "Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana", organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con l'Arcidiocesi di Firenze.

Bellezza Divina

Curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi, Carlo Sisi, la mostra  “Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana” si propone di indagare il rapporto di reciproca dipendenza tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento e con una selezione di oltre 100 opere di illustri artisti italiani e internazionali, analizza e contestualizza i cambiamenti, i conflitti e le diverse tendenze che hanno caratterizzato un secolo di arte sacra moderna. All’appello celebri firme quali Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Stanley Spencer, Georges Rouault, Henri Matisse.

Angelus
Jean-François Millet, Angelus 1858-1859.

Tra i protagonisti della mostra, il capolavoro di Jean-François Millet L’Angelus“, eccezionale prestito dal Musée d’Orsay di Parigi. Nel 1865, l’autore racconta: “L’Angelus è un quadro che ho dipinto ricordando i tempi in cui lavoravamo nei campi e mia nonna, ogni volta che sentiva il rintocco della campana, ci faceva smettere per recitare l’angelus in memoria dei poveri defunti“. Dalle sue stesse parole non è difficile intuire che la “divina bellezza” di quest’olio su tela datato 1858/59, non sta nell’esaltare un comune sentimento religioso, ma piuttosto nell’assoluta devozione di una coppia di contadini che ha interrotto il duro lavoro al suono delle campane che annunciano l’Angelus, in una raffigurazione di vita semplice scandita da ritmi immutabili. Nella loro indiscussa dignità, com’è tipico per Millet, le due figure in controluce, più scure rispetto al paesaggio retrostante, si impongono al centro della scena concentrati e intenti a pregare, esprimendo un profondo senso di raccoglimento e una fragile dolcezza.

Renato Guttuso, Crocifissione
Renato Guttuso, Crocifissione, 1941.

Tra i tanti italiani in mostra spicca senza dubbio Renato Guttuso e la sua “Crocifissione“, prestito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Esposta nel 1942 in occasione del Premio Bergamo la tela valse all’autore l’appellativo di pictor diabolicus per la forte carica espressiva e rivoluzionaria e nella fattispecie per la nudità dei personaggi. Scandalizzare, tuttavia, non era l’intento di Guttuso che nel ’65 scriveva: “La nudità dei personaggi non voleva avere intenzione di scandalo. Era così perché non riuscivo a vederli, a fissarli in un tempo: né antichi né moderni, un conflitto di tutta una storia che arrivava fino a noi. Mi pareva banale vestirli come ogni tentativo di recitare Shakespeare in frac, frutto di una visione decadente. Ma, d’altra parte, non volevo soldati vestiti da romani: doveva essere un quadro non un melodramma. Li dipinsi nudi per sottrarli a una collocazione temporale: questa, mi veniva da dire, è una tragedia di oggi, il giusto perseguitato è cosa che soprattutto oggi ci riguarda. Nel fondo del quadro c’è il paesaggio di una città bombardata: il cataclisma che seguì la morte di Cristo era trasposto in città distrutta dalle bombe”. 

Crocifissione bianca.
Marc Chagall, Crocifissione bianca.

In questo caso il binomio arte-sacro, si manifesta secondo il pittore siciliano con la rappresentazione di un evento che diventa il dramma di ogni essere umano, un evento che passa da scena biblica a scena comune, in cui il Cristo non è altro che l’emblema di ogni sopruso e supplizio, il dramma di chi subisce oltraggio e ingiurie per le proprie idee. Il titolo stesso dell’opera, “Crocifissione“, e non “La Crocifissione“, evidenzia non a caso l’universalità della violenza e del dolore che non è più solo del personaggio biblico, bensì universale.

San Sebastiano
San Sebastiano di Gustave Moreau 1875.

Altro grande protagonista della collettiva è la “Pietà” di Vincent van Gogh dei Musei Vaticani, capolavoro che si inserisce in una serie di adattamenti che il pittore olandese mette in pratica studiando gli autori che più colpiscono la sua sensibilità, come Delacroix e Rembrandt. “Posso assicurarti che eseguire copie mi interessa enormemente – scriveva al fratello Theo – e mi consente di non perdere di vista la figura, anche se al momento non dispongo di alcun modello… è un tipo di studio di cui ho necessità, perchè desidero imparare.” In camera conserva tra le cose più care una serie di litografie dei suoi artisti preferiti e tra tutte a coinvolgerlo maggiormente c’è la “Pietà” di Delacroix, complice “quell’uragano che ha nel cuore” che van Gogh percepisce molto simile al suo. Osservando il dipinto, e per quanto la composizione sia la medesima, ma in controparte, si intuisce quanto van Gogh veda nei modelli di riferimento uno spartito da interpretare secondo il suo stato d’animo e la sua esperienza: spiccano stridenti i colori, come il blu del mantello della Madonna in contrasto con il giallo acido, e i colori del cielo. L’unica volta che l’artista deciderà di dipingere un Cristo lo farà giustappunto con l’episodio della Pietà: la sua divina bellezza è sofferente come il volto scavato e dalla barba rossiccia di Gesù che richiama inevitabilmente quello del pittore e sa, senza filtri, consegnarci una forma del suo dolore.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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