Beggar-thy-neighbour: il protezionismo economico, ovvero “la politica della straccia camicia”

01/05/2014 di Giovanni Caccavello

Europa

La lunga e pesante crisi economica dell’Unione Europea, ed in particolare la crisi istituzionale dell’Euro-Zona, ha riportato in auge pensieri economici “mercantilisti”. Le politiche economiche della “Straccia Camicia” sembrano tornare a riscuotere successo.

La Ricchezza delle Nazioni – Nel lontano 1776, Adam Smith, pensatore Scozzese, tra i padri fondatori del pensiero economico moderno, fece pubblicare il suo saggio intitolato “The Wealth of Nations”. Durante un passaggio del suo libro, opera di fondamentale importanza per lo sviluppo dell’economia internazionale moderna – tutti coloro che hanno aperto almeno per una volta il tomo primo di un libro di macroeconomia, avranno avuto a che fare con il famoso “vantaggio assoluto” di Smith -, l’economista Britannico spiega come le politiche economiche mercantiliste sono fondamentalmente sbagliate poiché insegnano alle nazioni che il modo migliore per espandere il proprio dominio economico risiede nel rovinare e distruggere l’economia del vicino”. Sempre secondo Smith, padre del concetto moderno di libero mercato l’unico vero risultato di queste politiche è quello di far del male all’economia che decide di attuare il protezionismo“. Mai un giudizio così semplice fu più azzeccato (almeno in ambito economico).

Il dilemma dei prigioneri – Nel corso degli anni ’40 del 1900, un economista di nome John Von Neumann, ungherese di nascita, sviluppò il concetto moderno di “Teoria dei giochi”, ambito molto importante in economia, che, in modo molto banale cerca di spiegare il comportamento e le decisioni di due o più agenti in una situazione di conflitto. Albert Tucker, matematico canadese, nel 1950 interpretò teoricamente uno dei “giochi” più famosi, insegnati durante le prime lezioni di microeconomia in una qualsiasi università: il cosiddetto “dilemma dei prigionieri”. Questo gioco analizza molto bene il comportamento di due nazioni che decidono di promuovere politiche economiche ispirate al protezionismo. I due prigioneri, involti nello stesso reato, possono scegliere se collaborare oppure confessare. Nel caso in cui entrambi confessino, la pena sarà per entrambi uguale a 8 anni; nel caso in cui entrambi non confessino, la pena sarà per entrambi pari a 2 anni; nel caso in cui invece uno solo dei due confessi, chi decide di prendersi la responsabilità viene condannato per 10 anni.

Ovviamente, siccome i due prigionieri vengono interrogati in momenti diversi e non hanno possibilità di comunicare, entrambi finiranno per confessare poiché in loro sorgerà il dilemma di sapere la decisione dell’altro prigioniero. La soluzione più ovvia, cioè quella di “non confessare” viene meno ed entrambi finiranno per ritenere più giusto confessare. Questo modello, rispecchia molto bene la decisione di una nazione di non commerciare (politica del Beggar-thy-neighbour) – equivalente del “confessare” – oppure di commerciare – equivalente del “non confessare”.

Front National, Marine Le Pen, Francia
Marine Le Pen

La politica della Straccia Camicia – In termini economici, le politiche protezioniste vengono classificate come “Beggar-thy-neighbour”. Nella realtà esiste un gioco di carte che in inglese ha praticamente lo stesso nome: il gioco “Straccia Camicia”. In inglese, tale gioco viene chiamato infatti “Beggar-my-neighbour”. Così come nella realtà economica, una nazione decide in effettuare una svalutazione competitive in più rispetto al suo concorrente, nel gioco “straccia camicia” ogni giocatore spera di avere in mano almeno una carta vincente in più rispetto al suo avversario, che avrà così più possibilità di perdere la partita.

Una politica del passato – In un mondo sempre più globalizzato, dove la possibilità di andare a competere solo sui prezzi diventa sempre più complesso, visti i vantaggi competitivi di Paesi come Cina, India, Brasile, Russia, Sud Africa, Malesia, Indonesia, Turchia (solo per citarne alcuni, la lista potrebbe essere più lunga) in termini di salari e costo del lavoro. I benefici derivanti dalle “svalutazioni competitive” non sembrano assolutamente così facili da raggiungere e la situazione è un pochino più complicata. Pensiamo solamente a tutte quelle aziende Italiane come Eni, Enel, Fiat, Finmeccanica e via dicendo che hanno debiti contratti in Euro (insomma tutte quelle aziende che impiegano il maggior numero di lavoratori): il ritorno alla Lira 2.0 le metterebbe a serio rischio fallimento a causa di una ridenominazione della nuova moneta. Queste aziende dovrebbero negoziare il loro debito nuovamente e andrebbero incontro ad un periodo di bassi investimenti, poche risorse e grandi ristrutturazioni interne.
Oltre a questo, come già scritto in alcuni articoli precedenti, nessuno può dire con certezza cosa succederà sul mercato. Ad oggi, gli interessi sui titoli di stato sono tornati a livelli bassi (sotto il 3%) ed il famoso “differenziale” è tornato, grazie soprattutto al lavoro svolto dalla Mario Draghi alla guida della BCE, a livelli accettabili, pre-crisi. Un’uscita dalla moneta unica metterebbe a serio rischio questa ritrovata (seppur fragile) fiducia dei mercato nei confronti del nostro Paese. Il rischio è quello di finire a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale.

Beggar-thy-Neighbour! – Se poi a questo ci uniamo anche le prese di posizioni, seguite da Salvini e dalla Lega in primis, di uscita dall’Unione Europea – come spiegato bene nel programma politico di Marine Le Pen – il quadro è completo: ritorno a politiche caratterialmente protezioniste, svalutazioni competitive ogni qualvolta sorgano problemi, incapacità di controllare le nostre spese ed il nostro debito e ritorno alle tariffe e alle barriere doganali che con tanta fatica a partire dal 1951 (trattato di Parigi) sono state rimosse per preparare l’Europa a beneficiare del libero mercato unico. In caso di implosione della moneta unica è facilmente pensabile ad un implosione della stessa Unione Europea.

Capire per confrontarsi – Il movimento “no-euro” ha tutte le ragioni di esistere e, se responsabile, potrebbe trasformarsi da “incubo” per tutti coloro che ritengono il ritorno alla lira una sconfitta ed un potenziale problema ad “arma” per ricercare un’Unione Europea più giusta, più vicina ai cittadini e che si ricordi il motivo primario per cui nacque nel corso dei decenni centrali della seconda metà del XX secolo. Per riuscire in questo passaggio, di fondamentale importanza, è necessario però che i “no-euro” capiscano bene alcuni concetti importanti, come l’importanza del libero mercato, l’importanza delle riforme e l’importanza di una moneta non solo “giusta” ma anche “stabile” e riconosciuta dal mercato come “affidabile”. Se, invece, all’interno del dibattito i cosiddetti “no-euro” manterranno una visione “complottistica” del mondo, in cui le banche sono tutte cattive, i tedeschi (che all’inizio erano contrari alla moneta unica) sono solo brutti e assassini, l’Unione Europea è solo una matrigna degna del cappio e le scie chimiche ci uccideranno tutti, la loro posizione si trasformerà presto (e sta già rischiando di diventarlo) in una commedia.

Che “Europa”? – Al tempo stesso è però necessario chiedersi quale sia la visione da seguire: se la risposta è la creazione di una vera unione politica e fiscale, simile magari al modello elvetico, in cui si svilupperà una vera unione bancaria, si rafforzerà il Meccanismo di Stabilità Europeo e si incomincerà anche a parlare di titoli di stato europei, allora il progetto europeo potrà continuare e porrà le basi per un futuro più roseo. Se, al contrario, invece, nei prossimi anni si deciderà di rimandare ulteriormente alcune decisioni importati e prevarrà una politica poco responsabile, allora sarà facile ipotizzare il ritorno alle valute nazionali e alle vecchie politiche mercantiliste del “Beggar-thy-Neighbour” e cioè alla politica del” ti faccio del male non perché io voglio stare bene ma solo perché è giusto farti del male”.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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