Di Battista e ISIS, deliri di un mattino di mezza estate

16/08/2014 di Andrea Viscardi

Poca cura del peso delle parole, mancanza di sensibilità politica, eccessiva semplificazione e fondamenta figlie di un "antisistemismo chic". Ecco il pensiero del deputato grillino

Alessandro Di Battista, Isis e terrorismo

Paese che vai, delirio che trovi. Certo che l’Italia, negli ultimi tempi, sembra non poterne fare a meno. L’ultima perla proviene dalla penna – o meglio, dalla tastiera – del deputato grillino Alessandro Di Battista, ed è consultabile qui.

Parliamoci chiaramente, fosse stato un giornalista o un blogger qualunque, per quanto condannabile, un post di questo tipo avrebbe avuto un peso del tutto differente. Di Battista, invece, rappresenta un movimento politico e fa parte delle istituzioni italiane. Ad essere gentili, allora, affermiamo che dovrebbe dimostrarsi abbastanza cosciente da moderare le proprie affermazioni ogniqualvolta le sue parole potessero essere strumento di fraintendimenti o un mezzo con cui legittimare questioni moralmente ed eticamente non legittimabili. Imparare a trattare certi argomenti, particolarmente delicati, con una sensibilità idonea a chi ricopre cariche istituzionali, è un prerequisito fondamentale. Ad essere più cattivi, invece, si potrebbe definire lo scritto di Di Battista per quello che, forse, semplicemente, è: un’analisi superficiale e generalista, intrisa di ragionamenti – alcuni anche parzialmente condivisibili, altri che farebbero impallidire perfino le sparate vecchio stampo di un Borghezio – figli di quello che si potrebbe definire un antisistemismo-chic istituzionalizzato. Di sicuro, il Dibba, liquida prima un complesso quadro geopolitico in modo a dir poco semplicistico, e poi si lascia andare a considerazioni a dir poco inquietanti.

Difendere l’indifendibile è una pratica tipicamente diffusa in certi modi di pensare, italiani e non, ma – come fatto giustamente notare nelle ultime ore – a tutto c’è un limite. Perché il deputato grillino non parla del fenomeno terroristico analizzando le varie forme di terrorismo sviluppatesi dagli ultimi decenni dello scorso secolo ad oggi, e facendo alcune considerazioni di merito sulle sue cause e su come arginarlo, ma sin dal titolo prende come punto di riferimento la situazione odierna dell’ISIS in Iraq. Per chi non lo sapesse, mentre il Dibba elaborava nella sua mente il modo per giustificare tale gruppo terroristico, addirittura Al-Qaeda, dopo pesanti scontri interni, decideva, all’inizio del 2014, di tagliare ogni tipo di legame con questi individui. Un po’ perché divenuti rivali, ma soprattutto perché protagonisti di atti troppo disumani, feroci ed intollerabili addirittura per loro. Lo stesso pensiero comune sia in Hezbollah, che in qualsivoglia gruppo estremista dedito al concetto interpretato in chiave militare ed estrema di Jihad, ma anche di uno Stato non certo “amico” come l’Iran. Insomma, troppo estremisti anche per i terroristi “classici” o per gli oppositori dell’Occidente.

Così, mentre un gruppo di estremisti estremi semina il terrore in Iraq, proclamando la necessità di uno stato islamico puro, da cui gli infedeli vanno spazzati via, Di Battista “cerca di capire”. E mentre le minoranze vengono perseguitate, il deputato preferisce addossare tutte le colpe all’Occidente. Sia ben chiaro, lo scelleratismo statunitense negli interventi in medio oriente dal 2001 ad oggi è innegabile, e certi punti portati da Di Battista anche condivisibili. Seguendo tale ragionamento, però, chi fosse vissuto nella prima metà del ‘900 poteva dire  lo stesso, con le dovute proporzioni, in riferimento al nazismo. In questa logica, Hitler e la follia del III Reich erano giustificabili come una naturale conseguenza degli accordi di Versailles. Una verità, certo. Ma ciò non significa che, chi avesse favorito, in parte, l’ascesa del regime, non dovesse fare nulla per garantirne, dopo, la caduta e rimediare ai propri errori.

Alessandro Di BattistaTralasciando il semplicistico tentativo di collegare l’ascesa di Boko Haram in Nigeria con la corruzione messa in atto da ENI nel territorio (giusto per sottolineare la superficialità dell’analisi), allora, qual’è la ricetta necessaria a far cessare quanto sta avvenendo in Iraq per Di Battista? Perché, se la domanda che si pone il deputato è – come da titolo del suo post – “ISIS: che fare?”, il suo approccio, e le sue conclusioni, lasciano perplessi. O, meglio, alcune sono considerazioni che possono essere fatte, ma ad posteriorem, una volta risolta l’impellenza iraqena, in particolar modo se si tratta la questione ad un livello prettamente politico.

Ora occorre capire, a prescindere dalle colpe dell’Occidente, come impedire che un vero e proprio esercito di folli – oramai innegabilmente qualcosa di più di un gruppo terrorista anche nelle interpretazioni più malleabili del termine – continui a perpetuare un genocidio issando la bandiera di uno stato islamico puro, il cui obiettivo dichiarato è eliminare ogni traccia di infedeli nella regione, per poi dedicarsi ad esportare il proprio ideale. Occorre comprendere come impedire che le minoranze religiose vengano perseguitate, massacrate e gettate nelle fosse comuni o che le donne, quelle più fortunate, vengano vendute come animali nei mercati delle città controllate dall’ISIS. Occorre, cioè, con le dovute proporzioni, non ripetere l’errore – già greve in passato sulle coscienze di molti – di restare a guardare sino a che la situazione non sarà più controllabile. Perché, oggi sì, un’eventuale guerra al Califfato non sarebbe portata avanti cercando armi chimiche magari inesistenti, ma per arginare e distruggere un mostro e una minaccia concreta.

E poco importa, nell’immediato, quanto l’Occidente o gli Stati Uniti abbiano contribuito a creare tale mostro. Le considerazioni del caso vanno e andranno fatte, e sarà fondamentale dedurne i necessari cambiamenti perché quanto di sbagliato fatto dal 2001 ad oggi non si ripeta. Ma, contemporaneamente, non si può stare a guardare, e non lo si può fare, una volta di più, proprio per la responsabilità che tutti i nostri governi hanno verso chi vive il dramma iraqeno.

Riguardo all’impellenza di come contrastare ISIS, allora, non si capisce quale sia la posizione del deputato, che sembra farsi una domanda senza dare alcuna risposta. Si può dedurre che sia contro un qualsivoglia tipo di intervento armato, ma non solo. Non si dovrebbe neanche sostenere la difesa delle minoranze attraverso rifornimenti che possano permettere loro di difendersi – in attesa, aggiungiamo, noi, che smettano anche di poter essere definite come minoranze e diventino polvere.

Poi, infine, c’è il grande passo: innalzare i terroristi ad interlocutori paritari dell’Occidente. Già, perché tutto il discorso in materia di terrorismo del Dibba, per risolvere la questione, sembra confluire in questa semplicistica conclusione. Chiunque si trovi attaccato dai droni occidentali non può che reagire divenendo un terrorista. Per cui, se si vuole voltare pagina, occorre far divenire questi interlocutori dell’Occidente; non prima di essersi distaccati dagli Stati Uniti, magari avvicinandosi a Putin, come certe frasi lasciano pensare. L’ISIS, insomma, deve essere riconosciuta come interlocutore dell’occidente che dichiara di voler distruggere, e legittimato. Sembra quasi che, in sostanza, in medio oriente, l’Occidente debba accettarne la presenza e arginare i danni attraverso il dialogo. Un controsenso di fondo rispetto alla filosofia stessa del nuovo Califfato. Con buona pace di yazidi, cristiani e di tutti quegli iraqeni che seguono la parte sana dell’Islam e, un domani, di chissà chi altro.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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