Da Di Battista a Conte, l’inutile sensazionalismo dell’informazione italiana

23/08/2014 di Luca Andrea Palmieri

Due esempi che ci portano a riflettere sulla qualità del giornalismo nel nostro Paese, dove contenuti, qualità e obiettività passano troppo spesso in secondo piano

Giornalismo

Il giornalismo italiano è specializzato nel concentrarsi sui falsi problemi: è un po’ come il detto per cui “se qualcuno indica la luna, lo stolto guarda il dito, non la luna”. Se c’è una questione su cui si concentra l’attenzione dei media e della società, fin troppo spesso capita che il punto di vista da cui viene guardata la questione sia quello meno rilevante: vuoi per una questione meramente propagandistica, la politica è specializzata in questo, vuoi perché il discorso ideologico, o quello che più si adatta all’urlo, allo scandalo, alla fine porta più click. E’ ovvio che in questa maniera, a perderci è la qualità.

Facciamo un po’ di esempi recenti: prendiamo il caso Di Battista, che è tipicamente politico. Dopo le sue dichiarazioni su Isis, di cui abbiamo parlato qui, sono seguite le reazioni del mondo politico, generalmente univoche nel definire il deputato stellato un “antidemocratico” (sulla Stampa Mattia Feltri raccoglie molte di queste dichiarazioni, ponendo, tra le altre cose, la stessa questione). Definire così la questione è un tipico esercizio inutile all’italiana, buono solo per certi politici a finire sulle pagine dei giornali di modo da attirare l’attenzione di qualche dissidente “storico” del partito penta-stellato: lo stesso Feltri, citando le singoli voci, casca involontariamente nella trappola della cassa di risonanza. Il punto è che, come suggerisce qualcuno, una questione del genere, una volta analizzata da un punto di vista pratico, andrebbe chiusa nel cassetto come la più classica delle boutade d’agosto: la risposta ideale, una volta che sono state dimostrate le debolezze di un certo tipo di ragionamento, è di farlo cadere nell’indifferenza generale.

Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana.
Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana.

Invece nel nostro giornalismo (più che altrove, ma non solo da noi) la cassa di risonanza è sempre attiva, le dichiarazioni rimbalzano e contro-rimbalzano continuamente. Si crea così un rumore di fondo che fa perdere di vista il punto focale della questione e a subirne le conseguenze è la qualità dell’informazione.

Un altro caso, dalle implicazioni più sociali, è la querelle sul nuovo commissario tecnico della nazionale calcistica, Antonio Conte. La questione messa in evidenza da tutti è stata subito quella del suo stipendio. Per chi non lo ricordasse, la questione sta nel fatto che il CT della nazionale guadagnerà 4,1 milioni di euro l’anno. Di questi, 1,7 milioni saranno pagati dalla Federazione ed il resto dallo sponsor tecnico. Così Conte diventa l’allenatore più pagato d’Italia, nonché il terzo a livello mondiale tra gli allenatori delle nazionali, dietro Hodgson e Capello. La questione mossa da tutti è ovviamente su quanto prende Conte in un contesto di crisi come questo. Il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ha anche parlato della quantità di insegnanti che potrebbero essere pagati con quel denaro. La questione è ovviamente più complessa di così, sia per il fatto che la Federazione, a conti fatti, spende meno di quanto non spendesse per Prandelli, sia per il paragone con gli altri paesi (considerata la cifra netta per la Federazione) sia perché una nazionale competitiva attira sponsor, i quali, portando soldi, giustificano la presenza di un allenatore che – si spera almeno – porti la nazionale al successo.

Ma questioni su cui interrogarsi ci sono. Una su tutte è stata anche citata, ma in maniera piuttosto relativa, più che altro come polemica tra addetti ai lavori: non è che un CT pagato dallo sponsor tenderà a favorire giocatori affiliati allo stesso sponsor? Il Presidente Federale Tavecchio giura di no, ma è lecito aspettarsi una forte sensibilità da parte dei media su questo tema, nei prossimi anni, sicuramente più di quanto non ci sia stata in questi giorni.

Questi sono solo due casi tra le decine che ogni anno riempiono i nostri giornali, sia cartacei che in rete. La televisione, ovviamente, non è libera da questo genere di questioni. Nei talk show, è cosa nota, gli invitati politici non vengono scelti sulla base della loro competenza sull’argomento del giorno, ma per quanto sono telegenici: ben venga se poi conoscono ciò di cui parlano. E’ in questa maniera che si finisce letteralmente a sentire due ore di discorsi sul nulla, dove l’insulto e la delegittimazione reciproca prendono il sopravvento sui contenuti. Salvo quelli che i presenti, sapendone magari qualcosa di più (si spera), vogliono mettere a tutti i costi in evidenza. E’ normale che in questo modo farsi un’idea della questione presentata sia praticamente impossibile.

Il problema del giornalismo italiano, in ogni caso, è solo in parte l’influenza esterna. E’ fuori discussione che esista un problema di ridotta presenza di editori puri, e che spesso esista un’influenza esterna, seppure più sottile di quanto si pensi, nelle testate. Ma è anche vero che i pochi editori puri spesso preferiscono diventare “influencer” privilegiati di una parte politica, sacrificando l’informazione classica (anche critica e opinionistica, ma con un certo distacco dalle parti in causa) a favore di una certa partigianeria. E’ il caso storico di Repubblica (anche dopo che abbia perso la sua “purezza” editoriale), e, più recentemente, del Fatto Quotidiano. Poi è ben noto che molte altre testate, come le storiche Berlusconiane (il Giornale, Libero, in parte il Foglio, per fare degli esempi, ma anche, l’Unità – fino al fallimento – e il Manifesto a sinistra) siano palesemente schierate. Uno sceglie se leggerle o meno. La questione è un’altra, quella annosa delle risorse pubbliche.

Il problema fondamentale è, banalmente, di qualità. Se l’unico modo per fare introiti, soprattutto in questo periodo di crisi, è fare più click possibili, e i click derivano da urla, invettive, sensazionalismi fine a sé stessi, è ovvio che non se ne esce in nessuna maniera. La questione così si divide tra redazioni e pubblico. Le prime, evidentemente, puntano sempre meno sulla qualità, e quest’assenza ha delle conseguenze importanti sul sistema informativo. La rete di siti direttamente collegati alla Casaleggio & Associati, che del sensazionalismo fanno la loro ragion d’essere, non aiutano certo in questo modo. I secondi, invece, dovrebbero essere pronti ad abbandonare (con sempre meno click) questa sopravvivenza basata sull’urlo, e chiedere più qualità, più serietà e un atteggiamento più neutro rispetto alla notizia ancor prima che alle parti in causa.

Che gli analisti si occupino prima di tutto di ciò che vale la pena analizzare, e dei punti di vista da prendere in considerazione: altrimenti a quale titolo potranno lamentarsi dell’avvento dei complottisti delle scie chimiche?

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus