La battaglia di Premuda: l’umiliazione della k.u.k. Kriegsmarine

11/06/2014 di Lorenzo

La corazzata Santo Stefano

Dieci giugno 1918. La corazzata Santo Stefano, una delle più moderne dell’Imperial-Regia Marina austroungarica, è salpata da poco dal porto di Pola, protetta dall’oscurità della notte. Ha l’obiettivo di riunirsi, nelle acque dalmate di Tajar, con le altre corazzate austroungariche: la Viribus Unitis e la Principe Eugenio. Tra le quattro corazzate varate durante l’ultimo anno di guerra figura la Santo Stefano (Szent Istvan), costruita nel cantiere ungherese Danubius lungo la costa dalmata. Essa viene varata a Pola, divenendo ben presto uno dei soggetti preferiti per le cartoline dell’epoca, immortalando perfettamente la grandezza dell’Impero degli Asburgo.

L’equipaggio austro-ungarico non sa, però, che la calma della notte è solamente apparente: poco lontano due MAS italiani stanno completando il loro giro di perlustrazione della striscia di mare che collega Ancona – da dove salpano ogni sera – alle isole dalmate, quando nel chiarore incerto dell’alba scorgono un filo di fumo nero all’orizzonte. Il comandante Luigi Rizzo inverte la rotta dei MAS e passa all’attacco. inizia così una delle più avvincenti imprese in mare della Grande Guerra: la battaglia di Premuda. Un vero e proprio scontro fra Davide e Golia.

Nell’anno 1918 l’Imperial-Regia Marina dell’Austria-Ungheria varò quattro corazzate, in risposta a ciò l’Italia, dietro la spinta dell’ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel, studio l’utilizzo di nuovi mezzi piccoli e sottili capaci di sorprendere e colpire il nemico. Inizialmente, i MAS, furono pensati dalla Regia Marina come mezzi di pattugliamento e di difesa delle coste adriatiche, ma ben presto la loro versatilità suggerirà un ruolo diverso, come, ad esempio, essere impiegate per il trasporto di siluri. Sarà proprio Luigi Rizzo a dare a questi motoscafi la funzione con cui compirono le eroiche azioni che ancor oggi ricordiamo: Buccari e Premuda su tutte.

Luigi Rizzo“Il vangelo delle operazioni della flotta dovrà sempre essere: arrecare maggior danno al nemico ricevendone il minimo, affidando a piccoli e veloci mezzi d’assalto il compito di condurre la strategia della battaglia in porto. Attaccando il nemico fin dentro le sue basi” (Thaon di Revel). Le parole dell’ammiraglio vengono pronunciate in seguito alla notizia della decisione dell’imperatore d’Austria di rimuovere l’Ammiraglio Njegovan e di nominare al suo posto, come comandante della Imperial-Regia Marina, il giovane Miklòs Horthy che, stando ai resoconti, sorpassò ben 48 pretendenti più anziani di lui (e ciò ci dice molto sul ruolo che ebbe in Ungheria tra le due guerre). Thaon di Revel temeva, infatti, che Horthy avrebbe rotto l’immobilismo della flotta imperial-regia che era oramai da mesi ancorata a Pola. Horthy mirava a sfondare lo sbarramento del Canale di Otranto, chiuso dagli italiani con reti e maglie d’acciaio che fece dell’Adriatico, in sostanza, un grande Lago, intrappolando la flotta austroungarica al suo interno.

I sospetti italiani sull’imminente offensiva non si rilevarono affatto infondati: Horthy elaborò un piano segreto per rompere lo sbarramento, chiamando in causa tutte e quattro le corazzate -Santo Stefano compresa – coadiuvate da quattordici imbarcazioni d’appoggio. Per la Santo Stefano era la prima missione e, data l’imponenza, le aspettative di Vienna erano molte. Il gioiello della marina imperiale non era però pronto, poiché era ferma in porto da 883 giorni e non aveva ancora ricevuto il battesimo del fuoco. Horthy credeva però di avere già la vittoria in mano, volendo ospitare addirittura, sulla Viribus Unitis, la nave ammiraglia, il più famoso reporter dell’Impero, Higol Erwin Kish. Questi era incaricato a scrivere un’esaltante cronaca sulla vittoria imperiale e ridare vigore a quella marina rimasta immobile per troppo tempo.

Per alcuni disguidi, la Santo Stefano e la Tegetthoff salparono in ritardo rispetto alla Viribus Unitis e le altre navi della squadra. Nel frattempo, da Ancona, i MAS di Rizzo partirono per l’abituale pattugliamento notturno della parte di Adriatico, compreso tra la costa italiana e quella austroungarica. “Tutto il canale di Lutorstrak era stato dragato, non ci rimaneva ormai altro da fare che ripiegare in porto. Presi un salvagente a mo’ di cuscino e mi sdrai con la faccia alle stelle, quando, ad un certo punto, notai una strana ed inusuale nuvola di fumo nero all’orizzonte.” Notando la nube di fumo del vapore della squadra di navi, i due MAS, uno guidato da Luigi Rizzo e l’altro da Giuseppe Aonzo, ritornarono indietro puntando allo stormo.

Rizzo riuscì, con un’abile mossa, a passare in mezzo ai due cacciatorpedinieri che proteggevano le due corazzate e sferrare, a poche centinaia di metri, un colpo di siluro alla Santo Stefano. Questa accusò pesantemente, evidenziando subito dei grossi danni allo scafo e cominciando ad imbarcare vaste quantità d’acqua nella sala macchine. Poco dopo, iniziò lo sbandamento della nave che, un paio d’ore più tardi, iniziò a capovolgersi e, lentamente, a colare a picco. Famoso rimane il filmato girato da due cineoperatori a bordo della Tegetthoff che consegnarono alla storia immagini irripetibili.

Il repentino affondamento della corazzata e la difficoltà nel bilanciamento, spinsero l’alto comando della Marina imperiale ad aprire un’inchiesta sulla costruzione della nave. Il resto della flotta austroungarica, vanificato l’effetto sorpresa dell’azione, dovettero rientrare nel porto di Pola. Tale umiliazione segnò definitivamente la fine della Imperial-Regia Marina, tanto che, nei restanti quattro mesi di guerra, non compì nessuna azione navale. L’azione di Premuda sorprese anche i comandi alleati che lasciarono il totale controllo dell’Adriatico al Regno d’Italia.

Nei giorni successivi, Luigi Rizzo ottenne una medaglia d’oro al valor militare, la seconda dopo l’affondamento della nave da battaglia Vienna nel porto di Trieste nel 1917. Un’altra medaglia al valore del tutto inaspettata e forse ancor più importante gli pervenne diciotto anni più tardi, nel 1936, quando il Reggente del Regno d’Ungheria, Miklòs Horthy, venne in Italia. Il Reggente ed ex-Ammiraglio dell’Imperial-Regia Marina chiese a Mussolini di incontrare colui che lo aveva sconfitto nel primo conflitto mondiale e, in seguito ad un incontro cordiale, lo insignì della Gran Croce dell’Ordine di Santo Stefano. Lo stesso nome della corazzata affondata da lui a largo dell’isola di Premuda.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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