Batman v Superman, ovvero il paradosso di un duello mancato

20/04/2016 di Emanuele Bucci

Il cinecomic diretto da Zack Snyder vuole rappresentare il conflitto tra i due eroi e lanciare l’assalto all’universo narrativo e produttivo dei Marvel Studios, ma entrambe le sfide sembrano parzialmente non riuscite: colpa, soprattutto, delle contraddizioni in seno al film.

Lo scontro era iniziato, a tutti gli effetti, quasi un anno fa: un campo di battaglia immerso nel buio e nella pioggia, due icone del fumetto popolare (e del cinema ad esso ispirato) che si fronteggiano in un emblematico alternarsi di campo e controcampo. Da una parte, un supereroe che alcuni hanno definito il più “umano” in assoluto, quello con la maschera da pipistrello e nessun potere soprannaturale: inquadrato dall’alto, solleva lo sguardo sopra di sé; quindi, a seguire, il primo e più rappresentativo tra i moderni semidei in costume, sospeso in aria col mantello rosso e la “S” stampata all’altezza del petto: lo vediamo dal basso, dal punto di vista dello sfidante, dell’umano che a prima vista ha ben poche speranze di vincere. Erano le immagini più significative del primo teaser di Batman v Superman, un film che con i suoi pregi e difetti, con la curiosità, l’approvazione o la delusione che ha suscitato nel pubblico e nella critica si candida in ogni caso a diventare un capitolo emblematico nella storia del cinema di supereroi. Perché partiamo da quel teaser e da quelle inquadrature? Perché forse in esse possiamo già riscontrare le due principali contraddizioni di questo film, una interna alla storia narrata e l’altra esterna, riguardante il contesto produttivo che sovrasta e condiziona la genesi dell’opera.

L’intero film, nella campagna di promozione che ne ha anticipato l’uscita, è stato presentato ponendo come suo fondamentale polo di interesse il conflitto tra le due figure di eroi così celebri e contrastanti: «Dio contro uomo, giorno contro notte», declama l’antagonista e burattinaio della contesa Lex Luthor (Jesse Eisenberg) in un trailer più recente; il villain del film ha agito in questo caso da annunciatore extra-diegetico dell’intera operazione cinematografica, annunciando (fuori e dentro il film) che presto si sarebbe combattuta «la più grande battaglia tra gladiatori della storia del mondo». Ecco allora la prima contraddizione, tutta interna all’economia narrativa del film: il duello vero e proprio, la sfida tra gladiatori, la “V” tra Batman e Superman, è a conti fatti un momento relativamente breve, assolutamente minoritario nel succedersi degli eventi rappresentati. La gran parte delle due ore e mezza di Batman V Superman sono occupate  da una lunga preparazione a qualcosa che durerà molto poco, da un crescendo di tensione tra i due personaggi che preannuncia, piuttosto che realizzare davvero, quel conflitto a cui si allude così insistentemente.

Un conflitto a cui si arriva con lentezza, prendendosi tutto il tempo per esplorare le ragioni di diffidenza e ostilità tra i due personaggi-archetipi: il superessere che condanna i metodi brutali del vigilante oscuro, il vigilante che vede nel superessere un potere troppo vasto, eccedente rispetto alla norma e alle norme dell’umanità, quindi irrimediabilmente pericoloso. A più della metà del film ci si accorge, sembra, che lo scontro diretto è stato rimandato anche troppo, e una svolta narrativa di dubbia credibilità ci catapulta in pochi minuti nel vero duello. Il quale, peraltro, a uno sguardo poco più attento, appare orientato a spegnersi sul nascere: il Dawn of Justice del sottotitolo preannuncia il futuro blockbuster corale che unirà tutti i supereroi della casa editrice DC Comics e degli studios Warner, con Superman e Batman già scritturati a fare da capofila.

Ma c’è un’altra grande contesa a cui alludono, volenti o nolenti, il film e le inquadrature citate del primo teaser: quella tra la Warner e i grandi rivali Marvel Studios. La prima, con quest’opera, ha sfidato, nella pioggia notturna di un look volutamente più dark e meno scanzonato conferito alle proprie produzioni, quelli che per primi al cinema si sono sollevati da terra con i loro Avengers e il loro universo narrativo esteso ormai a decine di produzioni tra film, saghe e serie tv. Ma sembra che il primo rintocco di questo duello non abbia risuonato a dovere, e Batman V Superman sta subendo un’altra, singolare contraddizione, quella di incassare centinaia di milioni di dollari senza poter essere a tutti gli effetti considerato un successo: il contrasto tra le aperture trionfali ai botteghini del primo weekend e il brusco calo nei giorni successivi sta proiettando un’ombra sull’ambizione principale dell’opera, quella di essere la prima pietra su cui edificare un universo cinematografico DC-Warner tale da poter rivaleggiare (e vincere) con quello Marvel. Un altro non-duello destinato a consumarsi sul nascere, dunque? È presto per dirlo, ma intanto possiamo soffermarci su alcuni elementi di questo film che ne costituiscono altrettanti limiti. E altrettante contraddizioni.

Innanzitutto, ed è un altro motivo per cui abbiamo iniziato il nostro discorso dal teaser, si tratta di un film a cui la promozione ha fatto male, malissimo: i video di anteprima diffusi negli scorsi mesi hanno lasciato (al di là dei giudizi sul film) ben poche sorprese agli spettatori. Tutti gli snodi principali della trama erano già stati messi in luce di trailer in trailer: il dilemma del personaggio di Superman, esaltato come ipotetico messia ma al contempo temuto dalla medesima società in quanto potenziale e onnipotente invasore extraterrestre; la rielaborazione della figura di Batman, più vecchio, disilluso e violento rispetto alle precedenti incarnazioni cinematografiche; la ripresa delle sottotrame e dei comprimari che avevano caratterizzato il primo capitolo della nuova saga su Superman (di cui questo film è anche un sequel), il Man of Steel del 2013; e poi, ancora, le basi gettate per la riunione di tutti i supereroi DC Comics, col personaggio di Wonder Woman (Gal Gadot) che si unisce agli altri due, riappacificatisi per affrontare un nemico più pericoloso: il quale guarda caso somiglia molto a quel Doomsday che nell’arco narrativo a fumetti La morte di Superman viene sconfitto solo col sacrificio dell’eroe, a cui comunque seguirà la cristologica resurrezione. Difficile a questo punto non indovinare anche il finale del film.

E altrettanto facile intuire, già attraverso questa sintesi, un altro grande problema: troppi spunti, troppi ingredienti maneggiati in queste due ore e mezza di film, perché tutto risulti conciliato armoniosamente e sviluppato nelle sue potenzialità. La tanta carne al fuoco si tiene insieme al prezzo di numerose forzature: ad esempio, due personaggi disposti a combattere fino alla morte diventano in pochi minuti alleati e amici allo scoprire che la madre in pericolo dell’uno ha lo stesso nome della madre defunta dell’altro. Ma ci sono altrettante incongruenze a livello puramente stilistico; incongruenze, queste ultime, che sono un marchio di fabbrica del regista Zack Snyder: questi ancora una volta giustappone in modo arbitrario brani di grande efficacia, in cui pare voler emergere con un proprio sguardo personale, addirittura poetico, tra i codici del blockbuster fumettistico, e all’estremo opposto momenti di esasperazione kitsch e gratuita della materia visiva e narrativa. In particolare, è evidente qui la volontà di legare il contrasto tra i due eroi, il racconto delle rispettive e reciproche contraddizioni, a una continua dialettica tra ascesa paradisiaca e caduta infernale. Dialettica che permea una delle sequenze più riuscite, quella dei titoli di testa, con il montaggio che mostra in parallelo la duplice caduta all’origine della tormentata figura di Batman (quella dei genitori uccisi e quella del bambino nella tana dei pipistrelli), per concludersi con l’onirica levitazione verso la luce: la «splendida bugia» che è anche l’impossibile desiderio di sollevarsi verso l’eroismo positivo e luminoso della propria controparte dal mantello rosso.

Peccato, appunto, che brani come questo convivano con momenti che si vorrebbero epici per risultare involontariamente ridicoli, come l’ingresso di Wonder Woman in tenuta da battaglia al suono di un eccessivo e ridondante leitmotiv rockettaro; oppure le immagini di Doomsday che semina la distruzione nella città di Metropolis: la creatura è più simile a un maldestro King Kong che all’apocalittica antitesi dell’eroe mostrata nella serie a fumetti. Quest’ultimo elemento ci porta a un’altra contraddizione e a un altro limite non secondari del film, che potremmo riassumere nell’equivalenza “tanti antagonisti, ovvero nessun antagonista“. Nemmeno Lex Luthor riesce ad assurgere al ruolo di anima nera carismatica della vicenda: questo scienziato-industriale psicopatico che mette in crisi gli eroi a suon di complotti macchinosi e aforismi ad effetto («Se Dio è onnipotente non può essere soltanto bontà, e se Dio è buono non può essere onnipotente») risulta troppo enfatizzato nella caratterizzazione e penalizzato dall’overdose di conflitti reali e potenziali messi in gioco dalla sceneggiatura. Non vi è dunque nessun antagonista all’altezza per gli eroi del film, e forse, almeno per ora, nessun antagonista che possa seriamente minacciare il racconto cine-fumettistico della Marvel. Ma la sfida è comunque in corso, e il potenziale c’è: possiamo sperare che non sprofondi soffocato dai propri contrasti irrisolti.

The following two tabs change content below.

Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
blog comments powered by Disqus