Bangladesh, Rana Plaza: il bilancio è di oltre mille morti, ma l’Italia ne parla poco

10/05/2013 di Iris De Stefano

Ci sono notizie che non esistono, in Italia. Per esempio, quello che è successo in Bangladesh appena qualche giorno fa e che ha portato alla morte di più di mille persone, viene quasi completamente ignorato dai media e trattato con trafiletti poco importanti dai giornali, impegnati a sviscerare ogni dettaglio delle vicende nostrane.

Il Bangladesh – Quello tra l’India e la Birmania è un paese piccolissimo, circa 140 mila metri quadri ( l’Italia è più del doppio ) ma come tutta l’area, sovrappopolato, con 160 milioni di persone. Quarantacinquesimo al mondo per mortalità infantile e materna, secondo dati della CIA il 20% della popolazione non ha accesso ad acqua potabile, il 45% a servizi sanitari di base e quasi la metà dei under-5 sono malnutriti, rendendo il Bangladesh il quarto paese al mondo per tasso di bambini sottopeso. L’attenzione a questa fascia di età è tale che solo la metà di chi ha meno di 15 anni è alfabetizzato ma, ed è questo il punto per noi rilevante, il tasso di disoccupazione giovanile è al 9,2%. Il Bangladesh dunque, con un reddito procapite di appena 2000 dollari all’anno è un bacino enorme di manodopera per chi vuole produrre a bassi costi.

Bangladesh, Rana Plaza. Oltre 1000 morti.Il crollo – Il 24 aprile scorso, nella periferia di Decca, capitale del paese, il Rana Plaza, un palazzo che ospitava delle fabbriche tessili, una banca e vari negozi è crollato provocando la morte di più di mille persone. I morti accertati ad oggi sono 1033, ma se circa 2500 persone si sono messe a riparo o sono riuscite a scappare non si ha ancora idea di quante persone siano ancora sepolte sotto le macerie. Oggi infatti, una donna, dopo 17 giorni, è stata estratta viva, poiché era incastrata tra una colonna ed una trave. I soccorritori stanno cercando di raggiungere l’uscita del palazzo al piano terra, dove molte delle persone sono corse cercando di raggiungere la strada, ma pare abbiano trovato le porte sbarrate. I corpi identificati, circa 650 sono stati consegnati alle famiglie ma, con il passare dei giorni e l’inizio della decomposizione che rende più difficili le operazioni, già 150 corpi sono stati seppelliti in delle fosse comuni mentre altri 100 sono in un obitorio in attesa di essere riconosciuti. Sconosciute sono per ora le cause del crollo, anche se pare si fosse sviluppato un incendio nella parte bassa dell’edificio propagatosi in pochi minuti fino ai piani più alti. Otto persone più il proprietario, Mohammed Sohel Rana, sono state arrestate.

Il settore tessile – Nel palazzo crollato si trovavano cinque fabbriche tessili (Phantom Apparels, Phantom Tac, Ether Tex, New Wave Style e New Wave Bottoms) che producevano materiali e manufatti per varie società occidentali. Il settore tessile è infatti particolarmente prospero in Bangladesh, rappresentandone l’80% delle esportazioni ( circa 20 miliardi di euro ) anche perché uno stipendio mensile è di poco meno di 30 euro e le condizioni sia igienico sanitarie che strutturali dei posti di lavoro non rispettano i minimi standard occidentali. Non è infatti la prima tragedia che capita a delle fabbriche; stesso ieri infatti un incendio in un’altra impresa della capitale ha provocato 8 vittime accertate ed impegnato i vigili del fuoco per tutta la notte di mercoledì; per fortuna l’orario di lavoro era finito e lo stabile quasi vuoto.

La Benetton – Leggendo i giornali sembra quasi che, in quelle poche notizie che circolano, si dia più spazio alla polemica nata quando l’agenzia di stampa ATP ha pubblicato delle foto di camicie con l’inconfondibile etichetta verde della Benetton, sostenendo che una delle fabbriche coinvolte nel crollo fosse un fornitore dell’azienda italiana. Il CEO Biagio Chiarolanza, in un’intervista all’Huffington Post, ha spiegato però la faccenda dicendo che: “La New Wave Style, al momento del disastro, non era uno dei nostri grossisti, ma uno dei nostri fornitori diretti in India aveva subappaltato due ordini all’azienda”, mentre un altro dirigente, anonimo ha aggiunto che “uno dei fornitori di Benetton in India aveva difficoltà a soddisfare gli ordini, e così il gruppo aveva offerto all’azienda la possibilità di affidare una parte del suo lavoro a diversi produttori in Bangladesh”. Nasce così un dibattito già sentito, su cui si possono avere posizioni diverse: è meglio veder fallire le proprie aziende pur di restare in Europa e soccombere alla concorrenza o spostare la produzione in paesi in cui i costi sono infinitamente più bassi? E in quel caso, è davvero come ha spiegato Chiarolanza, ovvero che un basso salario è meglio di nessun salario? È vero infatti che un’azienda come la Benetton, che lavora in 120 paesi e utilizza 700 produttori non può controllare tutti, ma davvero si può credere a chi afferma di non sapere in che condizioni operino i propri fornitori? Il dibattito è complesso e aperto. Si può sperare solo che una tragedia come quella di Dacca possa non essere vana. Anche se, ad oggi, è molto difficile crederlo.

The following two tabs change content below.

Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
blog comments powered by Disqus