Tra banane e vivai, verso la nuova FIGC di Tavecchio

26/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Un inizio peggiore non ci poteva essere. Durante la presentazione della candidatura a presidente della FIGC, il 71enne Carlo Tavecchio ha subito fatto discutere a causa delle sue dichiarazioni sui giocatori stranieri in Italia: “Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che ‘Opti Pobà è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”. Quando gli è stata fatta notare l’inopportunità dell’esempio, il dirigente si è subito scusato, precisando che il riferimento era solo e soltanto al curriculum dei giocatori. Ma la frittata, ormai, era fatta.

Le ultime ore si sono infatti caratterizzate per le reazioni allo scivolone. Se su Twitter e Facebook le ironie (e le critiche) si sprecano, anche giornalisti e esponenti  istituzionali hanno alzato la voce. Francesco Nicodemo, responsabile comunicazione del Pd, ha twittato: “È vero, quella di ieri non è una gaffe. Sono parole razziste” seguito dall’hashtag #TavecchioNO.

Tavecchio-Abodi
Il presidente della Lega Serie B, Andrea Abodi

Un appoggio (quasi) totale – E dire che la strada era tutta in discesa. Erano passate poche ore dalle dichiarazioni del presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, che aveva ufficializzato come 18 su 20 dei club della Serie A, avrebbero appoggiato il candidato della Lega Dilettanti. Dichiarazioni che fanno il paio con quelle del 22 luglio del presidente della Lega Serie B, Andrea Abodi, che avevano spazzato via quasi ogni nube rimasta sul nome di Tavecchio. Nubi che si sono scurite, e molto, su Demetrio Albertini, ex calciatore del Milan e candidato “di rottura”, appoggiato attivamente da Juventus e Roma, i club “ribelli”, oltre che dall’Associazione Calciatori, che alla fine sono rimaste isolate.

Dunque la scelta della serie B, compatta intorno ad Abodi, ha cambiato le carte in tavola anche con la A, uccidendo la candidatura di Albertini in nome della necessità, definita da Abodi stesso, di ritrovare l’armonia perduta tra i candidati. Dopo la gaffe di ieri sera tornano però di moda le dichiarazioni di Andrea Agnelli. Il presidente della Juventus aveva provocatoriamente dichiarato che servirebbero delle primarie tra i candidati per far decidere ai tifosi, piuttosto che al mondo chiuso delle Federazioni. E’ ovvio che in un caso del genere vincerebbe Albertini, per il quale il fattore età sarebbe – oltre che l’esperienza come calciatore – un’arma a proprio favore: “svecchiare” è la necessità percepita da, quasi, tutte le parti. Rimane difficile capire chi sia meglio, invece, per la gestione di meccanismi di gestione e regolazione che fanno capo a diverse realtà caratterizzate da diverse dinamiche, riguardanti sia il calcio sia professionistico che non: questioni molto più profonde della semplice immagine delle partite di serie A su una pay-tv.

Eppure un’uscita come quella di ieri regala l’immagine di una persona profondamente indietro nel tempo, sia nel linguaggio che nel modo di esprimere i concetti, la cui “solidità” conclamata da tutti i livelli dirigenziali sembra appannata proprio dalla “ruggine” di cui ci si vorrebbe liberare. O forse è proprio questa ruggine a rappresentare la solidità di certi esponenti del calcio italiano. Certo, la comunicazione di massa ha il difetto di estremizzare i concetti, positivi o negativi che siano, ma di certo la partenza non è delle migliori.

Il programma – Dal punto di vista programmatico Tavecchio ha presentato ben undici punti, concordati con le Leghe e che non si discostano da quelli dell’avversario Albertini: segno che le cose da fare sono ben note. Si parla di riorganizzazione della Federcalcio (snellimento della governance e delle procedure), di riforma dei campionati, con la tanto conclamata riduzione del numero di squadre di serie A (che invece, tra le righe, Albertini sembrava escludere). Inevitabile, dopo i fatti di Roma, la lotta alla violenza, e l’attenzione ai giovani. Qui il progetto di rilancio del settore tecnico prevede centri di formazione federale, vere e proprie accademie per i prospetti, già presenti in altri sport, e che riprendono in linea di massima il modello di quella Germania che dopo la grande riorganizzazione, è arrivata sul tetto del mondo. A tutto questo si aggiungerebbe la promozione dei vivai: un punto di cui si parla da anni, ma senza che siano state mai prese misure concrete.

Le ragioni e i dubbi della scelta – La vittoria di Tavecchio viene probabilmente da una combinazione di fattori: la volontà della Federcalcio si di rinnovarsi, ma di farlo all’interno della propria organizzazione, senza un candidato che potesse portare ad uno sconvolgimento dei vari livelli, soprattutto quelli con meno visibilità, con i conseguenti attriti. Non a caso Tavecchio non è un candidato “classico”, dal punto di vista prettamente istituzionale: è il primo candidato mai portato avanti dalla Lega Dilettanti, presidente dal ’99 e apprezzato negli ambienti interni. Ora, se sarà in grado di portare la tanto attesa rivoluzione, è tutto da vedere. Le premesse in realtà non sembrano lasciar sperare al meglio. Se non altro perché, se il mondo del calcio italiano si è ridotto nello stato in cui è oggi, molta della colpa è del sistema stesso, a partire dai presidenti delle squadre professionistiche: lo sguardo miope e la prevalenza di interessi extra-calcistici dietro la gestione delle società è tra le prime cause dello stato di rovina del nostro sistema calcistico.

Tavecchio-Albertini
Demetrio Albertini, ex calciatore del Milan e della Nazionale ed attuale vice-presidente della FIGC

Lo dimostra il sostanziale abbandono di ambizioni europee da parte di tutti i club che non vengano dalle quattro-cinque più grandi città italiane: la paura dei costi più elevati, non per forza accompagnati da ricavi dello stesso spessore, è il segno più deleterio di una realtà in cui l’interesse personale, l’introito, il prestigio personale dato dal possesso di una squadra hanno scavalcato il risultato sportivo e la soddisfazione dei tifosi. Il tutto accompagnato dalle difficoltà di tutto il paese, che hanno aggravato questa tendenza fino a farla diventare la prassi – salvo quei pochi presidenti che hanno forti basi economiche all’estero, che possono permettersi di ragionare più in grande. Se questa congrega si è compattata intorno al nome di Tavecchio, può voler dire due cose: o si riconosce la necessità di un cambiamento, pena la distruzione dell’intero movimento, e si è scelto l’uomo più istituzionale con cui il dialogo è più facile. O si è scelto il nome più semplice da controllare. Tavecchio ha già fatto intendere che non si aspetta la seconda ipotesi: “Non sarò un re Travicello”, ha dichiarato. Si può sperare che le sue parole siano veritiere, resta il fatto che la prospettiva non è del tutto rosea.

Il sistema di voto – E’ con queste considerazioni che ci si avvia al voto dell’11 agosto, giorno in cui Tavecchio dovrebbe ufficialmente diventare presidente della FIGC, forte di un 65-70% dei voti che usciranno dalla complessa procedura di voto. Che funziona così: le componenti dell’Assemblea Federale sono sette: Serie A, Serie B, Dilettanti, Lega Pro, Associazione Arbitri, Associazione Calciatori e Associazione Allenatori. Ciascuna elegge il presidente attraverso i propri delegati, che per le squadre professionistiche sono i presidenti. Sono 309 in totale ad avere la delega al voto. Un sistema di ponderazione però porta i voti totali a 516: infatti alla Lega Dilettanti spetta il 34% dei voti (è in questo modo la più influente delle singole componenti). Le Leghe Professionistiche sono titolari, in totale, del restante 34% (la ripartizione interna è fissata in base a criteri rappresentativi che il consiglio federale fissa a maggioranza qualificata). I voti degli atleti rappresentano il 20%, ed al loro interno devono essere rappresentati equamente tanto professionisti e dilettanti quanto donne e uomini. I tecnici contano del 10% dei voti, mentre il restante 2% spetta agli arbitri. Un candidato, per essere eletto al primo scrutinio, deve avere tre quarti dei voti validi. Al secondo turno ne bastano due terzi, al terzo la metà più uno e all’eventuale quarto turno si procederebbe al ballottaggio tra i due più votati. E’ evidente come a Tavecchio potrebbe bastare il secondo turno per ottenere la presidenza. Se tutto ciò sarà il prodromo dell’auspicato rilancio del calcio italiano, questo è tutto da vedere.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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