Ave Cesare: storia di sogni imperfetti

21/03/2016 di Emanuele Bucci

Il nuovo film dei fratelli Coen non ha la forza, l’originalità e il rigore narrativo delle loro migliori opere: ma resta una commedia intelligente e meritevole di visione, grazie soprattutto a tante idee, a un protagonista riuscito e a un discorso non banale sulla Hollywood anni ‘50.

Ave Cesare!

Ma è davvero una persona così cattiva, Eddie Mannix? No, non si direbbe. Eppure, qualcosa nella sua coscienza sembra pesargli tanto da spingerlo a confessarsi ogni notte, tra la fine e l’inizio di ciascuna giornata del suo frenetico lavoro. Ma qual è il lavoro di Eddie Mannix? E soprattutto, chi è Mannix e che cosa c’entra con un George Clooney vestito da imperatore romano? Ciò che tiene insieme e risponde a tutte le domande è l’ultimo film di Joel ed Ethan Coen, Ave, Cesare!. Siamo nel 1951, il cinema hollywoodiano lotta per mantenere il primato nell’Olimpo dell’intrattenimento audiovisivo di massa, in particolare contro la giovanissima ma già aggressiva televisione: le armi favorite dai produttori cinematografici sono i generi d’intrattenimento altamente spettacolari, come il musical e il kolossal in costume. Ma se un’industria che fabbrica sogni vuole mantenere intatto il suo prestigio, allora le servono anche persone abili a preservare la magia dalle stonature prosaiche della realtà: ed è qui che entra in scena Eddie Mannix. Protagonista di questa nuova storia narrata dai Coen, figura realmente esistita della Hollywood di quegli anni e restituitoci attraverso il profilo da mastino baffuto di Josh Brolin, Mannix è ciò che si definisce un “fixer”: suo principale ruolo per conto della Capitol Pictures è quello di star dietro alle schegge impazzite note come divi del cinema, per evitare che i loro comportamenti fuori dal set creino cattiva pubblicità o comunque danneggino le produzioni dello studio. Tra queste, il kolossal romano-cristologico Ave, Cesare! è il “film dell’anno”, dichiara lo stesso Mannix, perciò rischia di diventare un problema piuttosto serio la scomparsa dell’attore protagonista Baird Whitlock (George Clooney) a riprese in corso; tanto più se poco dopo arriva una richiesta di riscatto firmata “il Futuro”.

Ma questo è solo uno dei tanti guai tra cui rimbalza Mannix, così come l’Ave, Cesare! del racconto è solo uno dei tanti film nel film, uno dei tanti generi cinematografici affettuosamente omaggiati e al tempo stesso sottoposti alla lente deformante della parodia. In questo senso Mannix e i Coen si sovrappongono, perché tutti e tre attraversano film e generi, e nell’attraversarli li decostruiscono ironicamente, perché entrano nei giocattoli in lavorazione, quando ancora la fabbrica non li ha chiusi nella sua aurea e classica pulizia: abbiamo, tra i casi, una commedia romantica resa esilarante dall’inserimento forzato di un inespressivo attore di Western che dovrebbe riempire un ruolo maschile vacante, e che attraversa il sontuoso salone del ricevimento come fosse dentro un saloon; e ancora, un delicato, leggero e sfarzoso musical acquatico che ci viene prima mostrato nei disegni raffinati e ipnotici delle coloratissime coreografie, per poi entrare in corto circuito con la realtà quando la star vestita da sirena protesta di non voler girare altre scene infilata in quel “culo di balena”. Tutti problemi da risolvere per Mannix, tutti segmenti di una mitica stagione del cinema hollywoodiano da toccare, evocare e dissacrare per i Coen.

I due fratelli, autori, produttori, montatori e registi, insomma, mostrano di divertirsi molto, e a tratti sicuramente divertono altrettanto: va detto però che siamo ben lontani dalle loro punte di brillantezza e acume, da quell’equilibrio perfetto tra deformazione di codici e materiali del cinema americano e loro rielaborazione in racconti e stilemi nuovi, personali e sorprendenti, formula che caratterizza i loro (molti) capolavori. Ciò che manca qui, rispetto alle pietre miliari nella carriera dei Coen, è soprattutto una storia che sia spiazzante e incisiva, che si imprima non solo per l’ironia e il gusto dei singoli brani, ma per il concatenarsi trascinante (per gli spettatori) e inesorabile (per i personaggi) degli eventi nel loro insieme. I capitoli più alti della filmografia dei Coen sono quelli in cui la trama è un ammaliante, rigoroso dispositivo: dove anche l’episodio più assurdo e surreale (le disavventure di Drugo nel Grande Lebowski o le gesta delle grottesche spie di Burn After Reading) rappresenta un ingranaggio nel congegno narrativo che coinvolge e dà un senso preciso a ciascun ingrediente; un percorso in crescendo che proprio per questo avvince, cattura e conquista progressivamente chi guarda dal primo all’ultimo minuto di visione.

In Ave, Cesare!, invece, la sensazione è più quella di venire sospinti con delicatezza da un tableau all’altro di questo simpatico ma non sempre irresistibile viaggio nel castello hollywoodiano di sessant’anni fa; senza che, stavolta, dall’omaggio-sberleffo alle storie del passato emerga una storia nuova, unitaria, forte perché autonoma dai materiali che rievoca e rielabora: la vicenda di Eddie Mannix si tuffa e si confonde in una molteplicità di situazioni e quadretti giustapposti, nessuno dei quali (nemmeno, in definitiva, quello del rapimento di Clooney) riesce ad imporsi alla memoria e all’attenzione come trama potente e aggregante per le altre stazioni narrative; alcuni episodi sono risolti in troppo poco tempo e troppe poche complicazioni, vedi ad esempio quello della star-sirena Scarlett Johansson incinta, a cui tocca trovare un marito per salvare la sua immagine di diva “innocente”; e la sottotrama del divo di Western arriva a convergere con quella di Clooney in modo fin troppo meccanico ed estemporaneo rispetto a uno sviluppo che ha visto sino a quel momento le due linee del racconto piuttosto distanti tra loro.

Fin qui, dunque, i limiti che a nostro avviso impediscono a quest’opera di assurgere a nuovo exploit nella filmografia coeniana. Limiti che, tuttavia, non ci portano a considerare Ave, Cesare! un prodotto scadente o da evitare, al contrario: è un esempio di cinema leggero quanto intelligente, una commedia sul cinema dove le trovate degne di nota non mancano, sul piano visivo come su quello narrativo. Tra queste, da citare l’inquadratura sul girato della commedia romantica supervisionato da Mannix, la cui visione (per lui e per noi) viene turbata dal macabro incidente della montatrice (Frances McDormand), che rischia di rimanere strangolata per l’impigliarsi della sciarpa nel proiettore; o ancora, l’accesa quanto esilarante disputa teologica tra i rappresentanti di quattro diverse confessioni (ebreo, cattolico, ortodosso e protestante) chiamati a raccolta da Mannix per approvare preventivamente lo script di Ave, Cesare: in ossequio al politicamente corretto e a un successo finanziario della pellicola che sia trasversale alle religioni.

Ma il maggior punto di forza del film è proprio lui, il Mannix di Josh Brolin: factotum di un mondo che crea mondi, stakanovista lucidatore di finzioni, che forse in questo è davvero agente di uno dei tanti “strumenti del capitalismo”, come lo accusa la setta di sceneggiatori comunisti rapitori di Clooney. Eppure, se una lancia può e deve essere spezzata a favore di Mannix (e dell’industria cinematografica), bisogna riconoscere che egli risponde a uno dei più innocenti e naturali bisogni della gente comune, quello di sognare. Uomini come Mannix contribuiscono a confezionare i sogni, e non è certo il lavoro più sporco che il sistema può chiederti di fare; non a caso il tarlo di Mannix per tutto il film (probabilmente lo stesso che lo porta a confessarsi quotidianamente malgrado i peccati di modesto conto) è l’allettante offerta di lavoro della Lockheed Corporation: il rappresentante della multinazionale di aerei tenta Mannix con maggiori soldi e orari più comodi rispetto a quelli del caotico mondo del cinema; ma soprattutto, gli offre il grande salto dal mondo che fabbrica finzioni al mondo che fabbrica realtà: quest’ultima ha però la forma sinistra del fungo radioattivo di una bomba H, sganciata dagli aerei Lockheed nei test di quegli anni e mostrata in foto a Mannix come un esempio del tavolo su cui andrebbe a giocare. Mentre risolve i guai giornalieri dei divi, Mannix affronta perciò un più grande problema con se stesso, e ne viene a capo scegliendo la via più difficile ma, per lui, più giusta; quella di restare fedele alla Hollywood che abbiamo visto: una fabbrica di opere spesso esageratamente retoriche, comicamente enfatiche, standardizzate e conformiste negli stili e nei contenuti proposti, sempre a distanza di sicurezza dalla vita vera di pubblico e realizzatori. Ma ciò che questa fabbrica produce è comunque cinema: un imperfetto e perfettibile sogno in cui trovare qualche ora di conforto dai funghi atomici della realtà.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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